Roberto Carlos e la dittatura

Quale musica, quale colonna sonora si potrebbe associare al golpe in Brasile di cui in questi giorni cade il quarantesimo anniversario? Subito vengono in mente Chico Buarque e Geraldo vandré. Ma...

Le date, gli anniversari, hanno un potere evocativo molto forte. Così è, così è stato in questi giorni di aprile. In autobus, questa settimana, mi è balzata in mente una domanda: quale musica potrebbe rappresentare meglio il colpo di stato militare del 1964? E altre domande, simili: che canzone, quali canzoni, quale compositore sarebbe più rappresentativo di quegli anni inaugurati da un primo aprile? E non so se per caso, o per la felicità del caso, la radio dell’autobus ha iniziato a suonare:

«Il mio amore è lontano da me
Tesoro mio, non essere così cattiva
Scrivi una lettera, amore mio
E dimmi qualcosa, per favore

Dimmi che non mi hai dimenticato
E che il tuo cuore è ancora mio
Scrivi una lettera, amore mio
E dimmi qualcosa, per favore

Del bacio che mi hai dato
Conservo ancora oggi il calore
Scrivi una lettera, amore mio
E dimmi qualcosa, per favore
»

Come uno schiaffo, questa canzone mi ha fatto ricordare come Roberto Carlos sia stato il compositore più rappresentativo di quegli anni. Non so se riuscirò a spiegarmi.

Quando parliamo di musica, l’associazione immediata degli anni della dittatura è sempre quella con i grandi compositori che con il colpo di stato si misero in conflitto. Subito ci vengono in mente Chico Buarque e Geraldo Vandré. Chi non ricorda così è quasi visto male. Ma l’associazione immediata è sempre quella della superficialità. Immediata è una cosa alla quale siamo abituati per tradizione, per uso, perfino per la legge del minimo sforzo. Ricordare è di fatto tuffarci, rivivere, vivere, entrare dentro quegli anni. Così ci rituffiamo, quando torniamo ad essere quel ragazzino magro perso in una stazione degli autobus, nel 1965...

«Il mio amore è lontano da me
Tesoro mio, non essere così cattiva
Scrivi una lettera, amore mio
E dimmi qualcosa, per favore…
»

Questa voce soave che ci arriva apre lo spazio per una seconda voce, che sospira «il diavolo non ha corna». Capitemi. Chiaramente sappiamo che il ricordo più profondo di un’epoca torna a noi mascherato, mischiato in granelli. Non so se mi spiego bene. Voglio dire che anche la memoria più profonda può anche non essere oggettiva. Ma cosa è la realtà oggettiva senza l`emozione aggiunta da un essere umano? Cosa vi è di obiettivo nella bellezza di un fiume senza gli occhi che lo vedono? Diciamo che «se i tuoi occhi si chiuderanno, il fiume continuerà a scorrere indipendentemente dai tuoi occhi». Questo è obiettivo. Al che rispondiamo, a cosa serve la bellezza obiettiva di questo fiume senza gli occhi che bevono la sua bellezza? L’acqua in sé non è bella. È liquido, formula chimica, fredda natura. Torniamo al nostro tema. Dobbiamo quindi tenere conto che il ricordo di quegli anni ha molto a che vedere con tutte le radio, in tutti i posti, che suonavano:

«A cosa serve il cielo azzurro ed il sole che sempre brilla
se tu non vieni ed io sto ad aspettare
ho solo te nei miei pensieri
e la tua assenza è tutto il mio tormento

A cosa serve la mia bella vita di play boy
se entro nella mia macchina e la solitudine mi assale
dovunque io vada tutto è triste
non mi interessa tutto il resto
voglio che tu mi scaldi in questo inverno
e che tutto il resto vada all’inferno

Non sopporto più la tua lontananza
meglio morire che vivere così
voglio che tu mi scaldi in questo inverno
e che tutto il resto vada all’inferno
».

Lo sappiamo. E allora ecco le domande dei resistenti vecchi fan club del «Re» Roberto, che chiedono: «Avere successo in quegli anni della dittatura vuol dire essere compositore della dittatura stessa? Per caso la musica del “Re” usciva dalla bocca dei generali? Roberto Carlos ha colpa di aver avuto un successo strepitoso dal 1965 a tutti gli anni successivi compresi in quel periodo?». Seguendo questo criterio - riconosciamolo - dovremmo abbattere tutti i grandi successi di quegli anni e affermare che i loro autori furono e sono colpevoli. Capite per favore che il successo non ha a che vedere con il criterio, seppur forzoso, che ci può offrire una spiegazione di quegli anni. Per una maggiore comprensione, torniamo al 1965.

Quando Roberto Carlos cantava in tutte le radio brasiliane, il musicista proveniva da un progetto, da un programma che esplose nel 1965. «Nel 1965 debuttò insieme ad Erasmo e Wanderlea nel programma “Jovem Guarda”, che avrebbe dato nome al movimento», dicono le note storiche. La «Jovem Guarda» si opponeva a «O Fino da Bossa» cui partecipava Elis Regina. O Fino da Bossa creava un ponte tra i vecchi compositori di samba ed i compositori di sinistra, di convinzioni socialiste, la “Jovem Guarda”…

«Racconterò a tutti la storia di un ragazzo
che aveva da molto tempo la fama di essere cattivo
il suo nome era temuto e sapeva sparare bene
al suo genio violento non piacque mai nessuno
e nessuno mai visse per dire
che lo contrariò senza dopo morire
nei duelli nemmeno strizzava gli occhi 
al grilletto lui era così
chiunque lo sfidasse
aveva la sua fine…
»

oppure


«Chi non crede
venga a vedere la moltitudine
che vuol ballare con lei
lei sa che io
sto soffrendo
volendo pur io
ballare con lei…
»


«Il “Re”, il “Re” non ha colpa…», ci dice un canuto signore, ex Jovem Guarda (e come è invecchiata la Jovem Guarda!). «Il “Re” non ha colpa…». Sì, lo capiamo: chi ci parla così intende soltanto dirci che Roberto Carlos non ha colpa di produrre il mediocre che parlava alla massa di cuori giovani di quegli anni. Alla gioventù certamente alienata, ma di peso, numerico, che batte sempre la minoranza dei giovani studiosi. Che male c’è a parlare alla imbruttita sensibilità della massa? Certo, Roberto Carlos non ha colpa di non comporre qualcosa come

«Tristezza non ha fine,
la felicità sì.

la felicità è come una piuma
che il vento trasporta in aria
vola così leggera, ma è di vita breve
necessita di vento perpetuo…
»

Un`immagine di Roberto Carlos negli anni 60

Un`immagine di Roberto Carlos negli anni 60

Certo, comprendiamo: nessuno è talmente pazzo dal chiedere al “Re” l’impossibile! Certo, concordiamo che lui non ha colpa di aver scimmiottato la rivoluzione musicale dei Beatles, di scimmiottare in barbare versioni, in caricature con capelli lunghi e lisciati a macchina per essere simile ai giovani di Liverpool. Cuffie, accordi «giovani», vestiti, tutto un germogliare dal Nord al Sud del Brasile; che male c’è? Chiaro che non c’è. Ma…

Amici miei, basta girarci intorno. Cerchiamo di raggiungere la radice, lo specifico dello specifico. Andiamo avanti e iniziamo a dire: in tema di musica popolare, ciò che caratterizzò la dittatura militare fu il veto, la censura assoluta di qualsiasi allusione politica nei testi. Il veto, il taglio, il mutilare la canzone per qualsiasi insinuazione politica fu esteso fino alla pur lieve critica a qualsiasi aspetto sociale o fisico del paesaggio brasiliano. I testi dovevano passare per lo stretto imbuto della censura e, meglio ancora, erano benvenute vanitose canzoni come

«Le spiagge assolate del Brasile,
il terreno dove il Paese si è elevato,
la mano di Dio benedisse
la donna che qui nasce ha molto più amore.

Il cielo del mio Brasile ha più stelle,
il sole del mio Paese più splendore.
La mano di Dio benedisse,
in terre brasiliane pianterò amore.

Io ti amo, mio Brasile, io ti amo!
Il mio cuore è verde, giallo, bianco e azzurro.
Io ti amo, mio Brasile, io ti amo!
Nessuno ferma la gioventù del Brasile…
» (Don e Ravel).

È sintomatico in Roberto Carlos il passaggio da cantante della gioventù, del movimento giovanile, a cantante «romantico». Questo passaggio avviene nella misura in cui i giovani di tutto il mondo smettono di essere soltanto un mercato per i pantaloni Lee e la Coca-Cola per esplodere in proteste contro la guerra in Vietnam, perfino nei festival rock come a Woodstock. Oppure, se vogliamo una versione più brasiliana, il “Re” Roberto diventa un signore «romantico» nella stessa proporzione con cui gli stivali militari calpestano con maggiore forza la vita brasiliana. Adesso, in questi anni angustianti, cosa compone il giovane, l’ex giovane, che un giorno desiderò che tutto il resto andasse all’inferno? “Eu te amo, te amo, te amo”, “As canções que você fez pra mim”, “As flores do jardim da nossa casa”, e, chiaro, perché non mi vediate di cattiva volontà, “Sua estupidez”:

«Tesoro mio, tesoro mio,
devi credere in me
nessuno può distruggere così
un grande amore…
».

È chiaro, si nota subito che il passaggio di Roberto Carlos “Jovem Guarda” al signore “romantico” non è dovuto all’invecchiamento del suo pubblico. Dal 1965 al 1970 passano appena cinque anni. L’invecchiamento è un altro. In questi cinque anni scorrono sangue ed inasprimento della dittatura militare, in Brasile, e vi è una crescita della rivolta del pubblico «giovane», nel mondo. Mentre esplodono conflitti, la canzone di Roberto Carlos che suona nelle radio di tutto il Brasile è “Vista a roupa, meu bem” (e vamos nos casar). Se adesso facessimo un grafico, se disegnassimo le curve della repressione politica e del «romanticismo» di Roberto Carlos, vedremmo che l’apice delle due curve è il loro punto d’incontro. Il che è una coincidenza, o meglio, i due punti coincidono.

L’innamoramento di «Re» Roberto Carlos con il regime militare non fu un breve batter d’occhio, un flirt, un saluto a distanza. Non so se mi spiego. Re Roberto non compose solo musica permessa in quegli anni di proibizioni. Il Re non fu solo il giovane educato, che non calpestava l’erba, perché così gli veniva ordinato. Non fu soltanto l’uomo libero che faceva solamente quello che il regime ordinava. No. Roberto Carlos fu capace di comporre perle, diamanti, che sollevarono il mondo ordinato dal regime. Mentre i giovani studenti erano fucilati e cacciati, mentre in televisione, nelle sale cinematografiche, si esibisce la brillante propaganda «Brasile, amalo o lascialo», cosa fa il nostro Re? Irrompe con una canzone che è un inno, un gospel di cuori vuoti, un suono senza furia di negri nordamericani. Ora, ora, Re Roberto prega:

«Gesù Cristo, Gesù Cristo, io sono qui
guardo il cielo e vedo una nube bianca che passa
guardo in terra e vedo una moltitudine che cammina
come la nube bianca, questa gente non sa dove andare
chi potrà indicare il cammino giusto sei Tu, Padre mio

Tutta questa moltitudine porta nel petto amore e cerca pace
e nonostante tutto la speranza non muore
guardando il fiore che nasce nel terreno di colui che ha amore
guardo il cielo e sento crescere la fede nel mio Salvatore...
».

È certo che l’anno seguente, il 1971, dopo aver portato masse negli stadi di calcio per gridare «Gesù Cristo» all’unisono, è certo che Roberto Carlos registrò “Como dois e dois” di Caetano Veloso. E non solo. Nello stesso disco fece una dichiarazione d’amore a Caetano, senza osare nominarlo: “Debaixo dos caracóis dos seus cabelos”. Il che è ben comprensibile. Tutti in Brasile sappiamo che prima di tutto Dio ha creato Caetano Veloso. E che dopo ha creato il mondo, perché il mondo applaudisse Caetano. Re Roberto, nel comporre “Debaixo dos caracóis”, mantenne la vecchia coerenza: compì un ordine divino.