Nonostante il tradizionale protezionismo locale il presidente Lula spunta nel suo recente viaggio in Cina un rilevante accordo nel settore petrolifero con finanziamenti a istituti nazionali.
l 18 maggio il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva é arrivato a Pechino per uno «dei viaggi piú importanti» da quando é alla guida del Paese, con lo scopo dichiarato di «difendere un nuovo ordine economico, ed una nuova politica commerciale nel mondo». La missione ha sí consentito la definizione di un rilevante accordo nel settore petrolifero e la concessione d'ingenti finanziamenti ad istituti nazionali, tuttavia la delegazione brasiliana si aspettava molto di piú.

Il presidente del Brasile Inácio da Silva con il suo omologo cinese, Hu Jintao
I cinesi infatti, se si esclude l'apertura alle importazioni di pollame, hanno riconfermato la loro tradizionale politica commerciale protezionista, per la grande delusione dei produttori di carne suina e bovina, di Embraer, e della stessa équipe economica al seguito di Lula, mortificata dallo scarso entusiasmo della controparte rispetto alla proposta di eliminare il dollaro nei rapporti bilaterali.
Buona parte della stampa nazionale ha prontamente enfatizzato le difficoltá del viaggio, concludendo, é il caso della "Folha de São Paulo", che esso ha portato «pochi vantaggi al Brasile». Altri media, come il seguitissimo "Jornal nacional" di Tv Globo, hanno invece preferito trascurarlo completamente, oppure soffermarsi solo su aspetti di costume, gaffe e curiositá. A stemperare il clima di malcontento che iniziava a serpeggiare nel proprio entourage, é stato lo stesso Lula, che con saggezza "orientale" ha fatto notare che il commercio estero é analogo alla dura e paziente attivitá dei garimpeiro, i cercatori di pietre e metalli preziosi, tipici delle lande brasiliane: «Dobbiamo garimpar. Dobbiamo convincere gli altri che i nostri prodotti sono i migliori».
I comunicati ufficiali dell'Esecutivo hanno definito la visita soddisfacente, facendo tuttavia notare che le relazioni con la Cina non possono che essere costruite lentamente. Secondo alcuni analisti la missione é stata decisa dalle autoritá brasiliane troppo precipitosamente, forse sull'onda degli stupefacenti dati relativi alla bilancia commerciale verdeoro, che hanno attestato lo storico sorpasso della Cina sugli Stati Uniti. (Nel primo quadrimestre dell'anno l'export verso Pechino é cresciuto, in valore, del 66,7 per cento, ndr).
Lula incontra Hu Jintao e Petrobras esulta
«I due dirigenti hanno dichiarato che il rafforzamento dell'associazione strategica tra Cina e Brasile ha un significato sempre piú importante nel contesto attuale, complicato dalla crisi economica». Cosí recita il laconico comunicato del Ministero degli Esteri cinese, che - traducendo dal linguaggio diplomatico - segnala come l'attuale incertezza che si vive nei mercati ha impedito quei progressi che molti auspicavano.

Il presidente di Petrobrás, Sérgio Gabrielli
Ma andiamo con ordine. Pechino e Brasília hanno stretto tredici accordi commerciali, tra cui spicca il prestito di 10 miliardi di dollari, che la Banca di sviluppo della Cina ha concesso a Petrobras, in cambio della fornitura di petrolio al Paese asiatico per il prossimo decennio: centocinquantamila barili al giorno per il primo anno, e duecentomila negli anni successivi (l'azienda petrolifera brasiliana si impegna a reinvestire, in parte, il prestito nell'acquisto di beni e servizi cinesi, ndr).
L'affare, indubbiamente il risultato piú importante della visita di Lula al suo omologo Hu Jintao, é senz'altro un segno dei tempi. Se infatti nei decenni scorsi era il Brasile ad avere bisogno di risorse naturali - ed era quindi solito stringere accordi di questo tipo coi Paesi mediorientali - l'autosufficienza petrolifera dei sudamericani ha cambiato completamente lo scenario, permettendo loro di vendere risorse energetiche in cambio di preziosa liquiditá, necessaria ad investire nelle attivitá estrattive, specie nei giacimenti scoperti sotto lo strato pre-sale.
«L'accordo», ha dichiarato il Presidente di Petrobras Sérgio Gabrielli, «é il risultato dei nostri due interessi: il nostro, considerato che abbiamo petrolio, e quello della Cina, che ha bisogno di petrolio, ed ha disponibilitá di risorse economiche». Tra gli altri patti va poi ricordata la promessa d'investimento della cinese Wuhan iron and steel nella Mmx del magnate brasiliano Eike Batista (il valore dell'operazione é di 4 miliardi di dollari), l'installazione in Brasile di una fabbrica della casa automobilistica Chery, nonché l'apertura di due importanti linee di credito, volte al finanziamento delle esportazioni: ottocento milioni di dollari destinati al Banco nacional de desenvolvimento econômico e social (Bndes), ed altri cento alla banca Itaú Bba.
Soddisfazione, infine, da parte dei produttori verdeoro di carne di pollo: Lula ha ottenuto dal Governo asiatico la conferma che si dará seguito ad un accordo firmato in febbraio, che prevede la concessione di ventiquattro licenze d'esportazione ad altrettanti allevamenti, previamente ritenuti idonei dai funzionari di Pechino. Secondo gli avicoltori brasiliani, l'effettiva apertura del mercato cinese dovrebbe compensare il forte calo della domanda da parte dei paesi sviluppati, che nel 2009 ha giá superato il quindici per cento.
Tuttavia, fanno notare i commentatori piú caustici, quella che é stata annunciata come una vittoria diplomatica lulista, é in veritá solo la promessa, da parte di Pechino, d'interrompere un comportamento ostruzionistico, definibile null'altro che come una grave scorrettezza commerciale. Il presidente ha concluso il soggiorno in Estremo oriente con la visita all'Accademia cinese di tecnologia spaziale, che sviluppa un progetto con i sudamericani nel campo dei satelliti d'osservazione terrestre: i due Paesi hanno in programma di lanciarne 3 entro il 2013 (missili cinesi, negli anni scorsi, hanno lanciato nello spazio 3 satelliti di fabbricazione brasiliana, ndr).
Cina, un partner ostico
In un'intervista alla rivista cinese "Caijing", Lula con enfasi ha dichiarato: «É assurdo che due importanti potenze commerciali come le nostre continuino ad usare, per i propri affari, la moneta di un Paese terzo». La proposta lulista non deve peró aver fatto breccia nella controparte cinese, se é vero che, dopo l'incontro Lula-Hu Jintao, il ministro degli Esteri Celso Amorim si é limitato ad affermare che le due banche centrali stanno studiando il tema. L'episodio, di per sé non particolarmente importante, é comunque sintomatico delle difficoltá incontrate a Pechino dalla delegazione brasiliana, che solo in parte é riuscita a scalfire la muraglia protezionistica eretta dai cinesi.

Il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim
Due gravi insuccessi hanno infatti pesato sul viaggio, obbligando Lula ad elencare tutta una serie di giustificazioni. I piú delusi, come anticipato, gli allevatori: i produttori di carne suina e bovina continuano a rimanere esclusi dal mercato che piú cresce nel mondo. «Purtroppo», ha detto Pedro de Camargo Neto, presidente dell'Associazione brasiliana dell'industria produttrice ed esportatrice di carne suina, «neppure questa volta siamo riusciti ad aprire il mercato cinese alla carne suina nazionale».
Una grave impasse sta poi riguardando il settore aeronautico: la compagnia aerea cinese Kumpeng ha commissionato al colosso brasiliano Embraer la costruzione di quarantacinque apparecchi Emb-190, ma le autoritá locali stanno ritardando oltre misura la concessione delle licenze d'esportazione, rendendo praticamente carta straccia un contratto di due miliardi di dollari. Il summit sinobrasiliano avrebbe dovuto risolvere la questione, ma cosí non é stato. «La Cina», ha detto deluso il presidente dell'azienda Frederico Curado, «sta crescendo oltre la domanda mondiale, e quindi questo contratto sarebbe tanto importante».
A queste dichiarazioni hanno fatto seguito quelle di Lula, ottimistiche ma al contempo imbarazzate: «Noi abbiamo un contratto relativo a quarantacinque aerei, ma sinora... io credo che, a causa della crisi, non hanno dato seguito all'acquisto. Ma di certo la Cina li comprerá, é solo una questione di tempo».
Interscambio sinobrasiliano, qualche numero
La notizia ha fatto il giro del mondo: non solo il Paese del dragone ha superato gli Stati Uniti come principale destinatario dell'export brasiliano, ma é ormai, dopo ottanta anni di primato statunitense, il primo partner commerciale dei sudamericani. Nei primi 4 mesi dell'anno la partecipazione di Pechino sul totale dell'export verdeoro é cresciuta in modo sorprendente, sfiorando quota tredici per cento, a fronte dell'8,3 fatto registarre nel 2008. (A differenza di quanto accaduto lo scorso anno, tra gennaio ed aprile 2009 la bilancia commerciale tra i due Paesi ha visto in attivo l'economia brasiliana, per un ammontare di circa un miliardo di dollari, ndr).

Un'altra immagine di Hu Jintao
L'interscambio non é tuttavia considerato sufficiente né dagli imprenditori nazionali, né dalla diplomazia verdeoro, né dallo stesso Lula, che ha definito come «quasi infinito» il potenziale delle relazioni commerciali tra i due Paesi del Bric. Gli addetti ai lavori sanno bene che negli ultimi decenni - dopo che nel 1993 é stato varato il partenariato strategico tra le due Nazioni - gli annunci e le promesse hanno prevalso di gran lunga sugli investimenti concreti. Nel 2008 gli asiatici hanno investito in Brasile solo trentotto milioni di dollari, preferendo puntare su altri scenari - soprattutto sui Paesi africani ricchi di petrolio e risorse minerarie - ove hanno inaugurato megaprogetti che spesso impiegano anche mano d'opera cinese.
Per converso le esportazioni brasiliane dirette in Cina, pur in crescita, sono ancora concentrate in materie prime e commodity - in particolare soia, ferro e petrolio - e non sono affatto diversificate. Si pensi solo che ben il novantatre per cento dell'export agricolo é rappresentato dalla soia e dai suoi derivati, mentre, come anticipato, sono tuttora esigue le esportazioni di carne bovina, che i cinesi consentono solo se proveniente da Rio grande do sul, Santa Catarina, Rondônia ed Acre. Secondo Rodrigo Maciel, segretario esecutivo del Consiglio imprenditoriale Brasile-Cina, gli investimenti cinesi in Brasile avranno sí l'effetto di diversificare le esportazioni, ma nei rapporti con un Paese dominato dallo Stato quale é la Cina, saranno fondamentali sopra tutto le iniziative pubbliche, come gli incontri bilaterali: «Loro preferiscono», ha chiarito laconicamente, «che le realazioni ricevano l'imprimatur del Governo».
Le giustificazioni di Lula
Di fronte ai malumori dei rappresentanti di alcuni settori produttivi, ma anche per ribattere alle critiche avanzate dai media, Lula si é sentito in dovere di fornire anche la propria versione, su quella che alla vigilia era stata anunciata come una delle sue missioni piú importanti. «Gli effetti pratici dei viaggi all'estero richiedono tempo», ha esordito di fronte ai giornalisti, per poi affermare con enfasi: «Ah, se io potessi viaggiare, ed ogni volta, ritornando a casa, potessi portare un pacchetto di cose comprate e di cose vendute. Ma non é cosí».
Ha negato che il vertice non abbia prodotto i risultati previsti, aggiungendo di avere la speranza che i contatti stabiliti a livello politico ed impresariale possano in breve dare i loro frutti: «Ció che é importante é che gli industriali brasiliani che hanno partecipato qui alle riunioni insieme agli imprenditori cinesi», ha proseguito il presidente, «possano concludere altri accordi nel corso dell'anno. Io non ho dubbio alcuno che le relazioni tra la Cina e il Brasile possano crescere». Qualche giorno dopo, durante il programma radiofonico "Café com o presidente", ha ribadito che «ha avuto conferma la tesi secondo cui non si poteva continuare a dipendere solo da Stati Uniti ed Unione europea, ma era necessario cambiare la geografia commerciale del mondo».
Non ha potuto tuttavia nascondere il rammarico per non essere riuscito ad ampliare in maniera significativa la gamma degli scambi verso il Paese asiatico, e in particolare per non aver raggiunto l'obiettivo di promuovere i prodotti piú sofisticati, quelli col maggiore valore aggregato. É il caso della citata vicenda relativa al contratto di Embraer, che nonostante sia stato stipulato due anni fa é ancora lettera morta (o quasi, dato che dei cinquanta aerei commissionati, 5 sono stati in passato giá consegnati).
La polemica mediatica
Il soggiorno asiatico del presidente-operaio é stato anche l'occasione per l'eterno scontro tra i grandi media, di tendenza politica notoriamente moderata, e la stampa piú vicina alle posizioni del Governo. I quotidiani a diffusione nazionale hanno sentenziato che il risultato dell'incontro é stato negativo, ponendo l'accento sullo smacco subito dall'Esecutivo nel settore agricolo. Si é fatto notare che non é ancora possibile vendere un solo chilogrammo di carne di maiale nel Paese che piú ne consuma, e che la contropartita chiesta da Pechino per questa strategica penetrazione poteva essere accettata.
Ma sopra tutto si é ironizzato sulle roboanti dichiarazioni - smentite alla prova dei fatti - che erano state rilasciate alla vigilia dai funzionari del Ministero dell'Agricoltura, convinti che i successivi negoziati avrebbero finalmente aperto la strada all'export di carne boviva (almeno quella proveniente dagli Stati della Federazione dichiarati, dalle autoritá internazionali, «liberi dalla febbre aftosa»). Non si é mancato inoltre di rispolverare la presunta (e velatissima) polemica Amorim-Hu Jintao. Il capo della diplomazia verdeoro, dicono i bene informati, non avrebbe affatto digerito la decisione del leader «con gli occhi a mandorla» di non riceverlo, nel corso del viaggio a Pechino propedeutico alla visita ufficiale di Lula.
In buona sostanza il capo dell'Itamaraty, alla luce del diverso trattamento ottenuto dal suo omologo cinese a Brasília, e dalla stessa segretaria di stato americana Hillary Clinton in visita in Cina - entrambi ricevuti dai capi del Governo - avrebbe concluso che il Paese comunista non attribuisce ancora al Brasile l'importanza che merita. La risposta alla presunta scorrettezza diplomatica sarebbe stata quella di ridurre le dimensioni della carovana presidenziale verdeoro, che in effetti si é sensibilmente snellita rispetto agli annunci delle settimane precedenti.
La stessa durata della missione é stata ridotta a sole 3 giornate, rispetto alle 5 programmate, e non si é dato seguito all'idea di far precedere lo sbarco di Lula da quello dei ministri dell'area economica e dei rappresentanti delle imprese, per previ contatti con le aziende locali. A prescindere dalla veridicitá della maliziosa interpretazione, é innegabile che questa seconda visita non é stata contrassegnata dal gigantismo messo in mostra nel 2004: nell'occasione Lula rimase in Cina per 5 giornate, circondato da una delegazione record, formata da 8 ministri ed oltre quattrocento imprenditori.
I media progressisti non hanno tuttavia condiviso questa lettura degli eventi, sottolinenado come in Brasile «abbiamo una stampa ed una élite, ed anche settori della classe media, che tentano di nascondere o sminuire le conquiste del Brasile nei suoi rapporti internazionali. Sembra», prosegue il portale "Vermelho", organo ufficiale del Partido comunista do Brasil (Pcdob), «che non sopportino che queste conquiste siano il frutto dell'azione di un Governo guidato da un presidente-operaio».
Parola di esperto, il nostro partner ideale é la Cina
Seppure vi sia unanimitá sul fatto che in questa fase il sistema produttivo brasiliano abbia bisogno di quello cinese piú di quanto gli asiatici siano disposti a concedere, i piú noti analisti sono convinti che «il nostro partner ideale é la Cina». É quanto ha recentemente dichiarato Edmar Bacha, economista vicino al Partido da social democracia brasileira (Psdb) - in passato presidente del Bndes e membro dell'équipe che diede vita al Plano real - noto anche al grande pubblico per aver popolarizzato la «metafora di Belíndia» (Il Brasile veniva identificato come un paese immaginario, ove convivevano l'opulenza del Belgio e la miseria dell'India, ndr).
A suo parere il Brasile deve guardare alla Cina «perché é un Paese grande, con enorme dinamismo e capacitá di assorbimento dei prodotti che noi abbiamo, ma loro non hanno. Ed oltre a questo, con molta liquiditá, ed alla ricerca d'investimenti diversi rispetto ai titoli del Tesoro americano». Fa notare che esistono enormi opportunitá per collaborazioni nel campo delle infrastrutture, al fine di realizzare grandi opere, sia in Brasile che in Cina.
Bacha promuove quindi l'asse Brasile-Cina come risorsa fondamentale nella fase post-crisi, e tuttavia boccia quel modello per quanto riguarda il «progetto di Paese», cui il Brasile deve aspirare: «La Cina», ha proseguito l'economista, «ha un progetto nazionale imperialista molto forte, ed in piú un Governo comunista e caratteristiche dei diritti umani che sono, in pratica, del secolo diaciannovesimo. Io non vorrei questo tipo di discussione in Brasile. Preferisco una discussione di carattere, diciamo cosí, piú nordico o belga».
10.6.2009