Cinebrasil sempre più internazionale

Si consolida la tendenza, già segnalata da questa testata, alle coproduzioni tra imprese brasiliane indipendenti e produttori stranieri. Come è recentemente avvenuto alla Biennale Cinema di Venezia.

A oltre un mese dalla chiusura della Biennale-Cinema di Venezia, ci sembra opportuno analizzare a mente fredda la scelta, a nostro avviso felice da parte della direzione della rassegna, di privilegiare il cinema brasiliano, unico Paese latinoamericano presente con due film della propria industria al Concorso ufficiale. E' stata infatti rivolta particolare attenzione al fenomeno, già segnalato da questa testata (cfr. "Cinebrasile, bilancio e prospettive", in Musibrasil del luglio 2008), della poderosa crescita, nel corso dell'ultimo biennio, delle coproduzioni tra imprese brasiliane indipendenti e produttori stranieri.

Una scena di

Una scena di "Encarnação do demonio", di José Mojica Marins

Marco Müller, Direttore della Mostra, ha inoltre dato fiducia a due produttori quarantenni di São Paulo, i fratelli Caio e Fabiano Gullane, alla guida della Gullane Filmes dalla sua fondazione nel 1996, coproduttori di alcuni dei grandi successi del cinema brasiliano degli ultimi anni, quali ‘Carandiru' (2003) e ‘O ano em que meus pais sairam de férias' (2007). In effetti ben tre lungometraggi, due del Concorso ufficiale ed uno della sezione "Fuori Concorso" sono stati coprodotti dai Gullane. Peraltro occorre dire che Müller, per quanto riguarda in specifico i registi brasiliani, ha selezionato i film di un paio di sessantenni con una fama consolidata nel cinema, rispettivamente d'autore e di genere.

Si può quindi affermare che, a differenza di altri festival cinematografici di levatura internazionale (come ad esempio quello di San Sebastian, al quale non era presente alcun film brasiliano), Venezia abbia largamente puntato sul Brasile, se si considera che nelle varie sezioni ufficiali del Festival sono stati presentati sei film prodotti o coprodotti, e comunque girati, in Brasile.

Vale dunque la pena di passare brevemente in rassegna le opere brasiliane più interessanti a iniziare da "Birdwatchers", del regista italiano Marco Bechis, già uscito nelle sale e per altro deludente a causa di una sceneggiatura con molti aspetti di scarsa credibilità, ma con il merito di avere fatto recitare indios autentici. E sopra tutto i film di Julio Bressane e di Mujica Marins, apprezzati per qualità estetiche e ironia (il film di Marins è stato adorato da molti giovani e dai critici appassionati di horror), pur nella loro diversità, e ancora inediti in Italia.

"Birdwatchers - La terra degli uomini rossi", di Bechis, è un'opera ambiziosa che ha avuto una lunga gestazione di circa quattro anni. Il regista, stimolato dal lavoro dell'organizzazione umanitaria indipendente Survival, che si batte per i diritti dei popoli indigeni nel mondo (in particolare in Brasile), ha effettuato un profondo lavoro di preparazione, di inchiesta e di contatto con la comunità degli indios Guarani-Kaiowá, nei dintorni di Dourados, nello stato del Mato Grosso do Sul. Purtroppo il film, pur contendo molte scene significative ed essendo caratterizzato da interessanti soluzioni estetiche e sonore, è deludente perchè rappresenta i protagonisti di un tragico scontro antropologico, sociale e culturale, in una forma incerta, con troppi clichés e molte situazioni poco credibili.

Locandina di

Locandina di "Birdwatchers - La terra degli uomini rossi", di Marco Bechis

Senza dubbio il principale elemento di debolezza è costituito dalla sceneggiatura, scritta dallo stesso Bechis e da Luiz Bolognesi , con la collaborazione di Lara Fremder, perchè, nel tentativo di rappresentare la vita e la cultura dei bianchi (la famiglia del fazendeiro che gestisce anche una pousada per birdwatchers stranieri) e degli indios (il gruppo accampato ai margini della proprietà, che poi occuperà alcune terre), motivandone le rispettive ragioni, inventa momenti di contatto e di scontro francamente grotteschi. Dal film emerge senza dubbio la terribile condizione degli indios privati delle loro terre di insediamento, di cui si sono appropriati i latifondisti bianchi e che sono state ampiamente disboscate (considerato che la foresta è l'ambiente naturale dove i Guarani cacciano e dove esprimono la loro cultura esistenziale e religiosa) per far posto a piantagioni di canna da zucchero, di soia e di altre coltivazioni destinate alla produzione dei lucrativi biocombustibili. Sono costretti a lavorare come manovalanza stagionale e tra loro imperversano la malnutrizione infantile, l'alcoolismo e soprattutto la gravissima piaga dei suicidi, tra cui quelli di molti adolescenti frustrati da una condizione di vita miserabile e priva di prospettive.

La vicenda rappresentata vede di fronte un gruppo di indios guidati dal capo Nádio (Ambrósio Vilhalva) che si accampa all'esterno di una proprietà terriera di un fazendeiro(Leonardo Medeiros) per reclamare la restituzione delle terre. Nel corso di un periodo di tempo, fino all'occupazione vera e propria di un terreno da parte degli indios, si intrecciano vari episodi di incontro e di confronto tra gli abitanti della fazenda (tra cui la padrona Chiara Caselli ed il ridicolo guardiano armato Claudio Santamaria) e i Guarani, tra cui spiccano i giovani Osvaldo (Abrísio da Silva Pedro) e Ireneu (Ademilson Concianza Verga), fino al drammatico finale. Bechis, nelle sue dichiarazioni, ha enfatizzato il fatto che gli indios (tutti non attori, convinti a recitare) siano i protagonisti, mentre gli attori professionisti (tra cui Mateus Nachtergaele, chiamato ad interpretare un personaggio secondario poco credibile e quindi mal utilizzato) sarebbero lo sfondo. Tuttavia il risultato si sostanzia in una struttura drammatica che cuce piccoli bozzetti, con una rappresentazione troppo consolatoria degli indios e caricaturale dei bianchi. Tra i meriti del film vi sono invece la fotografia ricca di sfumature di Helcio Alemão Nagamine e la colonna sonora, impostata creativamente, che utilizza anche brani musicali composti nel '700 (ma riscoperti solo nel 1995) da Domenico Zigoli, un missionario italiano vissuto tra i Guarani.

‘Encarnação do Demônio', di José Mojica Marins, è un horror che segue la traiettoria del becchino Zé do Caixão (interpretato dallo stesso Marins che indossa un costume nero con mantello, gilet e cilindro) che terrorizza la città in cerca di una donna che gli dia il figlio perfetto per garantirsi una sorta di immortalità attraverso l'eredità del sangue. Il film, la cui sceneggiatura originale fu scritta dal regista nel 1966 (ed è stata rielaborata con l'aiuto di Dennison Ramalho), conclude la trilogia del personaggio-feticcio Zé do Caixão che comprende ‘A meia noite levarei sua alma' (1964) e ‘Esta noite encarnarei no teu cadáver' (1967). Teatro della vicenda è una favela dove Zé riappare dopo 40 anni di reclusione, tra ospedale psichiatrico e prigione.

Una scena di

Una scena di "A erva do rato", di Julio Bressane

Il sadico protagonista è accolto dal suo fedele assistente, il gobbo Bruno (Rui Rezende) che ha approntato un rifugio sotterraneo ed indottrinato una setta di psicotici. Quindi riprende il suo lavoro di agente funerario, ma è accusato di portare sfortuna, anche perché sfida le credenze e l'ignoranza del popolino. La nota interessante è che, pur essendo un individuo che elimina senza scrupolo chi cerca di ostacolarlo o di disturbare i suoi obiettivi, Zé si pone contro il sistema e crede che l'innocenza debba essere preservata. Quindi protegge i bambini angariati e seviziati dai poliziotti corrotti e riesce a salvare uno di loro. Poi, durante i funerali di quelli uccisi, pronuncia un discorso in cui denuncia la debolezza e la vigliaccheria degli abitanti della favela di fronte ai loro oppressori. Inoltre affronta un criminale locale che cerca di ricattarlo e riesce a far crescere l'antagonismo popolare nei confronti del malvivente. In seguito comincia ad essere tormentato dagli spettri delle sue vittime, ma forte del suo scetticismo materialista, interpreta questi incontri come manifestazioni del suo inconscio. In un crescendo di scene di violenza, di torture e di eventi soprannaturali, Zé si accoppia con varie donne, fino ad un finale apocalittico.

Il film, essendo molto dinamico, con svariati tagli di riprese e scene d'azione, ha riscosso l'approvazione di molti critici ed il consenso di buona parte del pubblico. Occorre riconoscergli molti meriti. In primis il montaggio di Paulo Sacramento che alterna la velocità delle apparizioni spaventose (spettri, animali ripugnanti ed insetti bizzarri), aumentando la sensazione di terrore e di stranezza, ed inserisce alcuni flashbacks di pochi secondi o minuti che ripropongono, condensandole, le scene originali dei due precedenti film della trilogia, per contestualizzare l'essenza della storia. Quindi gli effetti speciali di André Kapel che ha privilegiato effetti pratici realizzati sul set con materie prime di alta qualità ed ardite soluzioni sperimentali. Inoltre la fotografia di José Roberto Eliezer con una ricca alternanza di tonalità e di colori saturi e primari e di bianco e nero. Ed ancora la scenografia di Cássio Amarante che ha permesso un'ottima utilizzazione dello spazio e ha favorito le inquadrature che rammentano i comic strips. Il cast del film comprende attori noti, alcuni dei quali con un passato glorioso. Tra gli altri citiamo: Jece Valadão, Helena Ignez, Milhem Cortaz e Cléo de Paris.

‘A erva do rato', di Julio Bressane, ripropone l'inclinazione erudita, poetica e viscerale dell'autore, ma, a differenza di alcuni suoi film precedenti, si nota un'espressività meno narcisista ed uno humour raffinato. Il film fonde due elementi: la relazione dell'uomo con la morte e l'incomprensibile relazione che egli stabilisce con gli animali. La vicenda, filmata prevalentemente in interni, ruota attorno all'incontro ed al confronto tra due trentenni, un lui (Selton Mello) e una lei (Alessandra Negrini). Lui la incontra in un cimitero, presso una spiaggia, e si prende cura di lei, invitandola nella sua casa. Nel corso dei giorni le detta un interminabile racconto surreale frutto della lettura di vari testi e lei riempie decine di quaderni che vengono rigorosamente disposti in pile, fino a formare un muro.

Lei inizia a sentire una progressiva stanchezza, ma il loro lavoro continua. Poi lui, dopo aver acquistato una macchina fotografica, fa di lei il soggetto esclusivo delle sue fotografie, prima ritraendola vestita e poi nuda in ardite, ma composte, posizioni erotiche. La loro relazione è strana ed ambigua. Un giorno lui scopre che alcune parti delle fotografie sono state rosicchiate da un topo e, sospettando una strana relazione tra lei e il roditore, pianifica freddamente di interromperla. Nel finale lo vediamo dilettarsi con le ossa dello scheletro di lei, fotografandole. Bressane dimostra di andare oltre l'ispirazione letteraria, inscenando un sottile gioco di parole ed immagini, con referenze al modernismo ed allo spiritismo. Il film è di grande qualità estetica, con lunghi piani sequenza e geniali close up e si avvale dell'eccellente fotografia di Walter Carvalho che sfrutta magistralmente la luce, le ombre e le penombre.

 

10.10.2008