Mostro sacro della mpb o dignitoso intrattenitore. Maestro della jazz-bossa o re dei tormentoni. Su Sergio Mendes i pareri da sempre discordano. "Musibrasil" ha incontrato l'artista carioca a Milano.
affinato «swinger from Rio» (dal nome di uno dei suoi primi album, del 1964) per gli estimatori, scaltro «cantor de mambo» (dal titolo dell'ironico brano che Os Mutantes gli dedicarono, nel 1972) per gli scettici, Sergio Mendes è tra i principali alfieri della musica brasiliana all'estero. Nato nel 1941, esponente del genere definito "jet set pop" o "cocktail music", il fondatore dei "Brasil 66", "77" e "88" da tempo risiede a Los Angeles. Pupillo di Herb Alpert, che lo aiutò a muovere i primi passi sulla scena statunitense, negli anni 60 fu il massimo divulgatore in terra straniera della bossa di Tom Jobim e del sambalanço dell'allora Jorge Ben.
Sérgio Mendes
Quarantacinque anni dopo, Mendes continua a rileggere con maestria composizioni altrui, grazie a uno stile sempreverde che fonde ritmi latini, sonorità jazz e appeal di classifica, amato più dai gringo brasilofili che dai conterranei brasiliani. A dargli ragione sono i numeri di una carriera straordinaria e il calibro degli artisti con cui ha interagito. Per lui parlano i trentasei dischi pubblicati, i milioni di copie vendute, le collaborazioni con i grandi della musica mondiale, da Cannonball Adderley a Frank Sinatra, da Burt Bacharach a Stevie Wonder e le esibizioni di fronte a un paio di presidenti americani.
Dopo un periodo relativamente oscuro, coinciso con la fine del vecchio millennio e l'inizio del successivo, Mendes è tornato prepotentemente in auge due anni or sono grazie a una decisa sterzata r&b, inanellando successi e premi internazionali. Ultime sue fatiche discografiche sono il fortunato "Timeless" del 2006, prodotto dai Black Eyed Peas e il nuovo "Encanto", uscito quest'anno e registrato in Brasile. Entrambi vedono riunita una pletora di star verdeoro e internazionali. Mendes è in lizza per il Grammy latino, che sarà assegnato a novembre, con "Funky Bahia", tormentone radiofonico del momento. Da noi fa da stacchetto alle "veline" di "Striscia" e risuona in popolari trasmissioni televisive per massaie. Tra un paio di mesi, farà parte della colonna sonora di "Natale a Rio", cine-panettone 2008 della coppia De Sica-Hunziker.
Dopo aver scelto il nostro Paese, nel febbraio scorso, per il lancio mondiale di "Encanto", ultimamente in Italia Mendes ha lavorato con Jovanotti. Negli Stati Uniti, ha partecipato al brano "American prayer", prodotto da Dave Stewart degli Eurithmics e da Bono degli U2. La canzone è inclusa in "Yes we can: voices of a grassroots movement", album ufficiale della campagna elettorale di Barack Obama, candidato democratico alla Casa bianca. "Musibrasil" ha incontrato Sergio Mendes a Milano, in occasione del suo inedito e acclamato passaggio da "LatinoAmericando Expo" e con lui ha parlato delle sue più recenti attività.
Il gruppo che ha accompagnato il musicista al Festival Latinoamericando
A sessantasette anni, l'artista di Niterói non si risparmia ma nemmeno fa sconti. Il cachet da lui preteso e ottenuto ha fatto sì che il prezzo del biglietto d'ingresso al suo concerto fosse triplo rispetto a quelli di solito praticati dalla rassegna di Assago. Prima di salire sul palco, al nostro microfono si dimostra disteso e disponibile.
Signor Mendes, quali sono le sue attuali motivazioni, dopo quasi mezzo secolo di carriera?
«Sembrerà una banalità, ma devo rispondere la passione. Non certo i soldi, non avendo più alcuna necessità da soddisfare. Amo ciò che faccio e amo la musica. Mi piace lavorare, suonare e girare il mondo».
"Encanto" simboleggia per lei una sorta di "ritorno a casa", è così?
«Rappresenta anche una specie di chiusura del cerchio, il completamento del discorso iniziato due anni fa con "Timeless". Nel nuovo disco ci sono sia classici del songbook brasiliano che nuove tracce. Mi è sembrato giusto realizzare l'album quasi interamente in Brasile, portando con me la maggior parte dei grandi artisti americani che vi hanno partecipato e andando a trovare i brasiliani a casa loro».
Qualcosa l'ha spinta alla riscoperta delle sue personali radici?
«Sì, è stata la voglia di mettere il Brasile al centro dell'attenzione, come elemento caratterizzante di tutto il lavoro e per farlo dovevo essere lì. In realtà le mie radici brasiliane non le ho mai dimenticate e ad esse devo il mio successo nel mondo. Credo che se la gente mi apprezza è perché in me vede qualcosa di vero».
Un'altra immagine di Mendes
"Mas que nada" prima, "The look of love", poi. Come ha scelto le hit da rivisitare, nei suoi ultimi album?
«Mi è bastato fermarmi un attimo a pensare alle canzoni che amo e che ho amato di più, in passato. Non mi riferisco solo a quelle da lei citate ma anche a "Aguas de março", "Garota de Ipanema" o "Agua de beber", per esempio. Si tratta di grandi canzoni, che tutti conoscono. È facile credere che in tanti le ricordino e le apprezzino. Parecchie idee mi sono venute pure chiacchierando e scambiando opinioni con vecchi amici, come João Donato».
Per quale motivo ha scelto l'Italia per il lancio del suo nuovo disco?
«La mia musica ha sempre trovato un buon riscontro da voi e "Timeless" ha venduto molto, qui. I numeri facevano credere che l'Italia sarebbe stata un buon banco di prova, un'ottima vetrina per la presentazione del nuovo lavoro in anteprima planetaria».
Una decisione che ha riguardato il management, quindi?
«No, anzi. L'Italia è il mio Paese preferito al mondo, mi piace esibirmi qui. La scelta è stata fatta anche con il cuore e non solo pensando al business. Ovviamente l'Italia è solo una delle tappe del tour 2008, che ha interessato il continente americano e mi ha portato in diversi Paesi europei come l'Olanda e la Germania, poi a Vienna e fino in estremo Oriente, a Singapore».
Come nasce la sua collaborazione con Jovanotti? La copertina di "The swinger from Rio"
«Ci siamo conosciuti a Napoli, dove eravamo entrambi impegnati nelle registrazioni televisive per il "Festivalbar". È venuto a salutarmi, dicendomi di amare molto la musica brasiliana e dimostrandosi molto informato sul mio lavoro, che conosceva approfonditamente. Decidemmo quindi che ci saremmo risentiti per fare qualcosa insieme. Da lì nacque la mia partecipazione al suo ultimo album "Safari", nel brano "Punto" e la sua al mio, con "Lugar comum", per cui Lorenzo ha scritto e cantato il testo italiano. Ma la mia relazione con la musica italiana non è certo cosa recente. Già dodici anni fa, ad esempio, avevo lavorato con Zucchero, che aveva partecipato al mio disco "Oceano" traducendo un brano di Djavan».
Di "Lugar comum" esiste anche una versione in giapponese, vero?
«Sí, è stata concepita appositamente per quel mercato. Quella italiana, al contrario, non è una versione regionale, studiata solo per il vostro Paese. Fa parte, a pieno diritto, del format internazionale dell'album».
Vuole parlarci del suo incontro con Will.i.am?
«Ci incontrammo a casa mia, qualche anno fa. Anch'egli mostrò interesse nel mio lavoro, addirittura si dichiarò mio fan e disse di essere cresciuto al suono della mia musica. Mi propose di partecipare a una traccia di "Elephunk", album dei Black Eyed Peas che ebbe enorme successo. Da lì nacque poi la collaborazione per il mio "Timeless" da lui prodotto e, successivamente, per "Encanto", nel quale ha co-prodotto tre brani con me. E una persona molto intelligente e creativa, ha un grande istinto sia per il ritmo che per l'armonia. Ha portato una ventata sonora nuova nel mio sound».
Ha scelto con lui il repertorio di "Encanto"?
«No, le decisioni sulla track-list spettano sempre al sottoscritto. Come le dicevo, mi sono concentrato su grandi canzoni, alcune delle quali già registrate in passato, altre per me nuove».Esiste un filo conduttore che lega i brani del disco? La copertina di "Encanto"
«Il titolo stesso rende bene l'idea di tutto quanto l'album contiene, è una bellissima parola della lingua portoghese. Trovo che "incanto" descriva perfettamente le meraviglie del mio Paese e della sua musica. Tutte le canzoni che ho scelto posso essere ricollegate a questo concetto di bellezza. Si tratta di un disco gioioso, solare, estivo, romantico e sensuale. Una celebrazione della vita».
Dove avete registrato "Encanto"?
«In parte tra le nuvole, letteralmente! Abbiamo infatti lavorato alla sala di registrazione "Nas nuvens" di Rio de janeiro per poi spostarci al quartiere Candeal di Salvador de Bahia, presso lo studio personale di Carlinhos Brown. Due ambienti diversi, così come lo sono Rio e Bahia. Ma entrambi ricchi in musicalità, tanto quanto i due luoghi».
Quali le principali differenze tra "Timeless" e il nuovo disco?
«Due anni fa tornavo a incidere dopo un decennio. Volevo rimettermi in gioco, ridare linfa a grandi melodie e presentarle alla nuova generazione di ascoltatori internazionali. Nel lavoro di quest'anno il discorso è più organico, c'è molto più Brasile. Volevo far sentire le nostre percussioni, dare spazio a musicisti brasiliani. Per questo ho chiamato alcuni veterani delle sezioni ritmiche delle scuole di samba carioca e Carlinhos Brown ci ha messo del suo, convocando esperti timbaleiros baiani. E tutti gli ospiti, anche i non brasiliani, si sono calati in questa atmosfera».
La canzone "Funky Bahia" è stata concepita per diventare quello che noi italiani definiamo un "tormentone" o lo è diventata per caso?
«Credo che nessun brano nasca con questo intento. Un artista non dovrebbe pensare al mercato, quando compone. Chi lo fa e ci prova, di solito fallisce. La canzone è frutto della creatività di Carlinhos e Will, del loro gusto combinato. Se è speciale, il merito è soprattutto loro».
Esiste qualche episodio degno di nota riguardo alle altre tracce del disco?
Con Antonio Forni durante l'intervista concessa a "Musibrasil"
«Sono molto legato all'idea alla base di "Água de beber", classico su cui Will ha voluto innestare un rap che descrive il suo rapporto con me e che è nato spontaneo grazie alla speciale amicizia che ormai esiste tra noi. Mi ha fatto piacere ritrovare a Malibu il mio mentore, Herb Alpert e sua moglie Lani Hall, la mia prima vocalista. Con loro ho diviso "Vivo sonhando/The dreamer", una traccia cui sono molto legato».
C'è anche un po' di Guinga, come al solito...
«Sí, c'è "Catavento e girassol", cantata da mia moglie Gracinha. Guinga è un grande autore, oltre che un magnifico chitarrista. Ha partecipato a "Timeless" e in "Oceano" avevo già incluso "Rio de janeiro", da lui scritta con Aldir Blanc. Anche in "Brasileiro" del 1992 c'erano "Esconjuros" e "Chorado". La sua musica mi commuove».
Quale è stato il ruolo svolto da sua moglie all'interno della sua carriera?
«Gracinha (Leporace, ndr) è una figura fondamentale per me, professionalmente parlando. Da quarant'anni accompagna il mio cammino e partecipa a tutto ciò che faccio».
La sua amicizia con Emerson Fittipaldi è reale?
«Certo, siamo molto amici e da tanti anni. Quando correva ancora come pilota professionista, sono spesso andato a fare il tifo per lui alla "500 miglia" di Indianapolis. Una volta vi incontrai anche George Harrison, ma questa è un'altra storia».
Qual è il suo rapporto con Niterói, città che le ha dato i natali?
«Vivo negli Stati Uniti da quarant'anni e a Niterói torno raramente, ma per me rimane il posto più bello del mondo (sorride, ndr)».
In occasione del cinquantenario della bossa nova, potrebbe darci una sua definizione di questo stile?
«È difficile trovarne una, essendo la bossa nova una mescolanza di generi diversi. Tendo a identificare come bossa nova la musica nata in Brasile tra la fine degli anni 50 e l'inizio dei 60. Essenzialmente, la musica di Jobim. Faccio fatica a chiamare bossa nova ciò che è venuto dopo e che non fosse suo, seppur ispirato a quello stile. Secondo me è vero che si continua a suonare la bossa nova, ma credo che non si sia più composto nulla di equiparabile alle canzoni di quell'epoca. Si è trattato di un periodo irripetibile, un'era meravigliosa per la musica brasiliana».
Pur non essendo conosciuto come autore, si sente in qualche modo tra i padri del genere?
«Non so se ne sono uno dei genitori, ma posso dire di essere stato presente al parto (ride, ndr). C'ero anche quattro anni dopo, quando la bossa divenne famosa in tutto il mondo, grazie al celebre spettacolo alla Carnegie Hall di New York del 1962, cui partecipai al fianco di Jobim, João Gilberto, Stan Getz e Dizzie Gillespie. Per i cinquant'anni della bossa nova, lo scorso 21 giugno ho di nuovo suonato in quella storica sala per concerti, tempio della musica mondiale».
Quale parte del suo lavoro la realizza maggiormente, oggigiorno?
«Mi piace tenere unite le mie band. Tutte formazioni, oggi come un tempo, composte interamente da grandi professionisti. Amo questa idea di gruppo, di compattezza. Adoro soprattutto dare gioia e allegria alle platee di tutti i Paesi dove mi esibisco. È affascinante trovarsi di fronte a pubblici di diverse culture».
10.10.2008