All'allarme rosso lanciato da un istituto di ricerca il governo risponde con misure draconiane ma necessarie: monitoraggio satellitare e blocco delle vendite di terreni a privati e multinazionali.
he l'Amazzonia fosse da tempo gravemente malata è cosa risaputa, ma i dati derivanti da una ricerca effettuata dall'istituto brasiliano Inpe (Instituto nacional de pesquisas espaciais) sono da allarme rosso. Soltanto nel 2008 è stata registrata una perdita di 4974 chilometri quadrati di vegetazione tropicale, equivalente ad un disboscamento del 64% del suo territorio, risultato ben superiore rispetto a quello del 2007. Le cifre degli ultimi mesi sono però ancora più preoccupanti: in agosto i chilometri quadrati di foresta disboscata sono stati 756, più del doppio rispetto al mese di luglio con una crescita del 134 per cento.
Disboscamento in Amazzonia
Da tre mesi consecutivi il Parà detiene il poco invidiabile record dello stato dove il livello di disboscamento è stato maggiore (ben il 57% del suo territorio totale), seguito da Mato Grosso e Rondonia. «Ogni minuto scompare un'area equivalente a sei campi di calcio», spiega l'Inpe, e i motivi per cui l'Amazzonia rischia di sparire sono molteplici. Considerata da sempre il «polmone verde del mondo», l'Amazzonia occupa 4,1 milioni di chilometri quadrati del territorio brasiliano, circa il 60 per cento della superficie complessiva del paese. Ricca di specie animali, vegetali e patrimonio della biodiversità, è continuamente monitorata dalle associazioni ambientaliste, ma da oggi rischia di trasformarsi nel simbolo del disboscamento e dello sfruttamento selvaggio e scellerato del territorio.
La possibilità che il polmone verde del mondo si trasformi in una sorta di savana africana trapiantata nel cuore dell'America Latina non è però dovuta soltanto al mutamento delle condizioni climatiche generali, quali piogge violente concentrate in pochi giorni ed alternate a periodi lunghissimi di siccità, ma anche alla mano dell'uomo. Senza dubbio il progressivo avanzamento della coltura della soia ha fatto la sua parte, in Amazzonia come nel resto del paese, facendo la fortuna di potenti imprenditori come Blairo Maggi, governatore del Mato Grosso e al tempo stesso uno dei signori della sua produzione, ma anche le scelte del governo Lula in merito ai biocarburanti hanno influito nel far precipitare la situazione.
Il presidente Inácio da Silva
In questo contesto, la recente proposta di ampliare la gamma delle piante utili alla catena produttiva dello sviluppo di biodiesel, sostenuta in Commissione Ambiente da parte della cosiddetta bancada ruralista e vista con simpatia anche da alcuni ambienti filogovernativi, rappresenta un passaggio preoccupante: non solo si andrebbe a modificare un caposaldo del Codice forestale del paese, ma rappresenterebbe un'ulteriore minaccia per la biodiversità dell'Amazzonia e per le popolazioni indigene e contadine la cui sussistenza è legata alla piccola agricoltura familiare.
Di fronte al concreto rischio di scomparsa della maggiore riserva verde mondiale, il governo è corso ai ripari con due proposte innovative, per quanto non prive di alcune contraddizioni. La prima riguarda il monitoraggio della foresta amazzonica tramite il lancio di Globo Amazzonia, aderente al network brasiliano Globo: si tratta di una sorta di mappa interattiva utile per smascherare incendi e disboscamenti abusivi tramite la piattaforma satellitare Orkut. I dati forniti dal Planalto affermano con certezza che il 60 per cento del legname amazzonico viene esportato illegalmente negli Stati Uniti, Cina ed Europa. Giova ricordare, a titolo di cronaca, che Marina Silva aveva lasciato la carica di ministro dell'Ambiente per i contrasti sorti con il resto dell'esecutivo proprio in merito alle politiche adottate dal governo sull'Amazzonia. La seconda, maggiormente significativa, deriva invece dalla decisione dello stesso governo (ed in particolare del nuovo ministro dell'Ambiente Carlos Minc) di limitare o bloccare l'acquisto delle proprietà fondiarie da parte di stranieri o di compagnie brasiliane con capitale internazionale. Si tratta quindi di un significativo passo avanti rispetto all'era Cardoso, quando lo stesso Fhc si era distinto per una politica di disimpegno che aveva coinciso con la deregolamentazione del limite all'acquisto di terreni da parte dei grandi imprenditori stranieri. Il ripristino della sovranità territoriale e il principio di difesa della proprietà fondiaria sono stati i motivi che hanno spinto l'Agu (l'Avvocatura generale dell'Unione) a redigere questo regolamento che ora dovrà essere approvato dal presidente Lula e ratificato dal rappresentante dell'avvocatura stessa Antonio Dias Toffoli.
Mappa topografica dell'Amazzonia
Questa misura, preceduta pochi giorni prima dalla donazione della Norvegia di un miliardo di dollari a favore del Fondo amazzonico contro l'effetto serra e il riscaldamento globale, consente inoltre al governo di recuperare credibilità dopo aver di fatto ceduto il campo alle grandi transnazionali per quanto riguarda la coltivazione della soia. A questo proposito, è arrivato il duro commento di Tomás Balduíno, presidente della Commissione pastorale della terra: «Lula dimentica che ha aperto il paese agli investimenti stranieri».
Ad oggi, secondo i dati resi pubblici dall'Incra (Instituto nacional de colonização e reforma agrária), una superficie equivalente allo stato di Paraíba (circa 5,5 milioni di ettari) è nelle mani degli imprenditori stranieri, che finora hanno avuto vita facile nell'acquisto delle proprietà fondiarie grazie ad una legislazione permissiva che non li obbligava a dichiarare la loro nazionalità all'atto di acquisto e registrazione delle terre, ma c'è di più: gli stessi studi notarili non sempre applicavano la normativa secondo cui l'acquisto stesso della proprietà avrebbe dovuto essere trascritto nei registri contabili e fondiari. Adesso, invece, il padrone della terra sarà obbligato a richiedere l'autorizzazione dell'Incra se vorrà comprare più di quindici ettari di terreno e sarà esaminata anche la localizzazione delle proprietà fondiarie in procinto di essere acquistate.
India della Rondonia
La scelta di limitare l'acquisto della terra da parte degli stranieri e di imprese brasiliane con capitale estero è motivata dall'avvocato Ronaldo Vieira Araújo Júnior, uno degli estensori del testo legislativo, anche sulla base delle recenti scoperte dell'Incra che testimonierebbero l'interesse dei grandi investitori privati stranieri non solo per le terre amazzoniche, ma per quelle di tutto il paese. Un reportage dei giornalisti Fernanda Odilla e Hudson Correa pubblicato su Folha denuncia che il Mato Grosso è lo stato dove si trova la maggior concentrazione di terre nelle mani di imprenditori stranieri, ben 1377 su un'area di 754,7 mila ettari: in questa sorta di speciale classifica dove predomina il capitale straniero seguono Bahia, Minas Gerais, Paraná e Goiás.
In tal senso è interessante citare l'episodio in cui è stato coinvolto l'imprenditore svizzero-inglese Johan Eliasch, titolare dell'impresa specializzata in commercio di legname Gethal, accusato di vendita e trasporto del legno senza aver rispettato la legislazione ambientale brasiliana e per questo multato dall'Ibama (Istituto brasileiro do meio ambiente e dos recursos naturais renováveis). Sembra che Eliasch abbia dichiarato di essere proprietario di una serie di appezzamenti di terra in realtà molto minori di quelli effettivamente posseduti, oltre ad aver commerciato e trasportato legno senza aver prima depositato e stipulato un contratto di nullaosta con l'Ibama.
Il caso Eliasch è però emblematico di come finora sia stato fin troppo facile per gli imprenditori stranieri acquistare territori enormi con semplici trucchi in campo giuridico, soprattutto la compravendita, tramite un semplice click su internet, di terreni incontaminati dell'Amazzonia. Anche in questo caso la foresta amazzonica fa segnalare una vera e propria emergenza: oltre il 55 per cento dei proprietari dei terreni che si trovano nel polmone verde del mondo sono registrati a nome di stranieri. «E in corso una sorta di sorta di disputa mondiale per acquistare le terre brasiliane, in special modo dell'Amazzonia», spiega con preoccupazione il presidente dell'Incra Rolf Hackbart sottolineando la necessità di ripristinare la sovranità territoriale.
Trasporto di soia coltivata in Amazzonia
L'interesse straniero per l'acquisizione dei terreni brasiliani è cresciuta con la maggiore stabilità economica raggiunta dal Brasile, tanto che, per difendersi da questa sorta di rapina delle proprietà fondiarie, l'Agu ha proposto due possibili soluzioni che dovrebbero rientrare nel testo in via di approvazione da parte di Lula. La prima consiste nell'obbligo, per gli stranieri, di comprare non più del 25 per cento dei terreni in ciascun municipio e registrare l'acquisto con atto pubblico, mentre la seconda prevede che gli investimenti stranieri vengano limitati attraverso un progetto di legge approvato dal Congresso, che sarà probabilmente chiamato a pronunciarsi su un altro progetto del governo Lula, relativo alla formazione di una guardia nazionale ambientale (una sorta della nostra guardia forestale) che controlli quotidianamente un territorio così vasto come quello brasiliano.
La politica di preservazione dell'Amazzonia intrapresa dal governo Lula ha lasciato però abbastanza scettiche le organizzazioni non governative. In un'intervista rilasciata alla Bbc brasiliana, il rappresentate carioca di Greenpeace Paulo Adario ha ritenuto esagerate le preoccupazioni del governo in merito all'acquisizione dei terreni dell'Amazzonia da parte di investitori stranieri, motivandole con il desiderio del Planalto di mostrare all'opinione pubblica internazionale la capacità di amministrare la foresta amazzonica nel migliore dei modi ed evitare le ingerenze di altri stati sul polmone verde del mondo piuttosto che da una reale attenzione per il suo destino in quanto tale.
Può darsi che il governo sia stato spinto a muoversi su questo terreno in seguito alla recente condanna ricevuta ad opera del Tribunale latinoamericano per l'acqua (Tla), riunitosi a metà settembre in Guatemala per censurare il Brasile in merito al mancato rispetto dei diritti indigeni e per devastazione ambientale. La costruzione di centrali idroelettriche sul Rio Madeira (stato di Rondonia) "hanno messo a rischio il benessere fisico e sociale delle comunità abitanti nella zona danneggiate da queste grandi opere e non hanno rispettato i vincoli di impatto ambientale", ha scritto il Tla nella sua relazione, causando di certo un danno di immagine del Brasile a livello internazionale: se questa fosse stata una delle cause che hanno indotto il Planalto a ripensare la sua politica ambientale e a fare propria la proposta di blocco dell'acquisto dei terreni stranieri varata dall'Agu, non si potrebbe far altro che lodare il severo ammonimento del Tribunale latinoamericano per l'acqua.
10.10.2008