Invito a una festa esclusiva in una favela di Rio. L'interminabile "salita agli inferi" tra variopinti tatuaggi, cordoni da trafficante, armi spianate e il rombo assordante degli altoparlanti.
iemerso dal sonno di una traversata interminabile, scendo dall'autobus semivuoto nelle vicinanze del quartiere Meier, profondo sobborgo di Rio de Janeiro sconsigliatomi dagli amici rimasti nel vociante gozzoviglio sotto gli archi di Lapa. Ma io sono fatto così, mi butto senza pensare. L'invito alla festa funky, esclusiva delle favela, lo aspettavo con impazienza.
Qui sopra e di seguito immagini scattate in alcune favela di Rio
La notte deserta è ferita da radi lampioni gialli. «Si sale di qua». Rodrigo mi precede mimetizzato nelle ombre. Non si nota nemmeno quell'opera d'arte che chiama scanalatura dei capelli, mattoncini neri come la pelle su un corpo da liceale tatuato. Attraversiamo la strada dirigendoci verso un vecchio kombi Volkswagen con la parete aperta, dentro il quale un uomo in grembiule sta preparando hamburger fumosi per i quattro avventori che vociano lì intorno.
Mi tasto il portamonete e la custodia della macchina fotografica saldamente agganciati alla cintura, parzialmente nascosti dalla camicia. È un tic nervoso che ormai mi assale a ogni angolo di strada, assieme a quello di sincerarmi di avere le chiavi di casa saldamente agganciate al passante dei pantaloni. Non mi dà la sicurezza, ma perlomeno la speranza di avere un luogo dove tornare.
Diamo così l'ennesimo tributo all'abbattimento del colesterolo giornaliero intraprendendo una scarpinata per il quartiere deserto, arrancando verso una salita che si fa sempre più pronunciata, svoltando a tratti per attraversare cumuli di terra, una crepa nel muro, una rete strappata. «E' una scorciatoia», mi rassicura Rodrigo. Grazie al cazzo. Adesso sono sicuro di non tornare più indietro senza di lui. «Ma qui non siamo ancora in favela», azzardo. «Adesso si dice comunità», precisa.
Comunque ci stiamo arrivando, perlomeno nella zona circostante dove abita la gente normale. In quella casa là di fronte abita il colonnello della milizia che sta cercando di prendere possesso della "comunità". Ha tentato diverse volte, ci sono state battaglie con i capi del morro, ma ancora non ci sono riusciti. La "comunità" di Lins e del Comando Vermelho che è molto forte e può contare su molti appoggi nelle favela vicine.
«E la gente che cosa ne pensa?», mi informo. «Agli abitanti della comunità in fondo non va bene la milizia, preferiscono ancora i capi di adesso», è la risposta. «I trafficanti?». «Si. Almeno loro sanno qualcosa dei problemi, mantengono l'ordine, il rispetto. Nessuno ruba, nessuno fa niente contro un altro abitante. Il mese scorso hanno preso un uomo accusato di aver stuprato una ragazzina. L'hanno portato in cima e la sodomizzato con un manico di scopa».
No, nessuno osa fare niente di male contro un altro abitante. Anche a me avevano tentato di rubare, così gli ho detto «Che c'è, ragazzo? Non vedi che sono uno della comunità?». E lui continua: «Hai perso hai perso, tira fuori il denaro». Gli dico di no, che non tiro fuori niente. «Sono uno anch'io, cosa vuoi, che parlo col capo?». Allora ha capito e ha lasciato perdere. Invece quelli della milizia non sono niente, prendono possesso della zona e mettono una tassa su tutto con la scusa di mantenere l'ordine. Ma alla gente non piace.
Là in alto si cominciano a intravedere le luci della favela. «Sembra un albero di Natale, ma non è un albero di Natale», tento con la mia ironia portoghese. «Ah, eh!», mi fa senza avere capito. Le gambe reclamano. «Ma non è che qui ci sono mototaxi?», gli butto là speranzoso. «Sì», risponde con aria interessata. Avanziamo verso un posto di blocco. Quando siamo a venti metri scopro che il poliziotto davanti alla transenna è soltanto un manichino col braccio alzato. Anche il militare taroccato.
Saliamo sulle moto senza casco e iniziamo un saliscendi a zig-zag in mezzo a un esteso intrico di vie disseminate fra i campi a ridosso della collina da dove occhieggiano migliaia di deboli luci. Prendo nota mentalmente di alcuni scorci da riprendere al ritorno. Veniamo scaricati a ridosso di una selva di motociclette a un punto di non ritorno. Il funky tuona imperioso qualche casa più in là.
Ora inizio a inspirare l'aria di festa da sparo. Mi tocco le tasche e tiro la camicia sopra la cintura, neanche tanto sicuro che non mi sgamino come gringo, condizione di cui io stesso sento il puzzo lontano un miglio. Camminiamo nel vicolo in salita affacciandoci ai banchetti di birre, sigarette. L'umanità che incontriamo è tutta di ragazzi e ragazze. I maschi vestono principalmente i bermuda colorati della festa e magliette con scritte americane. Molti sono a petto nudo, soprattutto per sfoggiare tatuaggi o cordoni da trafficante, mentre i più fighi portano i jeans. Le ragazzine, dai 12 anni in su, hanno tutte una minuscola maglietta che lascia ampiamente scoperta la pancia, i capelli bagnati e la predisposizione a ballare il funky de creu, un ritmo modaiolo vagamente idiota, per usare un eufemismo.
«La vera festa non inizia prima delle due», mi annuncia Rodrigo, e capisco perché arrivare fin qui è stata un'interminabile odissea. Saliamo fino alla quadra di ballo, una'area in cemento della dimensione di un campo da basket, forse una delle attività praticate durante il giorno. Ma adesso è un pulcinaio di ragazzi e banchi di bibite. Sullo sfondo campeggia un muro di altoparlanti che sconsigliano di avvicinarsi a chi non abbia già deciso che la vita è un'avventura di passaggio.
Ci dirigiamo verso il banchetto centrale, che sfoggia lattine e bottiglie vuote appese con lo spago, una via di mezzo fra la decorazione e la pubblicità. Rodrigo vorrebbe farsi una Red Bull contando sul mio appoggio finanziario, ma quando gli chiedono 10 real le sue certezze vacillano. Il dj si sta scaldando, ma il centro della quadra aspetta ancora di essere riempito. I ragazzi sono tutti accalcati contro le reti, intrattenendosi con le ragazze o accennando riscaldamenti di danza, lanciandosi sguardi significativi che ricordano certe foto esibite su Orkut.
Ripieghiamo verso un banchetto di strada dove compriamo una Skol e una H2O al limone lievemente gasata. È il momento di darsi un'occhiata in giro: le frotte arrivano divise per bande di età omogenee. I tredicenni hanno l'aria di chi vorrebbe dimostrarne 15. C'è un eccesso di cappellini da baseball, di incisioni sopra i capelli tagliati corti sfoggiate da ragazzi di colore. L'atmosfera di luogo reietto risplende di opportunità quando sono tutti là per farsi vedere.
Ritorniamo verso il centro della festa, che nel frattempo sta iniziando a bombare. Rimaniamo un po' di lato a dimenarci come idioti, confortandoci con le nostre bibite. Al nostro fianco diversi ragazzi bevono acqua. Abitudini inusuali per una festa. Guardo meglio: quella che sembrava condensa gelata mi appare adesso come una rada nebbiolina. Mi avvicino fingendo di ballare e li osservo portarsi alle labbra la bottiglietta d'acqua che sembra vuota ma con qualche goccia di liquido bianco sul fondo. Il mistero è svelato: stanno aspirando. La consapevolezza di trovarsi all'interno di una favela è data dai comportamenti, oltre che dalle facce. E qui l'uso delle droghe non deve essere nascosto. Le feste funky del sabato sera sono una delle maggiori occasioni di spaccio e per questo attirano frequentatori dai quartieri vicini.
Attraverso teste e capelli vedo avanzare un fucile alzato: nessuno si scompone. Il segurança è un ragazzo come gli altri - solo lo sguardo un po' più idiota - seguito da tre ragazzini in scala che sembrano i nani di Biancaneve e forse sono fratelli o soltanto fan dell'armigero. Dalla mia postazione, vicino all'ingresso del campo, ne vedo passare diversi, di ragazzi armati. Pistole nere, lucide, revolver. E poi i fucili, carabine, kalashnikov, M16, fucili a pompa, tutti portati con la leggerezza di una goccia di Chanel.
Dopo un po' Rodrigo, avvicinato dal ragazzo con la pistola, inizia un battibecco il cui senso, assordato dai battiti degli altoparlanti, non riesco ad afferrare. La questione continua per un paio di minuti e l'unica cosa che mi inquieta è che pur essendo vicini facciano un deliberato sforzo per non rivolgermi un'occhiata. Quando il pistolero si allontana di un paio di passi, Rodrigo mi urla nell'orecchio col preciso intento di perforarmi il timpano. Gli faccio un segno negativo e decidiamo di portarci all'esterno, dove il rumore batte mezzo decibel più basso.
«Qual è il problema?». «Dice che ti ho portato nella bocca di fumo, è una cosa che non si fa». «E adesso?». «Vuole che ti porto a casa di un dirigente dello spaccio». No, no, questo non deve succedere, penso con la velocità del funky e gli grido all'orecchio: «Domandagli se vuole bere alla mia salute e dagli 20 real». Seguo con la coda dell'occhio la trattativa sottolineata da violente scosse di capo del pistolero, che gli urla qualcosa all'orecchio. Rodrigo ritorna verso di me. «Dice che ne vuole trenta». Così è cominciata la danza, mi dico. Non speravo di passare indenne sulla tassa del gringo. Gli passo una banconota da 50, con la quale andrà a prendere qualcosa da bere anche per noi, mentre rimango lì ad aspettarlo.
Scruto intorno e mi perdo ad ammirare due ragazzine che frullano il deretano in una sorta di trenino erotico a beneficio degli adolescenti che sbavano intorno. Alla mia sinistra un ragazzo vibra ma senza martello pneumatico, alla mia destra due ragazzi si arrotolano uno spinello, più in là un altro piscia contro il muro. Liberarsi la vescica é facile, non occorre tirar giù la patta, ma solo arrotolare la gamba del bermuda leggero lasciando scivolare fuori il serpentone e svuotando la saccoccia in sovrappiù, aiutati dalla forza di gravità, protetti dalla semplicità del gesto. Uno scarto e via. Il ragazzo nota il mio sguardo e accenna a un sorriso safado, furbesco, per nulla imbarazzato. Potrebbe facilmente chiedermi gostou aquilo que viu, ti é piaciuto quello che hai visto, preambolo di ulteriori concessioni. Ma qui il baile monopolizza ogni piacere individuale, anche quello che per strada potrebbe facilmente incamminarsi in un sentiero protetto dalla discrezione. Rimango solo tra le onde sonore che si abbattono nel mio angolo abbandonato.
Dopo dieci minuti mi chiedo quale sorte mi tocchi se rimango isolato. Scruto impaziente sopra le teste e vedo solo ricci, cappellini, fucili. Quando finalmente Rodrigo ritorna sono ansioso di sapere com'è andata a finire. Tutto bene quando qualcuno paga, mi par di capire. Il problema è sapere se siamo soltanto all'inizio. Proseguiamo a far finta di ballare, io tengo le mani in tasca per nascondere portafogli e macchina fotografica ma mi prudono le mani: mi guardo intorno come un allucinato e vorrei scattare foto, scattare, scattare.
Ogni inquadratura passa dagli occhi al cervello, dal cervello all'archivio, dall'archivio alla carta carbone della memoria. Facce, culi, armi, luci, bombardamento musicale sopra i 100mila watt. Adesso è ressa, si passa a fatica come una lama tra la gente che va, che rimane, che viene in uno strusciare che mi impone movimenti guardinghi per non urtare, sospingere, pestare nessuno. Tra la fila che entra mi trovo faccia a faccia con un ragazzo butterato con fucile a pompa in mano, mento alzato come un bandito da telefilm e occhi appannati. Ci urtiamo e tentiamo una danza per passarci a destra o a sinistra, mentre io indosso lo stesso sguardo velato. Raggiungiamo un gruppo di giovani adolescenti, con i quali Rodrigo inizia il rituale dei saluti, sorridendo e scontrando i pugni. A fianco due ragazze ben vestite sfoggiano minigonne altolocate. Le raggiungono due fusti a petto nudo, pantaloni di tela quadrettati e capelli impomatati. È uno stile da zona sud, laggiù in basso nell'asfalto ricco. Saranno venuti a godersi in santa pace una scorpacciata di crack e musica.
Riprendiamo la salita mentre due musiche iniziano a miscelare il loro battito e raggiungendo una zona di tregua dove si riesce almeno a parlare. È qui che si concentra la maggior parte dei baracchini di bibite, salsicce e risate. Rodrigo stappa un'altra lattina di birra comprata con la mia ultima banconota da 50 real di cui non ho mai visto il resto. Io continuo a portarmi dietro la mia mezza bottiglia di H2O che mi dà un tono di idiota innocenza.
Durante il cammino davanti a me si para un ceffo col mitragliatore seguito da tre ragazzini dallo sguardo altrettanto truce. Vivo nell'apnea dolorosa del fotografo monco. Mi fisso l'immagine di quel cappellino, il collo scuro imperlato di micro sudore, l'arma scrostata e opaca, la cinghia di pelle grossa un dito. Il ceffo volta la testa e incontra il mio sguardo. Proseguiamo qualche passo e si volta di nuovo. Sono sempre lì, quattro passi dietro di lui, a osservarlo.
Camminiamo lentamente verso la cima, la nuova musica ha preso il sopravvento inglobando prepotente ogni spazio libero. Sono come catturato dalle immagini che mando avidamente a memoria . Passa un minuto e l'uomo con il mitra volta nuovamente la testa dietro di sé cercando il mio sguardo. Butto gli occhi sulla mia acqua che inizio a bere senza togliere il tappo. Non provocare un trafficante con arma, mi dico. Arrivati in cima le casse altoparlanti sono 46, alte ognuna come un corazziere, contate singolarmente con gli occhi, dato che le dita mi sono finite dentro i buchi delle orecchie per impedire che il cervello ne scivoli fuori.
Ho visto abbastanza, mi siedo su un gradino alle spalle dell'atomica musicale e aspetto paziente che Rodrigo mi chieda se voglio andare a casa mentre i vicoli continuano a eruttare giovani sorridenti e ragazzine succinte in ciabatte colorate. Pur di allontanarmi da quell'inferno ritmato che mi sta alterando il battito cardiaco, accetto di fare una passeggiata verso l'alto nutrendomi dell'oscurità, fiancheggiando banchetti che vendono fumo, polvere bianca e bottigliette di liquido opaco. Dall'ultima terrazza in cima la visione è come sempre ad ampio raggio, così sono finalmente autorizzato a scattare qualche foto nella notte.
La festa funky e fucili scivolerà fino a mattina come una processione che solleva tra la folla santo kalashnikov e santa cocaina, ma io alle quattro e mezzo mi sento già abbondantemente benedetto. Saluto senza rimpianti i trafficanti e il loro machismo armato, contento di non essermi imbattuto, neppure per errore, in un grilletto tremolante di droga.
10.10.2008