L'Unione europea ha allentato il blocco dell'importazione di carne bovina. E ha autorizzato 106 fattorie brasiliane all'esportazione. Una tregua che fa respirare produttori e aziende alimentari.
'Unione europea ha allentato il blocco dell'importazione di carne bovina brasiliana, imposto all'inizio dell'anno. E ha autorizzato 106 fattorie brasiliane all'esportazione del prodotto «in natura» verso i paesi dell'Ue. La sospensione del blocco ha avuto il sapore di una tregua per dare una risposta, anche se parziale, agli interessi dei produttori e alle esigenze degli importatori del prodotto.
Allevamento di bovini da macello in Brasile
Dal Brasile, il ministro dell'agricoltura Reinhold Stephanes cominciava a lamentarsi delle complessive perdite derivanti dall'embargo e valutate dai produttori in cinque milioni di dollari al giorno. Gli importatori italiani della Valtellina, davano segni di preoccupazione per l'eventuale mancanza della carne bovina brasiliana, considerata un'ottima materia prima nella produzione della pregiata bresaola. A fine febbraio, nell'ultima riunione tenutasi a Bruxelles tra i ministri Ue per l'agricoltura, l'italiano Paolo De Castro aveva ribadito l'esistenza di un forte «problema bresaola», nato dal blocco alle esportazioni di carne bovina brasiliana.
La notizia dell'agevolazione è stata inoltrata al governo brasiliano e agli importatori europei di carne, accompagnata da un fermo avvertimento: l'elenco è provvisorio e revisionabile, alla luce della missione di controllo degli ispettori europei in Brasile, per verificare sul terreno il rispetto delle garanzie richieste dall'Ue. Inoltre, all'attuale lista possono essere aggiunte solo le aziende giudicate in grado di esportare carne nei parametri di tracciabilità definiti dall'Ue, secondo gli accordi firmati lo scorso anno.
I nomi delle nuove aziende destinate a completare la quota definita saranno resi noti tra fine marzo e inizio di aprile, dopo la conclusione dei controlli a campione avviati sul territorio brasiliano dagli ispettori sanitari del Fvo (il dipartimento per l'ufficio Alimentare e veterinario europeo). L'Unione europea mantiene finora una posizione molto lontana dagli intenti dal ministro Stephanes, secondo cui le aziende idonee all'esportazione sarebbero tra quattromila e cinquemila. La portavoce della commissione per la Salute e la tutela dei consumatori, Nina Papadoulaki, ha ribadito che l'Ue non intende ammettere più di trecento aziende brasiliane esportatrici del settore.
Reinhold Stephanes, ministro dell'agricoltura
Nel 2007 le incongruenze tra le misure adottate dal governo brasiliano e le esigenze formulate dall'Ue sul piano burocratico, tecnico e sanitario, per il commercio di carne bovine erano state sottolineate in un rapporto destinato a Stephanes. In gennaio, il ministro aveva inviato alla Commissione una lista di 2681 aziende (poi ridimensionata a 600), contro il numero massimo indicato dall'Ue di 300 candidate all'abilitazione certificata per l'esportazione, facendo scaturire il blocco.
Il governo brasiliano aveva protestato presso l'Organizzazione Mondiale del Commercio, ma in seguito lo stesso Stephanes aveva ammesso l'esistenza di errori e lacune nella filiera del settore nella mancata identificazione dei bovini dalla nascita all'abbattimento, pur escludendo l'ipotesi di frodi sul piano della tracciabilità da parte del Sisbov (Serviço Brasileiro de rastreabilidade da cadeia produtiva de bovinos e bubalinos). Il ministro aveva inoltre ammesso che in passato si erano verificati casi, nell'esportazione verso l'Ue, di spedizione di commesse prive di documentazione sulla tracciabilità del prodotto.
Grande pressione, scarsa chiarezza
Reinhold Stephanes, dopo avere subìto forti pressioni dagli allevatori brasiliani, si è impegnato a ottenere dall'Ue la revisione dei parametri impostati nell'accordo firmato a luglio del 2007 sull'esportazione di carne bovina, allo scopo di renderli più malleabili e realistici in merito ai livelli di qualità e sicurezza richiesti. Le regole stabilite prevedono l'identificazione dei capi di bestiame dalla nascita all'abbattimento e la documentazione riguardante i dati relativi ai luoghi dove l'animale è allevato, i vaccini somministrati, gli spostamenti, i centri di macellazione ai quali è destinato e conservato.
Industria alimentare brasiliana
Poiché l'accettazione dell'accordo implica l'obbligo di dichiarare il reale numero di capi di bestiame presenti in allevamento, gli allevatori hanno resistito a lungo all'idea di sottostare alle normative Ue, pur desiderando continuare a esportare carne bovina in Europa. Il ministro le giudica «troppo burocratiche», ma finora non ha trovato argomenti tali da persuadere il commissario europeo per la Sanità Markus Kyprianou ad aumentare considerevolmente il numero di fattorie autorizzate a esportare carne bovina.
Fin dal 2007, l'Ue aveva chiesto una serie di rapporti scritti e documentati sullo stato degli allevamenti brasiliani. L'esecutivo europeo, a fronte della mancanza di risposta, ha messo in dubbio l'esattezza dei dati contenuti nel primo elenco elaborato dal governo brasiliano, che comprendeva le 2681 aziende in grado di esportare carne (numero otto volte superiore a quello indicato dalle autorità di Bruxelles), optando per la proibizione delle esportazioni.
Secondo Padraig Walshe, presidente dell'Irish Farmer's Association, l'associazione irlandese degli allevatori, il governo brasiliano deve capire che l'Ue non è più disponibile ad accettare promesse né proposte in assenza di concrete modifiche di comportamento in grado di garantire realmente la sicurezza igienica e sanitaria dei prodotti alimentari esportati: «Il governo brasiliano non doveva opporsi alla consegna dei rapporti tecnici fino a subire l'effetto dell'embargo iniziale. Ora le restrizioni imposte rappresentano un passaggio obbligato perché si riesca a individuare una soluzione politica equilibrata, anche se non sempre soddisfacente per la parte brasiliana».
Luigi Gambardella, presidente di Eubrasil
Il ministro brasiliano, secondo l'associazione Eubrasil - dedita allo sviluppo e consolidazione dei rapporti tra Brasile e Europa - ha accettato le restrizioni dell'Ue per dare alle autorità europee un segnale di apertura verso la ripresa dei negoziati nella ricerca di un vero accordo, soddisfacente per le parti interessate. «Dobbiamo dare priorità alla ripresa dell'attività di esportazione. Dopo potremo pensare all'inclusione di altre aziende nell'elenco approvato dagli esperti europei», spiega il presidente di Eubrasil, Luigi Gambardella.
Stephanes ha anche manifestato il timore di vedere messa a rischio la credibilità del settore presso altri clienti esteri (come ad esempio il Medio oriente), dopo le sue ammissioni sulle avvenute esportazioni di carne priva di tracciabilità e le restrizioni imposte dall'Ue. Inoltre le autorità di Bruxelles sottolineano che possono controbilanciare l'eventuale scarsità di carne esportabile e disponibile negli allevamenti brasiliani autorizzati con prodotti importabili da altri paesi come Argentina, Uruguay e Australia. Un ulteriore segno che l'Ue intende mantenere inalterato il tetto inizialmente stabilito di aziende che saranno autorizzate all'esportazione di carne.
Il comitato parlamentare per l'Agricoltura, presieduto dal deputato Neil Parish, ha programmato due dibattiti sulla questione rispettivamente nei mesi di marzo e aprile, subito dopo il rientro a Bruxelles della missione tecnico-sanitaria dell'Ufficio alimentare e veterinario europeo. Nel 2007, l'Unione Europea ha importato 194mila tonnellate di carne bovina «in natura» oltre a 100mila tonnellate equivalenti alla carne di produzione industriale, non soggetta a embargo.
Bresaola brasiliana, anzi valtellinese
Il Brasile esporta circa 17-18mila tonnellate di carne destinata alla produzione della miglior bresaola valtellinese nell'area del consorzio Igp (Indicazione geografica protetta). «È carne disossata, pronta alla stagionatura, con caratteristiche che possono soddisfare il disciplinare dell'Igp nel rispetto assoluto delle regole europee», sottolinea il ministro De Castro, che aggiunge: «Faremo di tutto per stimolare i brasiliani a rispettare le regole sulla tracciabilità». All'inizio dell'anno il ministro si era recato in missione in Brasile per studiare l'eventuale importazione di capi vivi di bestiame in Italia e per controbilanciare i costi dell'importazione di 1,5 milioni di capi da Francia e Germania, che non sempre soddisfano la domanda.
Bresaola valtellinese
La carne bovina brasiliana usata per la bresaola rappresenta il 95 per cento dell'intera produzione italiana, di cui 12mila tonnellate ricevono la certificazione Igp. «La produzione di bresaola - spiega Emanuele Bertolini, presidente della Camera di commercio di Sondrio - è ottenuta dalla lavorazione di circa 32mila tonnellate di carne bovina, quasi integralmente proveniente dall'America latina e dal Brasile in particolare». Con un fatturato di circa 230 milioni di euro e una percentuale di export che si attesta intorno al 12 per cento, il comparto rappresenta - secondo Bertolini - «una delle realtà più significative e dinamica livello provinciale, con la presenza di impianti produttivi di importanti operatori nazionali che lavorano secondo la più genuina tradizione».
Per effetto dei meccanismi di globalizzazione economica, la bresaola in verità potrebbe essere considerata un prodotto genuinamente italobrasiliano. Con un costo finale che dovrebbe essere inferiore a quello che il comune consumatore paga normalmente, se non fosse per l'incidenza dei passaggi commerciali tra la produzione e la vendita finale. Una realtà che si verifica anche per altri prodotti della filiera agroalimentare e che non favorisce l'abbassamento dei costi per il consumatore.
L'associazione Adiconsum indica che l'attuale periodo di crisi economica è nero per i consumatori e gli allevatori italiani: «La concorrenza della carne importata mette il settore a dura prova. Se la carne, ad esempio, è importata dal Brasile, il costo medio al chilogrammo è di un euro sommato ad altri due di tasse d'importazione. La speculazione è praticata, ancora una volta, dalla distribuzione. Il ricarico lungo la filiera va dal 200 per cento del macinato al 500 nel caso del filetto o della fettina». L'Adiconsum solleva la necessità che i commercianti indichino, oltre al prezzo di vendita, anche il costo d'acquisto, «per evidenziare gli eventuali aumenti ingiustificati e le speculazioni, sotto il controllo da parte delle autorità competenti».
L'Assocarni, invece, ha attribuito l'aumento dei prezzi alle «difficoltà di approvvigionamento in carni dal Brasile e dall'Argentina», che comporterebbero «una diminuzione dell'offerta in un mercato comunitario deficitario». Ma è stata prontamente criticata dalla Coldiretti, che sottolinea l'importanza dell'embargo imposto dall'Ue: «Dobbiamo difendere, in questa misura, anche gli allevatori italiani che rispettano precise condizioni igienico sanitarie e hanno adottato un sistema di tracciabilità che garantisce la qualità della produzione, mentre sono costretti a subire la concorrenza sleale della produzione brasiliana. Vale la pena di ricordare che l'Italia è uno dei principali importatori di carne dal Brasile con un quantitativo annuo di circa 60mila tonnellate e un aumento del 18 per cento verificatosi nel 2007».
L'acquisizione da parte di una multinazionale brasiliana del 50 per cento del più grande trasformatore di carne in Italia, secondo la Coldiretti, «non deve far chiudere gli occhi ad Assocarni sul fatto che l'Unione europea ha evidenziato l'incapacità del paese sudamericano di assicurare una corretta tracciabilità della carne e di garantire che nei piatti dei cittadini europei finiscano soltanto carni provenienti da zone esenti da malattie come l'afta epizootica».
Nei prossimi mesi l'Ue diffonderà le sue scelte, ma i consumatori saranno sempre più costretti a seguire l'evolversi del mercato brasiliano degli allevamenti, per capire quale pietanza si apprestano a consumare nei loro pasti.
10.03.2008