Il selvaggio Nordest di Eckhout

I dipinti del pittore olandese e la passione che hanno suscitato in principi e regnanti di epoche remote. Fino al recente interesse dei critici d'arte brasiliani.

Il principe di Nassau-Siegen, settantacinque anni compiuti, era prossimo alla morte. Nel suo palazzo di Clèves si sentiva invaso dal rimpianto e dalla speranza che il nuovo re di Danimarca, figlio di suo cugino Federico III, gli restituisse quei quadri di un pittore olandese che di nome faceva Albert Eckhout, se mai il giovane re ne avesse sentito parlare. Il principe rimpiangeva anche i paesaggi del pittore Frans Post, più rinomato di Eckhout, che aveva donato al Re Sole. In questo caso il principe non osava sperare. Luigi XIV di Francia non era suo parente.

Albert Heckhout: "Nera"

Albert Heckhout: "Nera"

In secondo luogo, noblesse oblige, il Re Sole non aveva riguardo per uno che s'era appartato dal mondo. Non c'era chi avesse obbligato Maurizio di Nassau-Siegen ad affezionarsi alla città che governava saggiamente da più di sei lustri per conto del principe elettore di Brandeburgo, suo fratello. Ma la saggezza il più delle volte è una scorza. Il governatore di Clèves era roso da un tarlo: rimpiangeva il selvaggio Nordest del Brasile. Il principe aveva tanta saudade di quel Nordest, di cui era stato governatore generale per sette anni, che aveva reso Clèves più alberata e più verde.

Così, spinto dalla saudade e dalla speranza, il 26 giugno 1679 il principe di Nassau-Siegen scrisse all'ambasciatore dei Paesi Bassi presso Cristiano V di Danimarca. «Vivo qui ritirato, in questo luogo solitario, per restare per quanto possibile lontano dagli affari civili e dalla guerra, ma anche per riguardo alla mia età. Ed essendo questo luogo poco meno che selvaggio, sto meditando di far rientrare in casa mia le immagini dei popoli selvaggi del Brasile da me governato. Informo Vostra Signoria che molti anni or sono regalai a Sua Maestà Regale, che Dio l'abbia in gloria, alcuni quadri che ritraevano quelle genti. Mi risulta ora che il Vostro nuovo Re felicemente regnante non ne apprezzi il valore. Per la qual cosa chiedo a Vostra Signoria che si incarichi di sondare il terreno per accertare se detta Maestà non intenda eventualmente disfarsi di quei quadri per farmeli riavere; e nel caso non voglia, se non intenda almeno degnarsi di lasciarmeli copiare, cosa che ahimè non ho fatto prima».

Passarono tre lunghi mesi. A settembre l'ambasciatore diede riscontro. Informò il principe di Nassau-Siegen che il re acconsentiva a far riprodurre quei quadri, patrimonio irrinunciabile della Kunstkammer reale. L'ambasciatore aveva fatto presto, tutto sommato, ma ormai era troppo tardi. Maurizio di Nassau-Siegen passò a miglior vita il 20 dicembre 1679. L'autore dei quadri, anche lui defunto da qualche anno, tornò a morire con il suo amato principe. Vite e morti parallele, un destino comune. Ma è noto che all'arte e alla morte il destino non comanda. Due secoli dopo, nel 1876, quei dipinti conquistarono dom Pedro II, duca di Braganza e imperatore del Brasile, che si aggirava in incognito per il Museo Nazionale di Danimarca. Da lì a poco i selvaggi abitatori del Nordest rientrarono in Brasile per interposta tela, sotto forma di sei copie ridotte ma conformi in tutto e per tutto agli originali di Albert Eickhout.

Danza tapuia

Danza tapuia

Ma da cosa fu conquistato Pedro II, che era reduce dall'Esposizione universale di Filadelfia e s'era appena fatto installare nella reggia di Rio il primo telefono del Brasile? Anzitutto, da quel profumo di Brasile antico, esotico per gli europei ma non per lui. E in concreto, dalla serie di quadri con otto figure di uomini e donne che formavano quattro coppie: due di indigeni (Tupi e Tapuia), una di africani (rappresentati con gli schemi usati per le due coppie di indigeni), una meticcia (un mulatto e una mamelucca), tutte rese «in modo chiaro e puntuale», ha osservato il pittore e critico d'arte pernambucano João Câmara, e cioè con attenzione storico-naturalistica per la luce e i dettagli.

Secondo Ernst van den Boogart e Peter Manson, la coppia del mulatto (nato da un europeo e da un'africana) e della mamelucca (nata da un europeo e da un'indigena), entrambi abbigliati, starebbe all'apice di una "gerarchia" di cui l'Indio e la India Tapuia, antropofagi, interamente nudi, occuperebbero il livello più basso. Pedro II fu attratto anche dalla danza dei Tapuia, capolavoro di Albert Eckhout, e dai dodici vitalissimi trionfi di frutta e ortaggi tropicali talvolta mischiati a frutta e ortaggi d'Europa, con effetti di luce e dettagli replicati dai grandi quadri.

Ciò ha fatto supporre con fondamento che quelle nature morte (che ingrata definizione) furono dipinte da Eckhout per fare da pendant ai grandi quadri, come arredo del Palazzo Friburgo di Recife, residenza di Maurizio di Nassau. Un programma probabilmente concepito o approvato dall'architetto Pieter Post, fratello di Frans e progettista del Palazzo. Tra le opere di Eckhout viste da Pedro II, mancavano due tele anch'esse appartenute al principe di Nassau-Siegen. Una era la danza eseguita dai Tapuia al cospetto del governatore generale, dipinta per essere esposta in un salone del Palazzo Friburgo, di fronte alla scena di danza superstite.

Tabacchiera di oro e smalto con l'immagine di Pedro II

Tabacchiera di oro e smalto con l'immagine di Pedro II

 I critici d'arte brasiliani, interessati a cogliere nei quadri di Eckhout il punto di vista degli artisti olandesi nel Nordest, si sono dedicati soprattutto alla India Tapuia, che gli europei di allora percepirono come una Eva dei Cannibali. La donna, inquadrata da alberi e piante e accompagnata da un cane, stringe nella destra i resti di un braccio e regge una sorta di gerla da cui sporge un piede con la sua gamba. Dietro di lei, in lontananza, due gruppi di indigeni avanzano su una collina.

I Tapuia avevano fama di mangiare le carni dei loro morti e anche quelle dei neonati. Nelle prime scene europee di analogo soggetto, la pratica antropofagica è resa con toni di un realismo truculento che qui non si avverte. L'Indio Tapuia è raffigurato in armi, su uno sfondo dello stesso tipo, in una posa e con tratti che richiamano quelli della India corrispondente. Identica cura per i colori e il nitore delle forme si avverte nelle altre tre coppie, che hanno suscitato entusiasmo nel 2002, in occasione di una mostra temporanea fortemente voluta dall'Instituto Brennand di Recife e patrocinata dalla Corona d'Olanda.

Con altrettanto entusiasmo è stata accolta la danza Tapuia, una sequenza di dieci figure: otto uomini armati di lancia disposti su due piani paralleli e due donne che assistono alla danza, appena in disparte ed emotivamente amalgamate alla scena. L'intreccio delle armi e dei corpi richiama modelli europei rinascimentali, coscientemente negati e riciclati da Eckhout in uno schema nuovo, spettacolare, imposto dall'evento rappresentato. Luce chiara e dettagli decisi, all'olandese, come se il tutto fosse visto attraverso una lente. Per citare un'altra battuta di João Câmara, Albert Eckhout usa il teleobiettivo, mentre Frans Post, il paesaggista del conte di Nassau-Siegen, preferisce il grandangolo.

Albert Eckhout:

Albert Eckhout: "Natura morta"

Questa divisione dei compiti, dei soggetti e della produzione pittorica, con identica destinazione (il Palazzo Friburgo di Recife) sembra volere includere nei paesaggi quanto più territorio possibile, e valorizzare al massimo, dopo averle inquadrate, figure umane e nature morte. Eckhout e Post erano quasi di certo al corrente di un'esperienza di Keplero, il quale nel 1620, collocando uno specchio alla sommità di una tenda da campo e una lente all'interno della tenda chiusa, sperimentò la prima camera oscura.

Le nuove scienze europee e le ambizioni rampanti della Nuova Compagnia delle Indie Occidentali condizionarono gli artisti ufficiali della spedizione olandese. Eckhout e Post non sono astri dell'arte universale, del livello, poniamo, di un Rembrandt o di un Rubens. D'altra parte, Rembrandt o Rubens non avrebbero mai accettato di chiudere l'atelier, fare fagotto e salpare per il selvaggio Nordest dietro al conte di Nassau-Siegen. Che negli ultimi mesi di vita, consumato dalla saudade nella gabbia dorata di Clèves, sperava di tornare a godersi dei quadri che aveva incautamente donato al re di Danimarca.

E non c'è da pensare che si sarebbe consolato granché, se mai avesse immaginato che nel giro di due secoli un imperatore d'oltremare sarebbe finito sul coperchio di una tabacchiera d'oro e di smalto, affiancato da due giovani donne, la prima delle quali, europea, alludeva alla Marina militare, mentre l'altra, indigena, seduta su una balla pronta per il trasporto, era l'allegoria della Marina mercantile di un impavido colosso: l'Impero del Brasile.

10.12.2007