In attesa di riprendere l`attività questa rubrica vi offre la lettura di `Il Ciclista Urbano` di Daniel Galera, `Os coraçôes futuristas` di Urariano Mota e `Alle sei in punto` di Elvira Vigna.
n attesa di riprendere la normale attività, `Fuori dalle righe` vi offre la traduzione di tre racconti inediti di Daniel Galera, Urariano Mota e Elvira Vigna, tre interessanti autori di cui questa rubrica vi ha già riferito nelle puntate precedenti. Buona lettura. (pdm)
Daniel Galera
Da Mãos de Cavalo: Il Ciclista Urbano
Non esiste terreno impossibile per il Ciclista Urbano. Le sue potenti gambe spingono alternativamente sui pedali, destra, sinistra, destra, sinistra, calcolando l’inclinazione della salita a seconda della forza richiesta ai muscoli della coscia e del polpaccio ad ogni giro completo della corona dentata anteriore. Le piante dei piedi e i palmi delle mani processano ogni vibrazione trasferita dai pneumatici al manubrio e al telaio della bicicletta, compiendo microaggiustamenti di direzione e di equilibrio ad una velocità più rapida di quella del pensiero. Il tratto di salita da affrontare appena fuori da casa è breve, e serve ad oliare le articolazioni e riscaldare i muscoli. E subito si arriva alla Rua do Canteiro(1): due strisce di selciato lastricate di pietra, in pendenza, separate da uno spiazzo erboso nel mezzo. Ci vogliono cinque isolati prima di raggiungere la Faixa(2). Conoscere a memoria ogni metro di quel tragitto non rende la strada meno pericolosa per il Ciclista Urbano. Da una settimana all’altra possono cambiare molte cose. Un abitante della Rua do Canteiro può decidere di costruire una nuova rampa per poter parcheggiare più agevolmente la propria auto dentro il garage, e per farlo potrebbe dover depositare montagne di sabbia, ghiaia e cemento nel bel mezzo del marciapiede, un esempio di ostacolo mutante che il vero Ciclista Urbano deve essere preparato ad affrontare. Ci sono cani che partono come razzi dietro ai muri per cercare di mettere sotto i denti il loro piatto preferito: il polpaccio di un ciclista sprovveduto. Perfino gli alberi, apparentemente un elemento pacato ed inoffensivo del mondo naturale, da una settimana all’altra espandono i loro rami e radici, che possono ostacolare il cammino del Ciclista. La selva sui marciapiedi cresce e nasconde pietre, buche e mattoni che possono cogliere alla sprovvista e provocare serissimi incidenti da cui soltanto un ciclista molto abile ed esperto può uscire illeso.
La giornata è propizia per una passeggiata ad alto rischio e velocità. Il clima è freddo, con vento gelido di media intensità e cielo limpido. Nonostante il vento che fustiga il volto e compromette la respirazione del ciclista provochi un certo disagio, riduce la necessità di tergere il sudore che gronda sugli occhi, e il rischio che la mano scivoli sulle manopole di plastica della bicicletta, inconveniente che potrebbe costare la rottura di qualche dente e costola.
Nella Rua do Canteiro riduce la velocità fin quasi ad arrestare la bicicletta, rimanendo per qualche secondo ad osservare la discesa di cinque isolati che si estende davanti a lui come la gola di un immenso pachiderma. Rimanere immobili così senza appoggiare i piedi per terra esige una tecnica consolidata ed una assoluta sintonia tra ciclista e bicicletta, sintonia che il Ciclista Urbano indubbiamente possiede con la sua antiquata, ma feroce Caloi Cross con cerchioni da 20, freno a pedale, bianca e decorata da adesivi azzurri, con gomme rosse dai battistrada sporgenti invece di quelle nere e sottili di serie, poco adatte alla velocità e ai terreni del ciclismo urbano d’elite.
Dopo quei secondi iniziali di valutazione del percorso, che includono rilevare la presenza o assenza di veicoli che salgono o scendono per quella strada, la presenza o assenza sui marciapiedi di pedoni o animali, l’umidità del terreno, l’intensità del vento e la stima delle possibilità di pioggia, tra le altre variabili da verificare, e ormai sicuro, dopo un esame accurato ancora nel garage di casa, che la bicicletta si trovi in perfette condizioni di manutenzione, il che include controllare l’allineamento delle ruote, la regolazione dei raggi, il funzionamento del freno a pedale, la pressione dei pneumatici e la lubrificazione della catena, della corona e degli scorrimenti (qualche goccia di olio SINGER sui principali ingranaggi è indispensabile), il Ciclista Urbano si lancia giù per la discesa, pedalando ad una velocità suicida che lascia perplesso qualsiasi osservatore.
Dopo una manciata di giri di pedale, la velocità aumenta così tanto che la vibrazione delle ruote a contatto con le pietre del selciato diventa quasi insostenibile. Ma il Ciclista conosce bene quel tratto, e sa che deve resistere con i polsi rigidi ancora per qualche istante, finché, in una manovra brusca e angolosa verso sinistra che potrebbe sembrare folle a un ciclista qualsiasi, salta sull’aiuola centrale della Rua do Canteiro, approfittando di un punto ribassato del bordo del marciapiede, attraversa la corsia opposta, sale sul marciapiede in traiettoria diagonale per la rampa di un garage, manovrando con destrezza il manubrio della bicicletta per compiere una leggera e rapida correzione delle ruote verso destra, appena in tempo per evitare lo scontro frontale con un muro di cemento senza intonaco la cui superficie sembra in grado di aderire abbastanza bene a pezzi di pelle e carne umana. È il primo punto critico, su un totale di cinque, del percorso che oggi porterà a termine, supponendo, ovviamente, che non ci siano sorprese. Attraversa ora i marciapiedi di cinque case consecutive, senza grandi dislivelli o cambiamenti di terreno, di modo che il Ciclista si sente a proprio agio per rilassarsi per qualche secondo, risistemando le mani sulle manopole, allentando la tensione di ginocchia e gomiti e apprezzando rapidamente la vista finché lo sguardo incrocia le acque del Guaíba lontano, spruzzate del bianco delle vele delle barche. Alla sua destra, adesso, i quartieri sono occupati da case costruite da non più di un anno, di cui diverse con la pittura e le tegole ancora immacolate, separate tra loro da boschi in miniatura.
Alla loro sinistra predomina un terreno arido coperto da lunghe strisce di sabbia compatta, arrossata ed erosa che si estendono in pendenza fino alla base della collina, e danno luogo ad una zona pianeggiante in cui strade rigorosamente rette delimitano isolati rettangolari suddivisi in lotti in vendita. La lottizzazione della zona sud di Porto Alegre è cosa recente e poca gente, fino a quel momento, si è decisa a stabilire lì la propria residenza. Il Ciclista è un pioniere deciso a mappare con le sue ruote intrepide ogni metro di questa zona inospitale. Un incrocio. Le orecchie sondano velocemente l’ambiente alla ricerca della potenziale minaccia di veicoli a motore. Negativo. Soltanto il canto ripetitivo di alcuni uccellini. Un salto dal marciapiede alla strada, brividi. Impenna la ruota anteriore, torna a salire sul marciapiede, schiva il moncone di un albero segato che ancora gorgoglia resina, e quindi arriva al secondo punto critico, una sequenza di tre ingressi di garage vicini, ognuno dei quali segna un nuovo dislivello sulla pista. Il Ciclista dà un colpo di pedale indietro applicando una lieve pressione sul freno, entrando nei salti consecutivi alla velocità esatta. Salta, salta, salta. Il sudore ormai scorre in rivoli salati sulle sue tempie, accumulandosi sul labbro superiore. Il marciapiede di arenaria scompare all’improvviso, lasciando il posto ad una boscaglia serpeggiante che nasconde un groviglio di radici di alberi. È il terzo punto critico, forse il più pericoloso di tutti, perché le radici sono nascoste dall’erba, e per quante volte si possa passare di lì è impossibile memorizzare la posizione di tutte. Qui il Ciclista Urbano riconosce l’impotenza della sua pianificazione.
È il terreno a dare le carte e a decidere se cadrai o no, e non si può fare altro che mettere più forza nei pugni ed avere cura di rilassare le articolazioni delle braccia e delle gambe perché possano agire da ammortizzatori naturali, lasciando uno spazio flessibile perché la bicicletta possa trasmettere l’impatto ai muscoli. L’importante è che l’equilibrio dell’insieme venga mantenuto mentre si attraversa il prato pieno di trappole di vivo legno, e che può contenere anche gioiellini tipo un coccio di vetro, una lattina arrugginita o una puzzola morta. Quando arriva alla fine del marciapiede, tutto è ancora sotto controllo. Scende ancora in strada ma poi non risale, perché sa che più avanti sfocerà in un lungo tratto inattraversabile di bosco chiuso. Un Ciclista Urbano di classe deve padroneggiare innanzitutto l’arte di mantenere la propria attenzione contemporaneamente sulla ruota anteriore della bicicletta, sui pochi metri di strada che ha davanti a sé e su quello che si preannuncia più in là, ad alcune decine di metri. Ignorare questa regola basilare è una negligenza che può costare cara quando si percorre un terreno così selvaggio ed imprevedibile ad una velocità così elevata. Grazie alla sua capacità di osservazione sapeva già da molto che non sarebbe salito sul marciapiede in quel punto, ma avrebbe proseguito in mezzo alla strada, sopportando una nuova batteria di vibrazioni intense contro le pietre della via fino a giungere alla fine della Rua do Canteiro, al quarto punto critico, ossia, alla Faixa.
La Faixa è una strada asfaltata. Il percorso prevede soltanto una cinquantina di metri su questa via, prima di imboccare la Rua da Sombra(3) a destra e proseguire su questa fino all’obiettivo finale, l’Avenida Guaíba. Cinquanta metri di asfalto liscio e docile per un Ciclista Urbano sono come una mela grattugiata e zuccherata, servita su un piatto, da mangiarsi col cucchiaino. Ma quando il tratto di asfalto in questione è percorso in entrambi i sensi da automobili, camion e carri, e ci si arriva da una strada perpendicolare dal fondo pietroso ad una velocità di più o meno quaranta chilometri l’ora, o undici metri al secondo, il suddetto tratto di asfalto si trasforma nel punto critico numero cinque del percorso. Il Ciclista Urbano deve avere una bicicletta molto leggera e spoglia come la Caloi con cerchioni da 20 e freno a pedale, per poter far fronte a situazioni del genere. Lui non usa casco, guanti, pedaliere, o bermuda di Lycra incollati al corpo. Sono cose da femminuccia. Il Ciclista Urbano indossa delle comuni scarpe da ginnastica, normalissimi bermuda piuttosto ampi e arieggiati, e una tee-shirt a maniche corte in estate, e lunghe d’inverno. E basta. Al massimo un berretto nei giorni di pioggia, o quando il sole picchia.
Quanto al freno a pedale, il Ciclista sa che la maggior parte dei ciclisti lo disprezza, che è considerato sorpassato, poco sicuro e di difficile utilizzo. In effetti, il freno a pedale esige molto allenamento per essere utilizzato come si deve. Ma una volta raggiunta la piena padronanza, non lo si cambierebbe più con nessun altro, tipo i moderni freni a leva sul manubrio. Fiducioso nel proprio freno a pedale, il Ciclista Urbano blocca l’assale della ruota posteriore con un rapido colpo di pedale indietro, ed inizia a slittare sul selciato. Il fine strato di sabbia e pietrisco che copre la pista nei metri finali della Rua do Canteiro influenza il comportamento della bicicletta, riducendo l’aderenza al suolo ad un livello trascurabile. Ovviamente, questo il Ciclista l’aveva calcolato; ed ora elabora una diagnosi visiva del traffico in entrambi i sensi della Faixa, per decidere che non ci sarà neppure bisogno di frenare completamente.
Anzi, passa con abilità dallo slittamento all’accelerazione, attraversando l’asfalto della Faixa mentre due donne in attesa dell’autobus alla fermata rimangono sbalordite per a sua audacia. Non c’è tempo per esibirsi. La velocità aumenta ogni volta di più sull’asfalto, sei, sette, dieci metri al secondo, finché improvvisamente a destra si apre una curva, perfetta e sicura. Nella Rua da Sombra, il fondo stradale è anche più irregolare che in Rua do Canteiro. È quasi d’obbligo proseguire su uno dei due marciapiedi. Quello di destra offre il percorso più emozionante. Concentratissimo, il Ciclista Urbano assapora il suo segreto, il marciapiede dei viali dei quartieri residenziali delle grandi città. Nessuno più riconosce i marciapiedi come il terreno definitivo per l’esercizio del ciclismo radicale di alto livello e pericolosità. Disegna una S, girando attorno a due alberi in successione, contornando il primo da destra e il secondo da sinistra. In primo piano, lo stridore dei pneumatici contro i differenti materiali del marciapiede, il vento nelle orecchie, il sapore metallico della velocità. Soltanto lui conosce questo piacere. Dopo aver attraversato un’altra strada, sale sul marciapiede dell’isolato successivo. L’Avenida Guaíba è in vista, ai margini della grande distesa di acqua marrone. È il rettilineo finale.
La bicicletta ondeggia. Ha commesso un errore. Si è dimenticato del quinto punto critico del percorso: i lastroni di pietra coperti di fanghiglia. Quel tratto umido di marciapiede, sotto un tetto di chiome d’albero che giustificano il nome “Rua da Sombra” , è sempre coperto di fanghiglia. Lì l’aderenza è praticamente nulla. Una saponetta. La bicicletta slitta, lui decide di buttarsi a terra, ma non ne ha il tempo, perché la ruota anteriore sbatte sul muretto di mattoni che delimita una piccola aiuola decorata da una dozzina di viole del pensiero e camelie, ed ecco il Ciclista e la bicicletta volare, rotolare insieme sui lastroni della Rua da Sombra, il piede del Ciclista è rimasto incastrato nel telaio della Caloi con cerchioni da 20 e freno a pedale, rotolano e si trascinano intrecciati per una manciata di metri, lasciandosi dietro una scia di polvere.
Il Ciclista Urbano rimane perlomeno una decina di secondi immobile in mezzo alla strada, la gamba ancora attorcigliata alla bicicletta, mentre i cani delle case circostanti abbaiano impazziti. Quando il suo cervello ricomincia a funzionare, la prima idea che gli passa per la testa è che gli si sia sfigurata la faccia. Si passa il palmo della mano sul viso. Il pollice si macchia di sangue. La lingua registra un gusto acido, e qualcosa che sembra un pezzetto di pelle quasi staccatosi dal labbro inferiore. Libera la gamba incastrata nella bicicletta, la destra, e la esamina. C’è un piccolo cerchio bianco nella parte inferiore del ginocchio, che si sta coprendo di minuscoli puntini rossi, che a loro volta si trasformano in gocce di sangue che si accumulano e cominciano a scorrergli giù per la gamba. Parti del suo corpo prima addormentate iniziano a bruciare. Un prurito al naso, la gola serrata, ed ecco le lacrime scendere senza più freni. Non sono di dolore, e nemmeno di paura, anche se lui in questo momento la sente, la paura, paura di essersi sfigurato, di dovere andare al pronto soccorso a farsi dare dei punti, paura di tante cose; ma piange soprattutto per la frustrazione. Come le montagne possono infuriarsi e ricevere i più abili e rispettosi alpinisti con una valanga, il selciato questo volta lo ha ricevuto con una pavimentazione coperta di fanghiglia, e lui si è beccato uno sgambetto dal suo avversario in un momento di distrazione, uno stupido momento di distrazione. Ed è caduto.
Non è più il Ciclista Urbano, adesso. È soltanto un pischello di dieci anni. Ma sulla strada non c’è movimento, non passano macchine, né persone. Sono quasi le tre di un pomeriggio di mercoledì, e la gente in questo momento è tutta impegnata a far qualcosa, nessuno passeggia per strada, ancor meno in quella remota via residenziale della zona sud in cui le persone non hanno molti motivi per uscire dalle loro case, se si esclude il lavoro, o risolvere le pendenze quotidiane nei quartieri più vicini al centro. Decide di alzarsi per andare in cerca di aiuto, o magari fare una telefonata a casa a carico del destinatario, da un telefono pubblico. Rizzarsi in piedi non è un problema. Si pulisce di nuovo il sangue dalla bocca. Uno specchio, ora come ora, è la cosa che desidera di più. Uno specchio. Cammina verso l’avenida Guaíba, dove ci sono i bar e i telefoni e persone che fanno aerobica. La situazione sembra sotto controllo, finché non sposta lo sguardo sul ginocchio. Dalla ferita, un buco di un centimetro di diametro e profondità notevole per una zona così poco carnosa come un ginocchio, il sangue sgorga liberamente e scivola giù per il polpaccio, inzuppando le calze di cotone bianco. Adesso qualcosa non va. Sente le gambe rammollirsi, e un sudore leggero inizia a bagnargli il corpo, un sudore molto diverso da quello che lo sforzo fisico gli strappava fino a poco fa.
Cerca un punto d’appoggio, ma non lo trova. Si sente troppo intontito. Crolla a terra, sul marciapiede. E vede di fianco a lui, sdraiato a terra, un gattino. Un gattino grigio pezzato, legato con una corda blu al filo spinato di un recinto. La lunghezza del guinzaglio improvvisato che separa il gatto dal filo spinato non supera i quindici centimetri. Il gattino ha un’aria sparuta, ma miagola e mostra i denti sentendosi minacciato. Quasi privo di sensi, il Ciclista solleva la testa e vede una vecchietta chiudere un portone di legno e avvicinarsi. Forse influenzato dalla vista del gatto, da principio prova paura, ma subito dopo riconosce nella vecchia la salvezza, l’aiuto. Lei si china e lo consola.
“Caspita, che caduta, ragazzino. Non piangere, su, fammi vedere un po’”.
La sua voce è un tantino roca, ma allo stesso tempo dolce e leziosa come quella di una presentatrice di programmi per bambini. I suoi capelli sono castano chiaro, le rughe della faccia sono abbondanti ma sottili e poco profonde, il collo è praticamente inesistente. La testa sembra essere stata avvitata direttamente sul corpo. Indossa una gonna lunga, che un tempo deve essere stata rossa, ma adesso è di un rosa stinto, e una maglia di lana sottile, beige.
“Fa’ un po’ vedere alla nonnina. Non è niente”.
Dopo la buona impressione iniziale, comincia a trovare la vecchia un po’ minacciosa, e non è più tanto sicuro di potersi fidare di lei. Il gattino si rattrappisce tutto contro il filo spinato. La donna si abbassa. Nota che le mancano due dita di una mano. Il mignolo, e quello accanto. Il mignolino e il suo vicino.
“Credo che tu ti sia morso il labbro quando sei caduto, ragazzino, Ma niente paura, guarisce subito, sai? Non è niente. Non c’è bisogno di piangere.”
Essere trattato come un poppante aggiunge un pizzico di rabbia al suo cattivo presentimento. Nessuno dovrebbe mai essere trattato come un poppante, neanche un poppante. Fra l’altro, non sta piangendo più.
Allora lei vede il ginocchio, con il sangue che ormai copre il polpaccio e gocciola per terra. Osserva la ferita per qualche istante, sembra indecisa sul da farsi. Lui vorrebbe che la vecchia se ne andasse. Che se ne andasse di corsa a chiamare qualcuno con una macchina, che possa portarlo a casa. Che tornasse da dove è venuta, dandogli la possibilità di alzarsi, anche se intontito e ferito, per fuggire di corsa verso una qualsiasi direzione. Il gattino continua a miagolare di fianco a lui, e soltanto adesso si rende conto che c’è qualcosa di molto sbagliato in un gattino piccolo così, legato in un modo così crudele ad un recinto di filo spinato. Dall’altra parte della strada c’è soltanto boscaglia, ma è da quella parte, da quel terreno, che è sbucata fuori la vecchia. Si riescono a distinguere, tra le fessure nell’erba alta, parti di quella che sembra essere una casa di legno rammendata con tavole di compensato.
Scherza, ma mica troppo, con l’idea che la vecchia possa essere una strega. Certo che se è vero, recita bene. La sua espressione è benevola e materna.
“Sappi che questo sangue, questo sangue qui, è sangue cattivo.”
Spalanca gli occhi, non capisce.
“Perché c’è il sangue buono e c’è quello cattivo, non lo sai? Il sangue cattivo è questo, scuro, che vedi uscire da lì, è sangue sporco, scorre più in superficie, così, più vicino alla pelle, capito?”, dice, mostrando il proprio braccio e passando la punta dell’indice sulla sua pelle grigiastra e rugosa. “Il sangue buono è diverso, è limpido, trasparente, quasi rosa, e circola nelle vene più grosse, più interne, dentro alla nostra carne, così.”. Il suo accento è dell’interno, dice “carrrne” sottolineando la pronuncia della R, e la E finale è una vera E, non una I. “Questo sangue cattivo, è un bene che esca. Bisogna farlo uscire, così il sangue fabbrica altro sangue buono, di quello pulito che scorre più dentro, che rimpiazza quello cattivo, capito?”
La vecchia gli passa la mano tra i capelli e sorride. Lui si guarda di nuovo il ginocchio e vede che è vero, il sangue è proprio scuro. Cerca di immaginare come sia il colore del sangue buono, quasi rosa da tanto è pulito. Non l’ha mai visto, quel sangue, o perlomeno non se ne ricorda. Forse il sangue che era uscito quando gli erano caduti i denti da latte in fondo; ce n’erano stati certi che avevano sanguinato e quando aveva sputato, il sangue sembrava bello chiaro. Ma quello che scorre adesso è senz’altro sangue cattivo, pieno di impurità, come fosse sporco di carbone, e disegna delle linee sul suo polpaccio quasi senza peli.
Più ci pensa, e meno dolore sente. Nella sua immaginazione elabora un’immagine di tutte le vene e le arterie che percorrono l’interno del suo corpo come una rete idraulica, ma fatta di muscoli, di una carne molle sostenuta e articolata dalle ossa. Passa il dito nel sangue sulla gamba e poi unisce la punta dell’indice e del pollice, sentendo come si appiccicano l’uno all’altro. Ha smesso di sudare, e non si sente più intontito. Anzi, sembra aver recuperato l’energia. Il dolore aumenta, ma prova perfino un certo piacere nel sopportarlo. Si alza, si spolvera il corpo e i vestiti, imbattendosi in un certo numero di graffi senza importanza sui gomiti e sulle spalle, e va a controllare in che condizioni è la bicicletta. La catena è caduta, ma la rimette a posto sulle corone, sporcandosi le dita di quella gelatina scura fatta di lubrificante mescolato alla polvere, e dà un leggero giro di pedale. Le fessure si incastrano sui denti metallici con uno schiocco. La vecchia gli rivolge ancora qualche parola di compiacimento. Senza rispondere, si mette a pedalare verso casa. Il vero Ciclista Urbano non può turbarsi davanti a ferite ed emorragie, logica conseguenza degli incidenti che prima o poi accadono. Il ginocchio continua a sanguinare durante tutta la salita della Rua do Canteiro, spargendo sangue cattivo. Un rivoletto rosso cola dal labbro inferiore sul mento, gocciolando ogni tanto tra le sue gambe. È come se ci fossero delle telecamere nascoste dietro ai pali della luce che registrano la sua tenacia, la sua vigorosa capacità di recupero dopo una caduta così spettacolare. L’arrivo di ogni goccia vermiglia è carico di aspettativa.
Via delle Aiuole. Ma “canteiro” significa anche “cantiere”.
Striscia.
Via dell’Ombra.
Note
1. Via delle Aiuole. Ma “canteiro” significa anche “cantiere”.
2. Striscia.
3. Via dell’Ombra.
Os coraçôes futuristas
Capitolo IX
Presentatogli da Carlos, Virginio Canhoto(1) fu la cosa migliore che sarebbe potuta succedere a João e Samuel nel 1970. Potremmo anche dire che quell’incontro fu la cosa migliore che sarebbe potuta succedere anche allo stesso Carlos, e perfino a Canhoto; divennero tutti, Canhoto, João, Samuel e Carlos, mutuamente necessari. L’elemento chimico mancante. La mancanza d’amore che smuove. .
Come parlare d’amore quando il mondo, il proprio, personale mondo, è rovesciato? La sensibilità era simile a un corpo lacerato, la carne viva con i vari strati di pelle visibili nei labbri esposti, ferite aperte sui muscoli bianchicci, anemici, che davano l’impressione di tagli più profondi, fino all’osso calvo. Come parlare d’amore quando più lo si rimpiange, quando si ha sotto agli occhi un deserto di sabbia bianca, mentre invece sotto quel continente di sabbia scorrono fiotti di liquido sotterranei? Per quanto potessero essere diversi tra loro gli argomenti di cui si discuteva, baci di baccanti ubriache(2) ci stuzzicavano. In quei momenti, non un angelo custode, ma un angelo irrequieto, o un avvoltoio, sembrava librarsi sulla loro sorte.
Era bello darsi appuntamento nel garage della casa di Canhoto. Tutti i venerdì sera si concentravano prima al carne–do–sol(3) di Expedito, nel quartiere di Afogados, alle sette in punto. Quanta religiosità mettevano in quell’appuntamento, nei rituali preliminari di libagione, di liberazione, delle notti di venerdì! L’allegria intima della musica di Mozart si incrostava nell’aria, carica di zanzare, caldo e polvere. I caratteri incominciavano già a delinearsi nel carne–do–sol. Canhoto arrivava sempre in ritardo. Ma sempre in taxi, quasi come chi cade dal cielo, torreggiante sulle sue lunghe gambe, in un completo da uomo. Se non fosse stato un giovane negro, lo si sarebbe detto un rappresentante di prodotti farmaceutici, un venditore di laboratorio, attività a quei tempi di un certo glamour e ben retribuita. Gli piaceva mettersi la cravatta, ridotta a un molle laccio con due occhielli, genere cowboy da saloon, che lo faceva sembrare appena uscito da un film western. Arrivava, entrava da Expedito, con il labbro inferiore prostrato, umido, labbro pronto ad aprirsi in un sorriso dalla dentatura cavallina:
– Sorry, sorry, friends. Ho dovuto battere a macchina una proposta all’ora di andar via.
Guardando le sue dita lunghe, magre e nere non ne dubitavano. E come dubitarne, anche se il suo alito sapeva di birra, come protestare se era Canhoto l’anfitrione della notte che non avrebbe lasciato finire? Canhoto arrivava da un’agenzia di assicurazioni, e, curioso, la sua giacca e la sua cravatta non destavano commenti nè mettevano a disagio il gruppo. Quel completo, incollato al suo corpo, aveva un’aria art decò. Si sedeva di fianco a Samuel, sulla lunga panca di legno, poiché lì non esistevano sedie.
Il carne–do–sol di Expedito era una sala ambientata come una taverna del sertão nordestino. Era quella la sciccheria. Nella capitale dello stato, nella zona urbana, litoranea, un innesto di sertão, quasi una caricatura stilizzata, che ricordava una festa da ballo in campagna, ma senza la cafoneria della risata grassa. La parola esatta era “rustica”. I tavoli rettangolari e le lunghe panche erano verniciati di scuro. Il legno delle travi, dei sostegni e delle colonne era anch’esso scuro, e dava al locale un’atmosfera intima e raccolta. L’intimità quasi casalinga era accentuata dai piatti e dai boccali d’argilla, dalle urupemas e dagli scaffali inchiodati alle pareti di legno, dalla manteiga de garrafa(4), dal jerimum(5), dalla macaxeira(6), dalla carne–do–sol e dai fagioli verdi.
Carlos, rivolto a João e a Samuel, provava un rimbrotto:
– Prima o poi l’ammazzo, Canhoto.
E l’altissimo anfitrione sorrideva:
– Ma dài. – E, tornando serio: – Gesù ti ama. Perdona, e sarai perdonato.
– Dov’è la chitarra? – chiede João. – E’ vero che suoni la chitarra?
– Me la cavo, me la cavo.
– Anche la bossanova? – insiste João.
– Proprio tutto, no. Ma qualcosa di Vinicius, ce la posso fare.
– E Chico, e Vandré(7)? Ne sai qualcuna? – Samuel è impaziente.
– So gli accordi. Vandré non lo so a memoria. Ma se canta qualcun altro...
– Canhoto ti frega suonando una roba qualsiasi, non le sa – interviene Carlos, provocatorio.
– Tranne Renato e i Blue Caps... – risponde Canhoto. – Sapevate che Carlos li trova favolosi?
– Io l’inglese non lo parlo, non li capisco i Beatles. A me piace la melodia. Non giudico la qualità della traduzione.
– Ma quelle chitarre?– insiste Canhoto. – Blem, blem, blem–blem... “feche os olhos e sinta um beijinho agora”(8) ... ma dài!
– Canhoto, – Carlos imposta la voce – a mentira que em teus lábios estua, lábios de viço e serenos(9)...
Ridono, un po’ per l’assurdità del madrigale diretto a Canhoto, che osserva, con le iridi nere a mezzaluna, al di sopra degli occhiali anch’essi a mezzaluna, scesi sul naso, e un po’ per il gusto dell’uso del verbo “estuar”.
– Si direbbe che tu sia un romantico – dice Samuel a Carlos, serio.
Scoppiano nuove risate. Sul tavolo, sei birre.
– E perché? – domanda Carlos. – Perché non
mi faccio intimidire dalla faccia tosta di Canhoto?
– Sembri uno a cui piace molto la poesia – gli risponde Samuel.
La frase mette a disagio João. Lui sì che la ama, la poesia. Per cui li interrompe:
– Bè, non mangiamo niente? Non sarebbe niente male riempirci lo stomaco.
Tutti sono d’accordo.
Mangiano in silenzio, attaccando le pietanze come fiere carnivore che assaltano le loro vittime. Hanno cura di mantenere una guardia dissimulata nell’assalto, nonostante ogni tanto lancino occhiate ai boccali d’argilla, nella speranza che, per l’amor di Dio, non siano già vuoti. Fanno il tifo per una ragionevole moltiplicazione della carne, in grado di saziare il vicino e di farne avanzare a sufficienza perché possano saziarsene pure loro. Mangiano con la rabbia dei poveri educati alla fame. Si vendicano sui piatti. Soltanto Canhoto passeggia sopra alle pietanze, tranquillo, pacifico, un po’ qui, un po’ là, masticando, ruminando per solidarietà e per una specie di dovere, da compiersi prima della nottata che si annuncia. La sua vita a tavola è migliore di quella dei suoi compagni, se con questo si intende che può fare quattro, cinque pasti al giorno, da molto tempo, da così tanto tempo che non se ne ricorda più. Si gratta le palle, dondolando le gambe, a intervalli.
– Ottima questa carne–de–sol. La migliore che ho mai mangiato – dice Carlos, in un complimento al posto che è una scusa alla voracità.
– Sono d’accordo – riesce a proferire Samuel, con la bocca piena di fagioli, e di carne, che è dura. E meno male; dura così, ne resistono alcuni pezzetti dentro ai fagioli.
– Buona, sì, veramente – João prosegue, soffocandosi quasi da tossire, e salvato da qualche sorso di birra.
– Non avete neanche toccato il molho verde(10) – osserva Canhoto.
– Ah – si sente dire, e il molho scompare.
Eccoli spossati, non perché siano sazi, ma perché hanno fatto fuori otto boccali d’argilla. João alza il mento con aria di sfida, da “chi è il prossimo?”, un misto di “e adesso, che facciamo? puliamo il tavolo” e di “chi sale adesso sul ring?”. Carlos fa schioccare la lingua, schiocchi che indicano che nel bagagliaio–pancia c’è ancora spazio per qualcosa di solido. Patate, carne, mattoni, basta che siano ben conditi, e cucinati, c’è spazio perfino per i mattoni. Samuel, dopo essersi pulito la bocca, sembra un ladro colto in flagrante nella cucina di una casa della borghesia. Ha un’aria a metà tra il colpevole e il soddisfatto. “Ho mangiato, potete anche portarmi dentro, tanto ho mangiato”. Canhoto armeggia con uno stuzzicadenti, sereno, niente di rilevante da aggiungere. Sforzandoci di interpretarlo, potremmo dire che il massimo abbozzo del suo pensiero è: “perché gli uomini mangiano? Dovrebbero dedicarsi a qualcosa di più serio”.
– Sarebbe bello se ci fossero pane e carne per tutti – dice Samuel.
Ancora una volta, João è messo a disagio. Sente accendersi un senso di colpa.
– Secondo me, dovrebbe esserci birra per tutti – replica Canhoto. – Il pane è triviale.
– Allora ordinate dell’altra birra – sorride Carlos. E fa un segno al cameriere, con il cappello da cowboy.
– Il pane sarà triviale, ma manca – Samuel cerca di riprendere il filo.
– Io non la vedo così, – ribatte Carlos, per metà serio, per metà scherzoso.– Perché la gente dovrebbe ambire soltanto al pane? Anche noi, per noi stessi non vogliamo una vita fatta solo per mangiare pane. Vogliamo di più, pane, alcol, circo, donne...
– Giusto, giusto, – annuisce Canhoto, assente, trattenendo una risata.
– Avete capito benissimo – dice Samuel. – Avete capito, non fate i finti tonti. Il pane è il bisogno primario. Dopo il pane, c’è il secondario, l’alcol, il circo... non si può parlare di circo a chi non ha da mangiare.
– E perché no? Perché non opporre il pane al circo? – interviene João . – Quante volte ci siamo sfamati di circo? Siamo forse diversi? Non vedo perché dovremmo prima soddisfare l’animale, e poi l’uomo.
“Intellettuali”, avrebbe voglia di apostrofarli Samuel. E invece:
– Per chi ce l’ha, il pane non è importante. – Avrebbe voluto aggiungere, “ prima mangiate a crepapelle e poi venite a dirmi che...”, ma si è accorto improvvisamente che sarebbe improprio, ingiusto e poco intelligente. Quindi ha premuto sui freni, trattenendo quel cavallo che si intestardiva a scalciare contro la sua gola, ponderando bene il suo discorso, così: – Prima della rivoluzione francese, Maria Antonietta (lo sapete meglio di me chi è, vero?) si stupiva del fatto che la gente protestasse così tanto per il pane. “Perché non mangiano le brioches?”, chiese. Facile, no? Il popolo per tutta risposta le tagliò la testa...
– Anche la soluzione è stata semplice – lo interrompe Carlos.
– Vero, ma non è stata semplice la presa di coscienza seguita a questa rivoluzione. – E, sulla punta delle dita, enumera: – Ha distrutto il feudalesimo, ha abolito la schiavitù nelle colonie, ha fatto proclamare l’uguaglianza tra gli uomini...
– Sì, l’uguaglianza tra gli uomini, ma, per risolvere i dubbi, hanno anche creato il sistema metrico decimale – replica Carlos, ridacchiando.
– Certo, ma per quelli che si credevano più alti, ci pensava la ghigliottina a livellarli – gli risponde Samuel, tra le risate generali.
– Al giovine piace molto la storia? – domanda Canhoto.
– Sì. Mi dedico all’insegnamento – Samuel risponde, con un certo orgoglio. Per poi aggiungere: – che importanza ha?
– Che importanza ha la pioggia nel mare? – João declama, come se fosse estraneo a tutto quanto. – La pioggia nel mondo, che importanza ha? Che secolo, mio Dio! dissero i ratti. E iniziarono a rodere l’edificio. – E aggiunge, con gli occhi umidi: – Drummond. La poesia sì, che è importante.
– Bellissimo! Brindo alle nostre migliori qualità – dice Canhoto, alzando il bicchiere in un brindisi. Gli altri lo seguono. Samuel, controvoglia, si unisce al brindisi. Sente la tentazione di dire: “sì, la poesia è necessaria. Ma prima il necessario, i fagioli e il riso, poi la cultura, la poesia e l’arte. Senza il necessario nessuno arriva al superfluo”. Ma si accorge che per quei candidati a intellettuali la poesia è tra le cose necessarie, o, perlomeno, è come i piselli, le olive e l’olio necessari all’insalata, e il riso ai fagioli.E inghiotte le sue belle lezioni didattiche. Ma non del tutto, perché Samuel non sarebbe Samuel se non aggiungesse:
– Ad un’epoca in cui la poesia sarà utile a tutta l’umanità.
– Chiaro, a quel tempo – e tutta l’umanità presente a quel tavolo lo accompagna. Chiedono altra birra.
– Amico, – dice João , – vedo per noi un immenso campo verde. E’ un campo senza alberi, ma verde, immenso, a perdita d’occhio.
– Sì, ma dove finisce? Dove siamo diretti? – domanda Carlos.
– E io che ne so? Camminare è già un inizio, la meta arriva dopo. Meglio camminare che stare fermi, a fare progetti. Camminare è necessario – risponde João .
– Questo mi ricorda Ascenso – dice Carlos. “Frustando i cavalli, facendo tintinnare gli speroni, attraversando le colline, uscii dal villaggio in una corsa sfrenata. Per cosa? Per niente.”
– Buffo – dice João . – Sembra più una battuta di spirito che una poesia. Vero? – e dirigendosi a Canhoto e a Samuel: – Se non ci si mette alla ricerca di qualcosa, cosa diavolo siamo al mondo a fare? Qual è il senso di tutto ciò?
– Lavorare, costruire un mondo nuovo, questo è il senso della vita. Non ne esiste un altro – risponde Samuel.
– Allora, permettimi, Samuel – aggiunge Carlos – più del novanta per cento dell’umanità vive senza senso. Tirano avanti così, come animali, come piante, e basta.
– Guarda che la Cina è già metà dell’umanità. Se consideri solo la Cina, già lì c’è metà del mondo, ci hai pensato?
– E l’hanno trovato, loro, un senso?
– Ci stanno provando, ci stanno provando a trovarlo.
– Non lo so – risponde Carlos. – A me non piacerebbe essere un cinese. Con la giubba, quell’uniforme, in mezzo a un miliardo di altri, a imparare a memoria la bibbia di Mao. Con gli occhietti all’insù. – E, rivolgendosi agli altri: – A voi piacerebbe?
– Se avessi diritto al whisky, alla buona musica, e a una bella cinesina, io credo che ci starei – risponde Canhoto.
– Ve ne state lì, buttati sulla strada, – dice Samuel –, mangiate la polvere, e credete di possedere chissà cosa. Quel cinesino con gli occhietti all’insù è una forza capace di far uscire un pianeta dalla sua rotta. Lo capite? E’ molto di più che la muraglia cinese.
– Signori, signori – interrompe Canhoto. – Se continuiamo a bere così, non potremo più andare avanti a bere per il resto della notte.
– Sei fuori di testa, Canhoto – gli risponde João . – Stai dicendo che se ci ubriachiamo adesso non riusciamo più a farlo dopo?
– Esatto – Canhoto sorride. – Proprio così. La notte è lunga. Forza, andiamo, che la notte è lunga.
– Andiamo – dice Carlos. – Meglio piangere sui nostri mali, l’uno sulla spalla dell’altro, che continuare a beccarci fra noi.
Si alzarono. Il conto venne diviso con generosità, con un sistema inusitato di crediti e debiti senza memoria, mai saldati, organizzati a seconda di chi aveva spiccioli di un certo tipo o meno. Si incamminarono per l’avenida Sul, Canhoto davanti, Carlos di fianco a lui, Samuel e João un po’ più indietro. Raggiunsero il ponte di Motocolombò, lo percorsero, guardando giù verso il fiume, ricevendone la brezza nell’afa delle dieci di sera. Piccoli punti luminosi si riflettevano nelle acque scure. Si portavano dietro come provviste un litro di whisky e due sacchetti di patate fritte. Il whisky era cattivo, volgare, ma era whisky, e questo significava che bevendolo si sarebbero sentiti integrati per precaria imitazione al gusto degli intellettuali che redigevano il giornale O Pasquim(11). Il che significava che cercavano nella provincia un abito adeguato al loro dramma. Ma questa traiettoria, un po’ forzata, era un artificio che di rado riusciva ad esprimere i loro problemi. Era come se la loro anima fosse informe, senza faccia, desiderosa di esprimersi. Di fianco a quest’anima, e perdonateci la giustapposizione meccanica, c’era un cervello, sistemato sopra al corpo. Il corpo andava a lavorare, per strada, si alzava da letto, eseguiva dei compiti, ogni giorno. Il cervello era quello che loro credevano fosse la loro identità. Lo tenevano in serbo per la cultura, per le citazioni, desiderando vestire così la loro anima. Sì, la vestivano, ma la veste non si assimilava alla carne. L’anima, a disagio dentro quei vestiti, cercava il proprio modo di esprimersi, e disperata, a volte, guizzava nuda. Improvvisamente nuda, d’impeto. Come distinguerla dal cervello?
Quando Carlos diceva, “Meglio piangere sui nostri mali, l’uno sulla spalla dell’altro”, faceva una citazione, un’imitazione, un artificio. Perché a vent’anni il disagio che pervade l’essere ancora non lascia residui. Sapeva soltanto adattare, perché vi trovava una certa bellezza, un’amarezza da intellettuale in senilità. Per lui rappresentava il pessimismo, un tono che gli sembrava più elevato, di eleganza, sapienza e riposo. Invece, quando diceva “io non vorrei essere un cinese”, era più vicino ad un moto intimo. Perché il cinese per lui era un miliardo di orientali in uniforme, e non c’era posto per l’eccellenza di un uomo di nome Carlos.
Osservazioni simili, espressione di un conflitto tra anima e mente, avrebbero potuto essere fatte su João, su Samuel, e perfino su Canhoto, la creatura più armoniosa di questo gruppo. In João, non sappiamo se sia già stato detto, questo conflitto raggingeva il parossismo di farlo mormorare, in certe mattine, “merda, merda, merda” e trattenersi, con tutta la forza della ragione, per non sferrare un calcio nella propria immagine riflessa nella porta di vetro dell’ufficio. Samuel provava un amore viscerale, camuffato di rabbia, per la propria madre, e questa era la sua identità più recondita. Quindi, così come un Satana che caccia Satana si mostrerebbe diviso nella sua essenza, era scritto che quel whisky tarocco, puro alcol, avrebbe operato una dissociazione tra anima e mente nella testa e nella notte di quei ragazzi.
Note
1. Canhoto significa mancino.
2. Citazione dal poema di Augusto dos Anjos “Monologo de uma sombra”.
3. Varietà di carne secca, da cuocersi con i fagioli o il riso. Ma in questo caso si intende un locale che serve questo tipo di carne.
4. Burro chiarificato nordestino, simile al ghee indiano.
5. Varietà di zucca india.
6. Manioca.
7. Chico Buarque de Hollanda, esiliato in Italia durante la dittatura; e Geraldo Vandré, altro cantautore non allineato al regime.
8. Traduzione in portoghese di “close your eyes and I’ll kiss you”, da All my loving, dei Beatles. Renato e i suoi Blue Caps, come i gruppi italiani degli anni 60, erano specializzati in versioni tradotte dei brani di successo di autori di lingua inglese, e soprattutto dei Beatles.
9. “La bugia che freme sulle tue labbra, labbra serene e rigogliose”
10. Salsa verde a base di uova, olio, senape, erbe aromatiche e aceto.
11. Famoso giornale rivoluzionario, ispirato al Pasquino italiano, in voga durante la dittatura.
Alle sei in punto (Às seis em ponto)
Capitolo I
Non mi sento bene. Quest’odore mi dà la nausea. Fame, anche. E i campari. E la Baixada, che sputa autobus, vecchie macchine, furgoncini volkswagen, che spuntano all’improvviso davanti alla macchina, emettendo ondate di fumo nero, la macchina al massimo a sessanta all’ora, anche meno, perché Haroldo è prudente e frena prima, molto prima, e non sorpassa se non è il caso. Nel dubbio, sorpassare. Lui no, non esce da dietro quel fumo ma se chiudo il finestrino è peggio.
Facile. Basta contare.
Haroldo, sono stata a Miracema settimana scorsa.
So che lo sa già. Il foglietto.
Il foglietto ondeggia appeso al manubrio, non si dice manubrio, si dice volante. Cose che ti restano dentro. Manubrio, ripeto mia madre nelle sue parole così raffinate, apprese tardivamente e per questo inserite dentro alle frasi come gioielli – come quelli che lei comprava uno dopo l’altro, a rate. E che poi ammirava, girando e rigirando il gioiello e il portoghese, la concordanza, la pronuncia nelle esse, errori sempre in agguato, imperfezione da bandire, inammissibili carboni nel diamante. Una volta venne operata. Sdraiata sul letto, domandò all’infermiera che entrava: la signora adesso mi farà la toilette? E quella che la guardava, senza capire. Poi capì, Ah! La barba ai peli lì? Sì, adesso la facciamo. E uscì ridendo – tualet! – per prendere il rasoio.
Haroldo, venerdì scorso mi sono alzata alle sei in punto. Un buon titolo per una storia: La donna che si alzava alle sei in punto.
Ed è anche per questa ragione che non mi sento bene. Stanchezza, mi sono svegliata presto, le sei è presto. Se riuscissi a staccare gli occhi dai tetti delle casette sotto al livello della strada, fili della biancheria, antenne, alberi, luci che si accendono, ragazzi tardivi che fanno ancora alzare in volo i loro aquiloni, guarderei l’orologio – dev’essere l’ora del whisky – ma non posso fare nessun movimento. Un movimento qualsiasi e precipiterebbe tutto, domande, sguardi e vomito. Il foglietto dondola attaccato al manubrio e io so, senza guardarlo, senza muovermi, che i numeri annotati si ripetono. E non è nemmeno necessario che guardi Haroldo per saperlo: le due mani sul volante, lo sguardo sulla strada, la velocità costante quando è possibile perchè a volte non è possibile e nella Baixada non mai è possibile e ho l’impressione che tutta questa costanza non sia possibile, neanche dopo, a macchina posteggiata, in salotto, noi due in piedi in salotto.
Haroldo, è stato così così, noi.
Ma questa storia non è per lui, questa fa parte di un altro repertorio, uno di quelli presentati e rappresentati in salotti, altri salotti, freschi, con piante, cuscini, donne con le gonne lunghe, té.
Oggi mi sono svegliata alle sei.
E non ho pensato a come sarebbe stato questo mio viaggio a Miracema che ha finito col diventare non il mio viaggio ma il nostro viaggio, mio e di Haroldo, a Miracema. Mi sono svegliata e ho richiuso gli occhi e non ho pensato a Miracema, ho pensato a ieri. E ho pensato: è stato così così.
La donna che trovava tutto così così (potrebbe esere il titolo)
Mi sono svegliata alle sei e so che mi sono svegliata alle sei perché mi sveglio tutti i giorni alle sei, ma anche se lo so controllo lo stesso i numerini verdi – quasi dei piccoli marziani, proprio come quelli che ci hanno sempre detto che esistono. Un certo piacere nel dire a me stessa: ancora le sei. E nel non riuscire lo stesso a riaddormentarmi.
Richiudo gli occhi comunque perché mi piace, quando mi sveglio, fare una specie di bilancio del giorno prima: devo iniziare questo nuovo giorno triste? allegra?
E il bilancio di oggi, amiche mie dalle lunghe gonne, è stato il seguente: così così.
Guardo l’orizzonte da dove potrebbero spuntare facce conosciute, che procedono scivolando come nuvole. E quando dico a me stessa: è stato così così, labbra si stringono, sguardi mi fucilano e la più sincera – Lucia? Vera? – grida isterica che sono pazza, completamente pazza.
Perchè, è la verità, dopo la prima che, come sempre, è stata molto bella, sono riuscita ancora a cavarne una seconda con tanto di gemiti spudorati prima di crollare senza fiato – un giorno o l’altro ci rimango – sopra al suo petto. Parere unanime verbalizzato dalle nuvole all’orizzonte: non so dare valore a ciò che possiedo. Se mi trovassi in uno di quei salotti freschi, con piante, cuscini, una di noi si alzerebbe dichiarando categorica: vado a scaldare l’acqua per il té. E, nel passarmi davanti, sbatterebbe con violenza contro il supporto del vaso alla parete, contro il vaso e non addosso a me, perché le mancherebbe il coraggio di spintonarmi, di prendermi a unghiate, gli uomini sono così rari e io mi metto a fare la preziosa.
Ci raccontiamo tutto di noi, in questi salotti. Dicono che noi donne siamo così, raccontiamo. Diciamo che sì, è vero, raccontiamo di tutto. Ma non è proprio così. Raccontiamo storie. Non è la stessa cosa. E sono storie specifiche, appartengono non esattamente a noi ma a questi salotti, gonne, felci, té o vino bianco. Basterebbe la presenza di un uomo, e non ci sarebbero più storie.
Haroldo, non la racconterò.
Ho fatto uno sbaglio. Più d’uno. Ma mi atterrò allo sbaglio di oggi, è uno sbaglio che io mi trovi su questa macchina, con Haroldo che guida, il foglietto sul volante, la Baixada a mia disposizione e io che non riesco a concentrarmi sulla Baixada, perdendo così l’opportunità di concentrarmi sulla Baixada, mi piace tanto, quando viaggio in macchina, guardare tutto. Non sto guidando io, potrei guardare, sarebbe così bello lasciare vagare lo sguardo in lontananza per la Baixada, molto in lontananza, alla distanza ideale: quella di una macchina che passa nella sua velocità ipnotica e ripetitiva anche se non costante, i ritmi diversi alla fine si ripetono – è la stessa cosa che stare fermi ma lontani. E in lontananza la Baixada. Tutta la vita in questo equilibrio di una velocità che non si muove, e la Baixada. Incidenti sulla strada, dice una targa, anche tu ne sei responsabile. Cintura di sicurezza – la tua amica del cuore, Insegne Luminose Vitória, Pneumatici Michelin, Adunanza di Dio – funzione alle sette.
Haroldo può scegliere tra Penha, Região Serrana e Brasília ma tira dritto. Attenzione a non attraversare la strada ma lui non la attraversa. Bob’s, Pneumatici Benfica, Stoptime Hotel.
So qual’è stato il mio errore, oggi. Lo stesso errore di sempre, l’errore Santa Calma Piatta. La donna Santa Calma Piatta.
Quando mi sono svegliata, stamattina, ho aperto gli occhi, li ho richiusi e poi li ho riaperti. Dalle tende entra una luce. La luce arriva da dietro ai peli del torace di Haroldo e io rimango immobile a guardare i peli che la luce fa sembrare dorati, e il pulviscolo nell’aria, anche quello dorato dalla luce. Me ne sto tranquilla a pensare che l’universo è finito ed è rimasto soltanto questo: una luce, peli e pulviscolo che, per esistere, hanno bisogno di occhi che a loro volta sono ancora vivi soltanto perché c’è la luce, i peli e il pulviscolo e che tutti – occhi, luce, peli, pulviscolo – hanno molta paura, sono paralizzati dalla paura. Perchè per un nonnulla qualsiasi, un movimento anche solo pensato, e tutto potrebbe finire in un nanosecondo, compresi i pesci, grandi, bianchi ed anch’essi immobili, che cercano anch’essi di evitare qualsiasi movimento, là sul fondo senza luce del mare, essendo i pesci l’antimateria di questa materia diurna. Potrei rimanere così per sempre. E sapere che effettivamente potrei rimanere così per sempre mi riempie di un altro tipo di paura, questa molto più vera. L’antidoto, ovvio, sarebbe muoversi. Ma se mi muovo, faccio partire il salutino, amorino, caffettino, sorrisino. Quindi, stamattina, ho pensato che meritavo di prendermela un po’ comoda.
Mi sbagliavo.
Il telefono squilla.
Penso: non è possibile.
Di nuovo, no.
Ed è in questo momento che mi prende il primo – di una serie che temo non sia ancora finita – malessere del giorno. Perché lunedì scorso la donna di servizio di mia madre mi ha salutato con un “salve” con la sua voce acuta ancora più acuta, com’è possibile avere una donna di servizio con una voce così.
E quel “salve”, come stamattina, è arrivato che non erano neanche le sette.
E poi aveva detto, lunedì scorso, che le aveva quasi preso un colpo. A momenti mi prendeva un colpo, signora Tequinha. E insistette sul non avere alcuna colpa per essere arrivata così tardi la sera prima, sapesse che disgrazia, signora Tequinha, e che lei non era lì a badare alla casa ma che io non potevo immaginare cosa le era successo, che dovevo figurarmi che la sua amica aveva avuto un problema e allora. Ma che ancora non sapevo cosa era successo a mio padre e lei che mi annoiava con i suoi problemi. E che lei in effetti era arrivata molto tardi, anche se non era stata colpa sua, e siccome era tardi era andata direttamente nella sua stanza e così non aveva visto niente e l’aveva visto soltanto quella mattina.
E che mi stava telefonando perché la signora Clotilde le aveva chiesto di telefonarmi.
Così, quando il telefono ha squillato, stamattina, ho pensato che avrei sentito la voce della donna di servizio con la sua voce acuta in un parossistico record di acutezza dire un’altra volta: una disgrazia, signora Tequinha. Rimane da capire di quale disgrazia si tratti.
Mia madre appesa al soffitto.
Mia madre appesa al lampadario per il collo. Cha cattivo gusto, Maria Tereza. Che cosa di cattivo gusto. Figuriamoci se io potrei stare appesa ad un lampadario, con le gambe penzoloni. E perché poi? Non ho fatto niente.
Lady Macbeth in un allestimento post-moderno, i lampadari della casa di Miracema sono di resina. Avrei un’impossibilità tecnica di produzione: i lampadari di resina si spezzerebbero con il peso del corpo appeso, e, di conseguenza, della logica contemporanea, quella che a Shakespeare non ha mai dato problemi.
Ma, allestimento o no, Lady Macbeth ha ragione. Non abbiamo fatto niente. Nessuno di noi, neanche lui, il morto.
Haroldo, venerdì scorso sono andata a Miracema e non ho fatto niente.
L’Hotel Palmeiras, l’Hotel Luxemburgo, il Capri Motel e Hotel – suites, idromassaggio, e il Las Vegas Motel – R$ 15,00 – l’amore a portata di tutte le tasche, entrano ed escono dalla mia visuale, in fila indiana. Ma stamattina, al contrario di adesso che neanche gli occhi, Haroldo si muoveva.
Stamattina il telefono squilla, l’universo torna ad esistere, e Haroldo si muove di fianco a me nel letto. Non sono nemmeno le sette e lui solleva la testa, perplesso, guardandomi come se fossi io a fare drin.
Salta giù del letto, portandosi dietro il lenzuolo per avvolgervisi, pudico, ma io riesco a vedere uno spicchio di sedere bianco che ondeggia verso il mio scaffale, essendo i lenzuoli marroncini, e solo il sedere bianco.
Haroldo una volta era un cane, inizio, rivolgendomi alle nuvole all’orizzonte, gonne arancioni – che diventano sempre più rosse - si agitano e sento le voci delle mie amiche: eccola di nuovo con le sue storie, la Teca, un cane, figuriamoci, un pezzo d’uomo come quello.
L’uomo che una volta era un cane.
La domenica mattina mi sveglio e faccio sempre tutto allo stesso modo: caffé, letto, gatta e pianta. Esco per camminare e cammino. Mi stanco e mi siedo, bevo una agua de coco. Una domenica, cammino, mi stanco e mi siedo. Sul gradino del marciapiede. Passa Haroldo, lento, con la lingua di fuori, senza la minima fretta. Si ferma davanti a me e si mette a guardarmi, le orecchie ritte ma non molto, la testa grossa ma non molto, di un bianco un po’ sporco, resta lì, a guardarmi e basta, simpatico, solidale. La padrona attacca discorso.
Si chiama Haroldo, il cane. E sta cercando una fidanzata.
Il giorno dopo, alle dieci, nel mio ufficio, la segretaria mette giù il telefono, il signor Plocò, che sta facendo un lavoro per la nostra società, chiede di parlare un istante con me.
Entra, mi porge il suo biglietto da visita, H. Plaucowzski - Consulenza per Telecomunicazioni. Rimane fermo davanti a me, senza fretta. Io cerco di leggere il nome. Lui sorride simpatico: può chiamarmi Haroldo. E resta lì a guardarmi, la testa leggermente inclinata, i capelli pepe e sale ma non troppo. Mi viene voglia di chiedergli se sta cercando una fidanzata ma è lui ad aprire la bocca per primo: sta cercando un posto per infilare il suo cavo.
C’ero andata vicina.
I drin continuano, imperturbabili, finché Haroldo, in questa mattina di buon’ora, già di ritorno dallo scaffale e senza spicchi di sedere in vista, senza niente in vista (a quanto pare, ha più attenzioni per il nudo frontale che per il dorsale), mi porge il telefono perché io risponda, sempre così cavaliere. Il mio “pronto” esce forte, sulla difensiva, nel caso che qualcuno domandasse se è il gommista all’angolo o che fosse di nuovo – non sempre la fiction è fiction – la voce della donna di servizio di mia madre, pronto, è la signora Tequinha? una disgrazia, signora Tequinha, si figuri che.
Mi viene in mente, caso fosse di nuovo la donna di servizio di mia madre, di prendermi la libertà di essere assolutamente sincera, almeno per una volta: signora Tequinha? sarei io, la signora Tequinha? Non ho la minima idea di chi sia la signora Tequinha, signora, deve essersi sbagliata. La signora Tequinha dovrebbe essere la donna nuda nel letto che afferra il telefono che le porge un pezzo d’uomo in piedi di fronte a lei? Le unghie di una signora Tequinha dovrebbero essere pitturate di rosso, credo. E forse dovrebbe essere grassoccia.
E c’è dell’altro: quando dico che una signora Tequinha – questa, quella, quella con le unghie pitturate di rosso, grassoccia e nuda nel suo letto – afferra la cornetta e la accosta alla bocca su cui aleggia qualche rimasuglio di rossetto della sera prima, stiamo parlando di un telefono-telefono? Spero di si, non ho pazienza per le metafore, non prima delle sette del mattino, ma è Beto.
Restituisco il telefono ad Haroldo dicendo, è Beto.
Haroldo risponde, dice capisco, capisco, guardandomi e credo sia stato allora, proprio allora, che ho cominciato a sbagliare. In quel momento entravo – ero distratta, le sei del mattina – nella parte di Santa Calma Piatta.
Perché Haroldo dice capisco, capisco, non fa niente, figliolo, certo, certo – e mi guarda ed è stato allora che avrei dovuto avere uno sguardo distante, brechtiano, da stronza, è impressionante come ciò che fino a ieri era considerato cultura, diventi da stronza in un batter d’occhi. Ma il mio sguardo, al contrario, è stato sollecito, perché mai?
Ho sempre detto che Beto ha bisogno di una bella legnata. Camicia bianca con taschino, fidanzata vergine, calze nere, collegio militare come interno o un bel lavoro in fabbrica, alle sei del mattina la sirena uèèèèè, tutti in fila in mensa per il pane burro e formaggino, la tazza di caffelatte, una bella fabbrica moderna, di quelle che danno la colazione a chi arriva presto e invece il figlio di Haroldo fa il musicista.
Musica new age.
Very cool, man.
Ha sedici anni, l’orecchino e mi guarda da pari a pari, dritto dentro gli occhi, mi chiama La Teresina, mi fa sentire un gioco di carte. Non sa cosa sia la formalità. I sabati li passa con il padre. Cioé, non proprio con il padre. Con il sampler, il processore, il vocoder, il digital audio tape che lui chiama il mio (il mio di lui) vecchio dat, il sequencer, il minidisc Sony, tutti computerizzati, che Haroldo ha comprato dopo la separazione, per prenderlo all’amo.
Beto tira lentamente su i cursori del volume, la mano ferma, lenta, la faccia concentrata, lo sguardo impassibile fisso su di me, ogni millimetro più su sono migliaia di decibel in più. Lo fa tutte le volte che mi trovo lì e cerco di attaccare discorso. Di una raffinatezza sadica. Se quel ragazzo arriverà all’età adulta diventerà un buon amante.
Oggi Beto non può, mi informa Haroldo.
Beto è appena arrivato a casa della madre. La festa è stata grandiosa. Sono stati tutti entusiasti. Lui è stato il massimo. E adesso va a dormire perché più tardi ci sarà un’altra festa e lui deve fare il sound check con il suo gruppo al massimo a fine pomeriggio.
Perciò Haroldo dice che se voglio, può venire con me.
No.
Assolutamente, non ti preoccupare, figuriamoci, non esiste, pensaci bene, ti annoieresti e basta, riposati un po’, approfittane per risolvere che cosa poi? qualsiasi cosa, lascia stare, io sto bene, che scemenza, sono soltanto le due, figuriamoci, la strada la so a memoria, non essere stupido.
Ma non è servito a niente, avevo già iniziato a derrapare con il mio sguardo non brechtiano quanto Haroldo aveva detto capisco, capisco, al telefono con Beto.
Era meglio che venisse anche lui perchè ero nervosa, disse e aggiunse: è ovvio.
E sorrise.
E mi diede qualche leggero colpetto sulla testa dicendo beeella e mi diede una grattata dietro l’orecchio porgendomi il mio biscottino per cani preferito: gallina e tonno.
Non sono nervosa.
(Noto che la mia voce è leggermente alterata.)
Ma, Tere, rimarrei qui a far niente.
La donna che aveva molti nomi.
Non voglio.
E’ un problema mio – e suonò un po’ più duro di quanto avrebbe dovuto, ma questa volta funzionò.
Allora ok, Tirica, come vuoi tu.
E mi chiede, risentito, se sarei tornata in tempo per il giapponese o se volevo che mi annullasse l’appuntamento.
Sappiamo entrambi che fa questa domanda soltanto perché sia ben chiaro quanto lui è gentile e disponibile e quanto invece io sia aggressiva non volendo che venga con me a Miracema. Sa benissimo che c’è tempo a sufficienza per andare e tornare – come del resto sta succedendo, abbiamo appena pagato il pedaggio, due real e trentotto, grazie, e l’asta si alza, pratico però, solo due real e trentotto – e anche ricevere il giapponese.
Quando ho fissato l’appuntamento con Mr Nakayama, in effetti, pensavo ancora che sarei andata a Miracema soltanto domenica. Dissi che se voleva poteva lasciare la valigia in portineria da me, senza alcun problema, e passare a prenderla prima del volo. Poi mia madre aveva telefonato dicendomi che domenica ci sarebbe stata la messa del settimo giorno, una sorpresa, perché siccome era rimasto nella vasca per tre giorni non sarebbe stato sotterrato, ma cremato, non essendo mio padre una persona religiosa.
Allora in questo caso, vero mami, se c’è la messa non vale la pena che salga domenica, non avremmo tempo di parlare. E’ meglio che venga su sabato.
E spostai il mio viaggio a Miracema il sabato senza annullare il giapponese, ci sarebbe stato tempo a sufficienza, il giapponese sarebbe stato una scusa in più e spiegai tutto questo ad Haroldo.
Vado ma non ci metto molto – voglia di non andare.
Il giapponese imbarca stasera per Tokyo, io vado e torno, un motivo in più perché la visita sia veloce dato che la giornata, oggi – dissi – sarà pesante.
Dev’essere successo tre giorni fa, dichiarò un vicino che fa il medico, chiamato su due piedi, calcolando con approssimazione e facendo la gentilezza di firmare, in pigiama, il certificato di morte.
Non ci fu bisogno di chiamare il medico legale, fu seppellito immediatamente, tre giorni.
La donna che faceva una cosa spaventosa.
Un inizio di storia potrebbe essere dire che mia madre parla al telefono con gli estranei.
Haroldo, mia madre parla al telefono con gli estranei.
La gente telefona, ha sbagliato, invece di dire che ha sbagliato, quando è un uomo e quando ha una bella voce, mia madre attacca bottone. Me l’ha raccontato una volta, un po’ di tempo fa, in mezzo ad un altro discorso. Lo racconta en passant e in quel momento, mentre ne parla, la voce si fa sottile nell’incosciente imitazione della voce che fa quando parla al telefono con questi sconosciuti, prooontoou, una voce da ragazzina, smorfiosetta. Lei me lo racconta, io dico ah sì, rido educatamente, e cambiamo discorso. E’ buffo come cose senza importanza possano diventare a volte così importanti. Pochi giorni prima che mio padre morisse lei ritorna sull’argomento per la prima e ultima volta. Dice che senza volere, una di quelle cose che si fanno senza sapere perché, si era lasciata scappare nel bel mezzo della chiacchierata con uno di questi sconosciuti il nome esatto di Miracema e anche il nome della strada di casa sua e che si sentiva nervosissima. Ma con mia madre non si può mai sapere, lei – mentre lo diceva – sembrava effettivamente molto nervosa, ma poteva anche essere che stesse recitando una parte. Ma lo disse: sono nervosissima.
E aggiunse un commento molto strano: si sentiva molto nervosa perché aveva paura che lo sconosciuto, in possesso di quelle informazioni, potesse localizzare la casa e fare del male. Ma cosa, mami?
Lei non seppe dire cosa e fece seguire una lista di cose brutte che oggigiorno succedono in continuazione, basta leggere i giornali, Maria Tereza.
E io, in quel momento e non quando mio padre morì e neppure oggi durante tutto il pranzo, finché giunse il momento del caffé che io, lei e mia sorella bevemmo e che fu, ad ogni minuto che passa ne ho la certezza più assoluta, un caffé d’addio, io non mi ricordai della sua assurda confessione di temere qualche cattiverìa da parte di uno sconosciuto. Soltanto verso fine pomeriggio, praticamente al momento di andar via, all’ora del caffé, guardando i muri, gli oggetti impilati, il nulla, soltanto il caffé, guardando il nulla per non guardare mia sorella e mia madre, soltanto allora me ne resi conto. Il vero soggetto della frase a volte è l’avverbio. Una storia iniziata com’era iniziata, con uno sbaglio, poteva finire soltanto con un’altro sbaglio.
E’ solo da pochi minuti che mi sono accorta che Haroldo ha indovinato il mio precedente viaggio a Miracema. In quel momento mi sono ritrovata a sudare freddo in tutto il corpo. Adesso, ricordandomi di quel caffé bevuto nel silenzio di quel salotto che credo che non rivedrò mai più, ricomincio a sudare. Fuori è buio, se chiudo gli occhi non fa molta differenza. Così li chiudo. Li riapro. Offerta speciale, suite con sauna a 14 real. Mi fa male la spalla, avrei bisogno di muovermi un po’. Cerco di farlo, lentamente. Sistemo la schiena sul sedile e spingo un poco il corpo in avanti, migliorerà, ho un buco nello stomaco ma migliorerà. Ponte sul fiume Sarapuí.
Quando mia madre mi telefona tutta la settimana, per questo e quel motivo, perché io dia il mio parere su questa e quella cosa e mai sul trasloco quando sa che non do mai il mio parere su niente, quando mi telefona soltanto per dirmi che va tutto bene chiedendomi se va tutto bene, quando telefona perfino per farmi il resoconto di chi ha chiamato e da dove, per fare le condoglianze, sempre finendo la telefonata con la domanda a che ora arriverò sabato a Miracema, e se sono sicura di venire, mi viene da pensare, dato che – dico a me stessa – conosco bene mia madre, mi viene da pensare che tutta quest’ansia soltanto per essere sicura che effettivamente verrò a Miracema questo fine settimana può voler dire soltanto che vuole dirmi:
- Figuriamoci, come sono stata stupida, sai quella cosa che ti ho raccontato l’altro giorno, delle telefonate, poi mi è venuto in mente, a pensarci bene non gli ho detto neanche il nome esatto della strada, mi ero sbagliata, non so dove sto con la testa, fai finta che non te ne abbia mai parlato.
Ma lei non ha sfiorato l’argomento.
Haroldo è solito lasciare la sua macchina in strada, davanti al mio palazzo, quando passa la notte con me. Stamattina siamo arrivati ad un accordo: lui non sarebbe venuto con me – e io entro in garage per tirar fuori la macchina.
Esco in retromarcia, Haroldo mi aspetta fuori per un ultimo salutino, amorino, bacino, ma sento solo la frenata. L’altra macchina arrivava a tutta velocità, è ancora presto, la strada vuota, e no, non ho guardato nel retrovisore.
Il colpo è lieve ma sufficiente.
Il guidatore, un ragazzo di circa trent’anni, esce molleggiando il corpo, facendo gesti di indignazione, facce del tipo “così non si può mica”. Non ho pazienza per questo teatrino maschile.
La donna che non aveva pazienza.
Tiro giù il vetro, mai andare in giro con il vetro abbassato, e gli dico che ha assolutamente ragione: lei ha assolutamente ragione. E’ un raggio paralizzante. Interrompe i gesti, mi guarda senza capire. Ma come! e la scena provata ormai alla perfezione dell’indignazione maschile di fronte alla donna incapace al volante? Sceglie di non avermi sentito e continua: così non si può mica, signora mia.
Io ripeto, lei ha ragione da vendere.
Un altro sguardo d’incomprensione e comincio a pensare che il ragazzo abbia sul serio un qualche problema nel suo sistema cognitivo. Cerco di essere più chiara: pago io.
Prendo nel cruscotto uno dei miei biglietti da visita con il logo dell’azienda.
Il mio biglietto da visita. Adesso ho fretta ma domani mi telefoni, andiamo insieme in un’officina, pago io.
Il ragazzo guarda il biglietto con sguardo da pesce bollito e io comincio ad esasperarmi. Haroldo è di fianco a me. Ha già le chiavi della sua macchina in mano. Prima che io inizi a gridare, lui interferisce e la voce di un uomo, come succede sempre, risulta più comprensibile e anche in questo caso è così. Il ragazzo si rivolge ad Haroldo dimenticandosi di me.
Guardi, secondo me sono almeno trecento, sa (pausa per vedere la reazione di Haroldo, inesistente). Come minimo. Appena riverniciata, il mese scorso, sa com’è.
Haroldo sa com’è e dice: ok, trecento.
Ma il ragazzo tentenna davanti a tanta facilità.
Ma vorrei magari risolverla subito, non che io non mi fidi, figuriamoci, ma la chiudiamo lì adesso senza più fastidi.
Per Haroldo anche questo è ok. Prende il libretto degli assegni dalla tasca.
Senta, credo che sia meglio quattrocento.
Haroldo compila l’assegno senza rispondere, lo dà al ragazzo e, chinandosi dentro al mio finestrino, dice: fatti in là. Il ragazzo tiene l’assegno stretto con le due mani, cercando di capire come ha fatto a vincere quattrocento real.
A volte mi stanco.
Non bisognerebbe stancarsi, lo so. Almeno questo sono riuscita ad impararlo nella vita: tutti perdono ma chi si stanca perde prima. Ma a volte mi stanco. E così mi faccio in là.
Nei momenti in cui, da brava ragazza, obbedisco senza fiatare, sono solita dire che sono Santa Calma Piatta. Ho visto tante calme piatte ma non ho mai visto una Santa Calma Piatta. Ma me la immagino. Una Santa-lago, con lo scialle e il messale, le acque sempre immobili, il sole che batte ma scalda a malapena la superficie, nessun rumore, neanche i grilli.
Mi faccio in là. La donna che era una Santa Calma Piatta.
Mi faccio in là, il sedere più grasso ad ogni secondo che passa, un cartone animato, riesco a malapena a trascinarmi, passando penosamente e diselegantemente sopra al cambio, fino al sedile del passeggero sul quale mi deposito con un sospiro. Il problema non è soltanto la morte di mio padre, Haroldo, i miei molti nomi, ma è anche il mio cognome. Settimana scorsa il mio ex-marito si è risposato e non mi ha invitata al suo matrimonio e io che avevo sempre pensato che noi fossimo diversi, che io non fossi una ex-moglie ma un’amica, la migliore amica, la compagnona, la donna più importante della sua vita, l’unica, quella che nell’ora della morte, quando gli chiedono chi è stato veramente importante nella sua vita lui dice che sono io, io, quella che sempre, in qualsiasi circostanza. E adesso questa, saremo due signore Souza. Soiza. Non sembra avere un gran senso dell’umorismo, credo che non capirà la bellezza di essere chiamata signora Soiza. Meno male, io sarò la signora Soiza e lei sarà la signora Souza. Altrimenti, saremmo due signore Soiza. Io e una ragazzetta di circa vent’anni. E fin qui tutto ok, siamo separati da molti anni, io e il mio ex-marito, ma io non ho preso parte alla nascita di questa seconda signora Souza-Soiza, una cosa nella sua vita alla quale non ho preso parte.
La donna che era una completa imbecille.
E così questa settimana che non dico sia stata la più confusa della mia vita perché la mia vita è prodiga di settimane confuse, ma una delle più, di sicuro, con tante cose a cui pensare, ho passato buona parte del mio tempo a pensare come, perché, mio marito mi abbia fatto questo.
E così è stato per via di tutto questo che mi sono fatta in là.
Ed è stato anche per via di tutto questo che non pensavo a niente quando Haroldo si è fermato al distributore di benzina, il solito, quello che ha la benzina migliore, lì all’angolo, a fare il pieno, dare un’occhiata all’olio e controllare le gomme. Lui ha preso nota per la prima volta in quella giornata dei litri di benzina inseriti e del chilometraggio corrispondente sul foglietto sul manubrio, che mi costringe a compilare. E in quel momento, l’inizio della stratificazione del mio errore Santa-Calma-Piatta, mi viene da dire soltanto quello che sa già:
Poi ti ridò tutto – riferendomi ai soldi della benzina e ai soldi del ragazzo del tamponamento in macchina.
E Haroldo sorride, non ha il minimo dubbio che io possa non ridargli tutto, non sono certo il tipo di donna da sentirsi in debito con un uomo per i suoi soldi, quante volte mi ha sentito dire questa frase, e ingrana la terza con un’aria da adesso inizia il viaggio. E, lui sì, guarda in tutti i retrovisori del mondo prima di immettersi nella corsia. E, sì, sa che non gli passo immediatamente l’assegno soltanto perché a me in macchina viene la nausea e se mi abbasso, prendo l’assegno, lo compilo, che giorno è oggi, mi verà la nausea di sicuro, nonostante il fatto che, adesso lo sappiamo tutti, la nausea mi sarebbe comunque venuta, se non all’andata, al ritorno.
Così a quell’ora, all’inizio del giorno, guardo fuori dal finestrino come sto facendo adesso e cerco di non pensare più a nulla e ancora meno a cosa farò a Miracema. Perché a volte mi viene la nausea anche camminando, anche ferma senza fare niente, quindi la cosa migliore è fingere che non sono io ad essere lì, c’è una ragazza, qui dentro la macchina, che guarda la notte scendere sulla Baixada.
La ragazza che passava in macchina.
Durante un certo periodo della mia vita, pensavo che il giorno che mio padre fosse morto avrei potuto finalmente guardarlo, intendo dire, guardarlo bene, con calma, in ogni dettaglio e così sarei riuscita a sapere che faccia aveva. Pensavo che qualcosa, forse una curva all’ingiù delle sue labbra sottili e dure, uno spicchio dimenticato aperto dei suoi occhi azzurro ghiaccio, la forma, chissà, delle sue guance non più sanguigne ma cerulee, qualcosa avrebbe colmato i vuoti che esistevano nella mia storia. Da morto io l’avrei guardato fino a saziarmene senza temere di essere guardata a mia volta. Questo successe per un certo periodo.
Poi iniziai a metterlo insieme, da lontano, senza guardare, perché per molti anni, anche quando andavo a Miracema, vedevo mio padre solo da lontano, lui nella porta della sua stanzetta sul retro, che mi faceva un cenno, quasi entrando, come se avesse fretta. Così, in seguito, misi insieme io stessa una faccia pensando che, quando fosse morto, sarei andata lì a verificare. Sapere, da un collo rugoso, da una mano macchiata incrociata sul petto, se quello che avevo messo insieme era giusto. Ma non ci sono riuscita, sono impaziente. Ho dovuto anticipare. Sono andata ad accertarmene perfino prima che lui morisse, ci stava mettendo troppo a morire.
Non è stata soltanto impazienza. E’ stato anche perché non avevo niente da fare, perché quando la mia vita si ferma cerco di fare in modo che vada avanti.