Il Brasile di Florence, italiano mancato
Ausonia, per gli antichi, era il sud d’Italia. Poi fu sinonimo della penisola. Degno figlio d’Ausonia: così Giovanni Prati definì il Manzoni appena scomparso. Figlio d’Ausonia si disse Cyrillo Hércules Florence in un poema dedicato al Brasile. Chi era Florence? Un genio autodidatta, ignorato da vivo e riscoperto da poco. Pietro Maria Bardi, fondatore negli anni cinquanta del MASP, Museu de Arte di San Paolo, vide in lui un Leonardo ottocentesco. Un anno e mezzo fa la Pinacoteca dello Stato di San Paolo ne ha ricostruito il percorso di artista-inventore. Era l’anno della Francia in Brasile. Un omaggio tardivo: la douce France non si curò troppo di Florence in vita. A dire il vero, se ne infischiò del tutto. Il personaggio è ancora da studiare: le sue lettere nascondono molte sorprese.
Florence nacque a Nizza, città di Garibaldi, nel 1804. Suo padre era ufficiale medico dell’esercito napoleonico e professore di disegno. Nel 1807, anno di nascita dell’eroe dei due Mondi, la famiglia si trasferì nel principato di Monaco. Otto anni dopo Nizza passò al regno di Sardegna e il principato divenne un protettorato del regno. A sedici anni, affascinato da Robinson Crusoe, Hércules affrontò il mare. Come Garibaldi. S’imbarcò per Anversa e raggiunse Parigi. Non trovò lavoro e tornò a Monaco a piedi, sfamandosi coi ritratti che faceva alla gente. Ma non era animale stanziale. Nel 1822 s’imbarcò sulla fregata Marie Thèrese con un passaporto monegasco. Era l’anno dell’indipendenza del Brasile. Dopo una missione militare in Spagna, la nave puntò su Rio de Janeiro.
Florence si impiegò in un emporio di stoffe, poi passò in una libreria-tipografia gestita da francesi, che gli diedero carte e mappe da copiare. Seppe che il tedesco Langdorff, ambasciatore dello zar a Rio e capo di una spedizione scientifica, cercava un secondo disegnatore per rimpiazzare un giovane compatriota, Johann Moritz Rugendas, che lo aveva piantato in asso. Florence fece domanda e fu assunto. Il primo disegnatore della spedizione era Adrien Taunay. Il dimissionario Rugendas diventò famoso, Florence invece restò uno sconosciuto.
Iniziò l’avventura. Da Santos a San Paolo, poi sui fiumi Tietê, Paraná e Paraguai, verso Cuiabá e il Pantanal. Florence s’inventò un ordine architettonico con colonne ispirate alle palme. Il gruppo si divise. Hércules seguì Langdorff sul Rio delle Amazzoni. A fine spedizione, il materiale che aveva prodotto fu affidato in parte a Emile Taunay, fratello di Adrien annegato nel Tauporé.
A Rio Florence scrisse il trattato Zoophonia, in base agli appunti presi sui versi degli animali amazzonici. Si trasferì a Campinas, non lontano da San Paolo, dove sposò Maria Angélica de Vasconcellos, che in vent’anni gli diede tredici figli. Hércules era di idee liberali. Ritrasse nel letto di morte il savonese Giovan Battista Libero Badarò, assassinato il 30 novembre 1830 a San Paolo, e padre Antônio Fejó, di Campinas, il sacerdote che ne riscattò la memoria.
Si mise a studiare i cieli e le nuvole. Inventò la poligrafia, un metodo di stampa che impiegava cera e colori in pasta. Inoltrò al ministero dell’interno francese un opuscolo con una sintesi della Zoofonia e gli appunti sulla poligrafia. Nessuno gli rispose.
Nel 1832 Florence registrò la possibilità di “fissare le immagini della camera oscura per mezzo di un corpo che cambi colore per azione della luce”, grazie al nitrato d’argento. Lo chiamò Fotografia. Usò lastre di vetro affumicate e coperte di gomma arabica. Non lo sapeva, ma era in anticipo di almeno cinque anni su Niépce e Daguerre. Poco dopo ideò un tipo di carta inimitabile, contro i falsari di banconote. Registrò l’invenzione nel regno di Sardegna, presso l’Accademia delle Scienze di Torino, e fu l’unico riconoscimento che ebbe dall’Europa. Sperimentò un metodo di stampa tiposillabico e un modo per indicizzare i libri. Cominciò a dare veste organica al tutto. Rimasto vedovo, si risposò con Carolina Krug, una pedagogista tedesca che gli diede altri sette figli. Nel 1855 fece una puntata a Monaco a trovare i parenti. Rientrato a Campinas, inventò la stereopittura, o pittura solare; la pittura cisparente su vetro, che illuminata dal sole risplendeva nei suoi punti chiari; la pulvografia, procedimento di stampa su tessuto con polvere e colla.
Florence continuò a disegnare e a dipingere. Era molto sensibile, al punto che una volta smise di abbozzare una scena perché gli era sembrato che un capataz stesse fustigando uno schiavo solo per farsi bello davanti a lui. Ebbe notevoli intuizioni per il tempo in cui visse: biasimò i tanti fuochi che distruggevano le foreste per impiantare il caffè, oscurando il sole per parecchi giorni, ma fu un fanatico sostenitore della ferrovia, come strumento di penetrazione positiva della civiltà e del progresso.
Nel 1860 Cavour cedette Nizza alla Francia in base agli impegni assunti a Plombières e a Torino. Garibaldi s’imbestialì. Chissà che pensò Florence a Campinas, quando lo seppe. Fatto sta che anni dopo, quando i primi emigrati italiani lo raggiunsero in quei luoghi, ne fu felice. Scrisse che finalmente poteva parlare di arte con chi l’apprezzava. Continuò a perfezionare le sue ricerche. Nel 1877, due anni prima che morisse, fu ammesso nell’Istituto Storico e Geografico Brasiliano. All’unanimità.
Meglio tardi che mai, si dice, ma Hércules Florence fu stroncato dal destino di genio incompreso. Così, nel fiore degli anni, scriveva in preda allo sconforto: “O giorni della mia Patria e dei miei viaggi, non siete stati che un’illusione!” La sua Patria. Qual era? Nizza? Monaco? La Francia? Il regno di Sardegna? Il Brasile? L’Ausonia, che nell’Ode al Brasile Florence scrisse con z, antica grafia portoghese che accostava l’Auzonia alla terra dell’Avventura, l’Amazzonia?
No. La patria di Florence figlio d’Ausonia fu il mare, tropicale e mediterraneo. Il mare che bagna Nizza. Il mare su cui l’Amazonas amoroso stende i suoi bracci d’acqua. Lo stesso mare di Garibaldi, che a Caprera, moribondo, chiese che il letto gli fosse posto su una pedana, per guardare la patria dalla finestra.


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