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    A Cannes storie di donne

    Scritto da Giovanni Ottone • 11 giugno 2011 • Stampa questo articolo

    La sessantaquattresima edizione del Festival di Cannes, svoltasi dall’11 al 22 maggio, ha presentato, secondo la tradizione (è la più importante manifestazione cinematografica del mondo), un programma molto ricco, comprendente sia film di alcuni degli autori più significativi del pianeta e di alcuni esordienti di talento, sia opere spettacolari che testimoniano la vivacità e la creatività dell’industria a livello statunitense, asiatico, europeo e latinoamericano. Anche quest’anno, pur in un quadro affollato di partecipazioni, il cinema brasiliano è stato considerato attraverso la presenza di un lungometraggio inserito nella selezione ufficiale, quantunque collocato fuori dalla “Compétition” principale, e di un’altro presente in una delle prestigiose rassegne collaterali.

    Una scena del film "O abismo prateado"

    Nella sezione competitiva “Un Certain Regard”, prestigioso contraltare della competizione ufficiale, è stato presentato il lungometraggio ‘Trabalhar cansa’, opera prima dei registi paulistas, appena trentenni, Juliana Rojas e Marco Dutra, già presenti nelle sezioni collaterali del Festival di Cannes, nel 2005 e nel 2007, con i loro cortometraggi ‘O lençol branco’ e ‘Um ramo’. Nella sezione “Quinzaine des Réalisateurs” è stato presentato il lungometraggio ‘O abismo prateado’, quarto film del noto regista cearense Karim Aïnouz.

    Nella sezione competitiva “Semaine de la Critique” è stato inserito il cortometraggio ‘Permanências’, del regista mineiro, non ancora trentenne, Ricardo Alves Júnior. Si tratta di un film sperimentale che offre i ritratti di alcuni abitanti di un complesso abitativo situato nel centro di Belo Horizonte, attraverso frammenti visivi manipolati creativamente con un gioco di piani sequenza e di close ups, di luci e di rumori. Nella sezione competitiva “La Sélection Cinéfondation”, riservata agli allievi delle scuole di cinema di vari Paesi, è stato presentato il cortometraggio ‘Duelo antes da noite’, della regista carioca, ventenne, Alice Furtado. Racconta la storia di un ragazzo e di una ragazza che vivono in una zona rurale e che si trovano di fronte ad una drammatica svolta esistenziale.

    Commenteremo quindi i due lungometraggi menzionati, che, pur essendo molto diversi per ispirazione, approccio drammatico e scelte narrative ed estetiche, raccontano, entrambi, storie di donne che resistono a gravi avversità con coraggio. ‘Trabalhar cansa’, di Juliana Rojas e Marco Dutra, si presenta come un dramma familiare, ma si sviluppa come un thriller atipico, con spunti macabri e horror, misteriosi e inesplicabili. Gli autori costruiscono con maestria (che dimostra un’eccellente conoscenza delle convenzioni del genere) una suspence crescente, ma evitano di riproporre scontati clichés e inquadrano un interessante contesto sociale e psicologico che configura un’idea di “orrore del quotidiano”. Ne deriva che il film è pervaso da un’atmosfera gelida di costante oscura minaccia, con occasionali spunti comici beffardi e temporanee derive comportamentali irrazionali da parte di tutti i personaggi (si nota che i registi traggono ispirazione da cineasti quali Alfred Hitchcock, David Cronenberg e Michael Haneke). In effetti la narrazione descrive, con originalità (superando i limiti di un piatto realismo), le difficoltà e il disagio di una famiglia della classe media-bassa (classe C) che si propone di iniziare una piccola impresa commerciale. Secondo le dichiarazioni dei registi al centro del film vi sono la difficoltà del lavoro, inteso sia come rischio imprenditoriale sia come precarietà, e le relazioni di potere tra i personaggi da cui nascono frustrazioni e paure che si fondono in un drammatico quadro morboso.

    Karim Ainoutz

    La storia è ambientata in un vecchio quartiere di São Paulo con una composizione sociale mista, piccolo borghese e proletaria. La protagonista, Helena (Helena Albergaria), è un’intraprendente casalinga trentenne. La donna visita un ampio locale, da tempo non occupato, con l’idea di affittarlo per installarvi un minimarket, nonostante qualche dubbio sulla convenienza dell’impresa e una certa inquietudine derivante da voci su precedenti affittuari irrintracciabili di cui nessuno vuole parlare a causa di presunte stranezze (pare che vi sia di mezzo un componente di quella famiglia affetto da turbe mentali)). Proprio lo stesso giorno suo marito, il quarantenne Otávio (Marat Descartes), viene licenziato dall’impresa in cui lavora come impiegato da dieci anni, in seguito ad una ristrutturazione aziendale. Nonostante i timori per il bilancio familiare, la protagonista non demorde, firma il contratto e predispone l’avvio dell’attività. Nel frattempo assume (senza libretto di lavoro) una giovane domestica negra, Paula (Naloana Lima), che le è stata raccomandata, nonostante sia priva di esperienza. Quest’ultima dovrà effettuare le pulizie del loro appartamento e occuparsi della loro figlia Vanessa (Marina Flores), di otto anni. Helena procede ai necessari lavoretti di riparazione, all’approntamento delle scorte e alla selezione del personale (4 dipendenti) e inaugura il minimarket.

    Tuttavia ben presto la situazione si complica a causa di vari avvenimenti inquietanti. Un giorno una melma viscosa trasuda dal pavimento del locale (si scoprirà che si tratta di una tubatura rotta), poi appaiono alcune macchie misteriose di muffa su una parete, quindi compare un cagnaccio nero ringhioso che puntualmente, ogni sera, minaccia i dipendenti all’ uscita dal negozio. Successivamente Helena si rende conto di alcune sparizioni di merce dal magazzino, sospetta il furto da parte di un dipendente ed è costretta a licenziarlo e a installare un sistema video di sorveglianza. Nel frattempo anche la vita familiare diventa problematica. Otávio, ormai disoccupato da due mesi, cerca un nuovo impiego, ma i suoi tentativi vengono frustrati. In particolare, nel corso di un colloquio grottesco gli viene chiesto di sottoporsi a un assurdo gioco di ruolo insieme ad un altro candidato. Quindi l’addetto dell’agenzia di collocamento gli consiglia di iscriversi a un corso motivazionale. L’uomo si sente sempre più depresso e umiliato, anche perché ormai l’unico sostegno al budget familiare viene dall’attività della moglie. La domestica Paula, demotivata e risentita, mal sopporta i rimproveri della madre di Helena, una signora borghese venuta nell’appartamento per celebrare le feste di fine anno. Peraltro la stessa rimprovera la figlia di aver sposato un uomo incapace che, orgogliosamente rifiuta di chiedere un prestito agli suoceri. Nel corso di un imbarazzante veglia natalizia la protagonista soffre un epistassi e il marito annuncia di aver accettato un lavoro a commissione di venditore di assicurazioni.

    Dal film "Trabalhar cansa"

    Helena avverte un asfissiante clima di pericolo incombente e di ostilità da parte dei suoi dipendenti e della domestica, che sembrano attendere il suo fallimento, ma cerca di fronteggiare la tensione e le paure. Nell’imminenza del Carnevale decide di tenere aperto il minimarket per sfruttare l’opportunità festiva, ma le macchie sulla parete ammuffita si allargano e ne promana un odore nauseabondo. L’operaio chiamato, per scoprire la causa del danno e ripararlo, rinvia il lavoro a dopo la pausa festiva. Quindi, una sera, dopo la chiusura al pubblico, Helena procede a rompere la parete sospetta e…. Non sveliamo il clou della vicenda, limitandoci a dire che la donna e il marito fronteggiano stoicamente una situazione imprevedibile e terrificante. In seguito la vita riprende, con apparente tranquillità. La parete del negozio è stata riparata e l’attività commerciale gestita da Helena procede regolarmente. Paula ha cambiato lavoro ed è impiegata, con un contratto regolare, in un ristorante di uno shopping center. Peraltro, in una poderosa sequenza finale che mostra un seminario volto a insegnare come affrontare le sfide del mercato del lavoro, si assiste alla definitiva accettazione da parte di Otávio dell’invito a sfogarsi, mostrando il proprio istinto animalesco: il suo urlo disperato va oltre qualsiasi metafora.

    La qualità del film emerge in primo luogo dalla sceneggiatura, elaborata, con un approccio molto attento, da parte degli stessi registi. In effetti la narrazione mescola, con una sapiente stratificazione, vari elementi, in un gioco di echi e di specchi non banale. Ogni personaggio che entra in scena rappresenta un fattore importante in un sistema di relazioni che si articola su diversi livelli (esistenziale, familiare, domestico, sociale, etnico, ecc.), senza tesi precostituite o pretese didascaliche o tentazioni psicologiste. In termini più generali si può affermare che la vera forza del film risiede in una sorprendente lucidità e personalità dello sguardo, piuttosto inusuale nel panorama cinematografico brasiliano dove ben pochi autori rappresentano l’essenza dei conflitti sociali, uniformandosi piuttosto ai clichès conformistici dominanti che enfatizzano l’incontro interclassista e i suoi felici rituali. Al contrario, in questa opera, le relazioni interpersonali e sociali risultano costantemente tese, in un clima di incombente paralisi. Gli attori, diretti con polso fermo, danno vita a personaggi credibili e ben radicati nello specifico contesto urbano e nella vicenda così come è concepita. Inoltre sono da sottolineare aspetti visivi quali gli efficaci close ups e i dialoghi calibrati che alternano iperrealismo e violenza trattenuta.

    Juliana Rojas con Marco Dutra

    Al tempo stesso l’utilizzo di meccanismi di messa in scena e tecnici tipici del genere horror appare come un filtro ben congegnato e non dissonante ai fini della valorizzazione della storia. La fotografia di Matheus Rocha utilizza con appropriatezza i toni pallidi e i colori freddi e persino spettrali. La scenografia approntata da Fernando Zuccolotto, pur con i limiti del low budget, risulta abbastanza brillante, anche senza effetti speciali strabilianti. Il sound e il mixage, curati da Gabriela Cunha, Daniel Turrini e Fernando Henna sono impressionanti perché enfatizzano i rumori naturali e usano con grande parsimonia il commento musicale, evitando artificiosità manipolative. In conclusione si tratta di un esordio felice, anche se, certamente non mancano alcuni limiti, in particolare qualche simbolismo eccesivo e un ritmo dell’azione non sempre consistente e realmente emozionante.

    ‘O abismo prateado’, di Karim Aïnouz, è un dramma che descrive il doloroso itinerario di disperazione, sofferenza e infine accettazione della repentina disgregazione di un vincolo matrimoniale da parte di una donna professionalmente garantita, abbandonata inspiegabilmente dal marito. Peraltro tutto il travaglio della protagonista si sviluppa nell’arco di un pomeriggio e di una notte (!). Purtroppo il film risulta ben poco riuscito e segna un pericoloso arretramento da parte di un autore quarantenne che nei suoi precedenti film di alta qualità (‘Madame Satã’ e ‘O céu de Suely) aveva saputo descrivere sorprendenti traiettorie esistenziali con uno speciale linguaggio narrativo mai scontato e con precise e originali scelte stilistiche che valorizzavano gli itinerari emotivi dei protagonisti. Al contrario in questo caso si nota un’impostazione tradizionalmente melodrammatica, con pesanti elementi di artificiosità, viziata da una prospettiva consolatoria e romantica e aggravata da dialoghi francamente inadeguati.

    Secondo le dichiarazioni del regista (che forse spiegano implicitamente le ragioni del clamoroso flop) il film è un’opera su ordinazione, vale a dire nasce da una precisa istanza del produttore Rodrigo Teixera che ha chiesto a Karim di realizzarlo ispirandosi a una canzone del noto compositore e interprete Chico Buarque. Aïnouz ha scelto il famoso brano “Olhos nos olhos” e ha scritto la sceneggiatura insieme a Beatriz Bracher, interpretando la canzone come una lettera d’amore immaginaria. Tuttavia ne è risultata una caricatura di love story e uno strampalato ritratto femminile che tradisce persino la complessità e la profondità del testo di Chico (come possono testimoniarlo molti brasiliani) che riguarda un percorso sentimentale di ampio respiro, non condensabile certamente tutto in 24 ore, secondo la scriteriata moda di molti film statunitensi (a meno che anche Karim, come, purtroppo, molti registi brasiliani e argentini, sia stato attratto dalle sirene del cinema commerciale più deleterio di Hollywood).

    La vicenda è ambientata nella zona sud di Rio de Janeiro, nei quartieri residenziali, e costantemente animati e vibranti, di Copacabana e di Flamengo, tra la spiaggia e i morros lambiti dalla foresta tropicale. La protagonista è Violeta (Alessandra Negrini), una borghese appena quarantenne, sposata e madre di un quindicenne. È una bella donna, non sofisticata, ma fine, apparentemente forte, indipendente e culturalmente avanzata. Svolge la professione di dentista in uno studio privato e si sposta in bicicletta, sfidando l’intenso traffico automobilistico. Vive in un alloggio di pregio (una cobertura), acquistato recentemente, a Copacabana, con il figlio e con il marito, Djalma (Otto Jr.), un ingegnere quarantenne con una buona posizione professionale. Dopo alcune felici inquadrature iniziali che offrono, con piani arditi, un’immagine realista e in parte inedita del noto quartiere carioca, si assiste ad un’intensa sequenza notturna di sesso, senza dialogo, tra Violeta e il marito. Il giorno successivo Djalma si prepara per un viaggio a Porto Alegre e saluta tranquillamente la moglie che si reca al lavoro. Nel primo pomeriggio la donna riceve un messaggio vocale del marito inviato al proprio cellulare. Il contenuto resta sconosciuto per lo spettatore, ma da quel momento inizia la sua disperazione, anche perché il marito non risponde alle sue chiamate. Seguita costantemente dalla telecamera che si aggrappa al suo volto e al suo corpo, Violeta inizia una spasmodica ricerca di informazioni, in preda ad un’ansia crescente. Va al cantiere edile dove lavora il marito e una collaboratrice di quest’ultimo le dice che Djalma vuole rompere la relazione con lei e ha atteso il momento giusto dopo averle comprato il nuovo appartamento (tipico cliché favolistico della classe media brasiliana riguardante un uomo fedifrago e machista, che tuttavia si preoccupa di lasciare alla moglie una confortevole situazione economica).

    La protagonista fugge e pedala concitata, viene investita di striscio da un auto pirata (in una strada quasi deserta!), cade e si ferisce al volto (una simbologia grottesca e prosaica che associa caduta fisica e caduta morale). A sera, tornata a casa, medica il taglio sulla fronte, trova il cellulare lasciato dal marito, prepara una borsa da viaggio e comunica al figlio che deve partire improvvisamente per raggiungere Djalma a Porto Alegre. Quindi si reca all’aeroporto Santos Dumont, ma non riesce a partire perché l’ultimo volo è già decollato. Successivamente inizia una peregrinazione notturna. Affitta una camera in un motel e beve alcolici smodatamente, ascoltando più volte il messaggio vocale del marito (il cui contenuto viene finalmente rivelato allo spettatore, dopo circa un’ora dall’inizio del film!). In sintesi la voce di Djalma dice che la lascia perché si sente soffocato e che proseguirà il suo viaggio fino alla Patagonia per cercare di ritrovarsi, le chiede di non cercarlo e ripete per tre volte “Violeta non ti amo più” (!!). Poi la donna si reca in una discoteca e danza freneticamente giocosa, seguendo il ritmo di “Maniac”, il brano di Michael Sambello, indimenticabile pezzo forte della colonna sonora del mitico film ‘Flashdance’.

    È ormai notte fonda quando si trova a camminare sul calçadão della spiaggia di Copacabana dove incontra una bambina di otto anni, accompagnata dal padre. In breve fa amicizia con i due. L’uomo le rivela che è stato abbandonato dalla moglie e che da una settimana si muove con la figlia su un caravan e cerca di vendere prodotti alimentari, in attesa di intraprendere un viaggio verso il Nord per raggiungere la casa di suo padre. Negli ultimi 15 minuti del film si assiste al trascinamento di questa situazione patetica con velleità simboliche. La notte si sta esaurendo quando Violeta si fa accompagnare dalla coppia di “amici” e raggiunge nuovamente l’aeroporto Santos Dumont, rivelando che deve partire. I tre peregrinano nelle sale deserte e la donna fa da anfitrione ai proletari che non hanno mai visitato uno scalo aeroportuale (un eloquente piano fisso mostra un murale che rappresenta cieli, aerei e viaggiatori, ovvia metafora dell’idea del viaggio come liberazione). I dialoghi sono assurdamente banali e ad un certo punto l’uomo canticchia una canzone (!?). Poi Violeta saluta i due. L’uomo (che evidentemente avrebbe capito tutto di lei, pur non conoscendo la sua situazione) le raccomanda di non farsi più del male. Quindi Violeta prende un taxi e all’alba scende a Copacabana. Peraltro l’ultima in quadratura è per il caravan che viaggia verso il Nord.

    Ci siamo dilungati nella spiegazione della trama perché ci pare che la principale debolezza del film risieda proprio nella sceneggiatura (ma anche nei conseguenti molti compiacimenti “romantici” della messa in scena). Aïnouz ha dichiarato che il suo scopo era quello di catturare le emozioni della protagonista, valorizzando il suo corpo. Tuttavia la caratterizzazione del personaggio è talmente debole e convenzionale da far scivolare la cifra del film in uno psicologismo a buon mercato (proprio quello che Karim avrebbe voluto evitare). L’aspetto più fatale di questa deriva risiede nell’inutile svolta finale quando Violeta sembra superare la sua solitudine prendendo coscienza che altre persone stanno vivendo una situazione di abbandono simile a quella subita da lei. Se veramente il regista avesse voluto raccontare una non storia, mostrando semplicemente una situazione emotiva drammaticamente estrema, avrebbe dovuto scegliere una dinamica dei fatti meno prosaica e retorica e uno stile più asciutto e sperimentale, come in ‘Viajo porque preciso, volto porque te amo’, il suo precedente lungometraggio diretto con Marcelo Gomes. Al contrario questo film colloca Karim in un quadro di “conformismo sentimentale” che forse può essere gradito a certe porzioni di pubblico, ma certamente ne ridimensiona la credibilità autoriale.

    Questo giudizio negativo non preclude il riconoscimento di alcune qualità estetiche del film. La scelta di girare in cinemascope, l’uso di una scarsa profondità di fuoco per far risaltare i personaggi rispetto allo sfondo e la fotografia, ricca di sfumature e di luminosità ardite (specie nelle scene notturne), curata da Mauro Pinheiro Jr. creano momenti suggestivi, ma al tempo stesso denotano un’eccessiva pianificazione che contraddice anch’essa il tentativo poetico che si ricercava. Infine, il lavoro di sound design effettuato da Waldir Xavier risulta estremamente notevole. Il brusio del traffico, il suono delle onde che si infrangono sulla battigia, i brani musicali provenienti dalle radio e mille altri rumori, catturati e scanditi, si accumulano, si alternano e si scompongono in un gioco iperrealista che dà perfettamente l’idea della particolarità straordinaria di Rio de Janeiro.

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