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    A Roma il Cinebrasil adolescente

    Scritto da Giovanni Ottone • 18 novembre 2010 • Stampa questo articolo

    Il quinto Festival Internazionale del Film di Roma, svoltosi dal 28 ottobre al 5 novembre scorsi, ha riconfermato le pecche di una rassegna cinematografica che, nonostante il ricchissimo budget di cui dispone, stenta a trovare una precisa identità. Infatti la Selezione Ufficiale competitiva (che non ha incluso film brasiliani), pur vantando numerose anteprime mondiali, è stata oltremodo debole e disomogenea, avendo presentato troppi film convenzionali, mal scritti e noiosi o poco comprensibili. "As melhores coisas do mundo"

    In effetti il Festival, amministrato da una Fondazione in cui sono rappresentati, oltre al Comune, la Regione, la Provincia, la Camera di Commercio e la Fondazione Musica per Roma, pur essendo seguito da molti giovani romani e dal pubblico più o meno snob che affolla le serate di gala e stravede per qualche star americana, ha visto l’assenza di molti dei giornalisti e critici stranieri che partecipano regolarmente ai Festivals del Cinema di Berlino, Cannes e Venezia.

    Si può dire che l’iniziativa più riuscita della manifestazione sia il piccolo mercato internazionale, denominato “Business Street” (favorito dall’assenza del mercato alla Biennale di Venezia) che, nel corso di 4 soli giorni ha presentato circa 200 film a un centinaio di buyers e sellers di tutto il mondo, tra cui il gruppetto di produttori e distributori brasiliani, appoggiati dall’organismo ‘Cinema do Brasil’ che promuove il cinema brasiliano all’estero, finanziato dal governo federale e presieduto dal regista e produttore paulista André Sturm.

    Nella sezione competitiva del Festival denominata “Alice nella città”, una sorta di rassegna indipendente dedicata al pubblico giovanile under 20, con proiezioni affollate da studenti delle scuole medie e superiori, accompagnati dagli insegnanti (e con una specifica giuria ugualmente formata da studenti), è stato presentato ‘As melhores coisas do mundo’, terzo lungometraggio della regista quarantenne paulistana Laís Bodanzky.

    È un’opera che conferma una nuova tendenza che si è affermata nel corso dell’ultimo biennio nel cinema d’autore del Paese (che insegue anche il successo commerciale), recuperando una disattenzione precedente verso una fascia di pubblico che affolla le sale cinematografiche. Ci riferiamo alla realizzazione di vari lungometraggi di finzione (gli ultimi film di Esmir Filho, Ana Luiza Azevedo, Sandra Werneck, Rosane Svartman, ecc.) che si rivolgono essenzialmente ai teenagers brasiliani, rappresentati secondo prospettive diverse, sforzandosi di descrivere il loro universo esistenziale e i loro rapporti con gli adulti.

    Il film era già stato inserito nella competizione del Cine PE, il Festival del Cinema di Recife svoltosi a fine aprile, e in quella sede era risultato il grande vincitore, avendo ottenuto ben 8 premi, tra cui quello per il miglior film, la migliore regia, la migliore sceneggiatura e quello della critica. Uscito quasi contemporaneamente nelle sale brasiliane, con una buona distribuzione (150 copie),   ha ottenuto un discreto successo, con un pubblico poco superiore a 250mila spettatori. Si tratta di un libero adattamento della serie di libri rivolti ai giovani teenagers intitolata ‘Mano: Cidadão-Aprendiz’, di Gilberto Dimenstein e Heloísa Prieto.

    È un “coming of age movie” che si sforza di raccontare il vissuto quotidiano, i turbamenti, i sogni e le pene di un gruppo di teenagers della classe media della metropoli paulista, durante un anno scolastico, e le loro relazioni con adulti incapaci e genitori inadeguati. La presenza di giovani interpreti, non attori, esordienti, tutti studenti di scuole private di São Paulo, selezionati con specifici test tra 2.500 candidati, e certamente determinanti per la proposizione dei moduli comportamentali e dei linguaggi specifici di quella fascia di età e di quello specifico contesto sociale, rappresenta senza dubbio la caratteristica saliente del film. Francisco Miguez in una scena del film

    Il protagonista è Mano (Francisco Miguez), un ragazzo di 15 anni intelligente, ma anche poco amante dell’ ostentazione dei suoi sentimenti. Percorre le strade in bicicletta, partecipa attivamente alle lezioni scolastiche, ma non disdegni scherzi e amenità varie, disegna caricature e frequenta le festicciole con i suoi compagni e amici. Ama la musica rock e pop e frequenta  le lezioni di chitarra impartite da Marcelo (Paulo Vilhena), un ridicolo trentenne che gli somministra dissertazioni di filosofia della vita e lo incoraggia ad esprimersi.

    Vive con Pedro (Fiuk), il fratello maggiore di 17 anni, che scrive poesie e pièces teatrali e ama crogiolarsi nel romanticismo estremo, e con i genitori quarantenni, entrambi docenti, il padre Horacio (Zé Carlos Machado) e la madre Camila (Denise Fraga). Il piccolo mondo “felice” di Mano è profondamente scosso quando suo padre va a vivere con un uomo più giovane, rivelando la propria omosessualità. In seguito Camila si confida con una collega, madre di un compagno di Mano e la notizia si diffonde nella scuola dando origine a pettegolezzi e a lazzi che feriscono profondamente la sensibilità del ragazzo.

    Nel frattempo si svolgono vicende parallele: lo sviluppo della depressione di Pedro che, lasciato dalla fidanzata coetanea, attuerà un tentativo di suicidio e sarà salvato in extremis dal fratello; la sospensione dall’insegnamento di Artur (Caio Blat), il professore di fisica, bello, brillante e grottescamente tollerante e amico degli studenti, accusato di avere sedotto Carol (Gabriela Rocha), la studentessa miglior amica e confidente di Mano (che, al contrario, assediava il docente); il tradimento di Deco (Gabriel Illanes) che fa credere a Carol che lo stesso Mano abbia raccontato a tutti la sua infatuazione nei confronti di Artur.

    Il film combina elementi seri e ironici e offre alcuni spunti sinceri e veritieri, ma presenta un’accumulazione narrativa di episodi e bozzetti che mettono in crisi il suo potenziale profilo drammatico e il coinvolgimento emotivo dello spettatore. Il vero problema riguarda la sceneggiatura scritta da Luiz Bolognesi, consorte e abituale collaboratore della regista, che risulta debole, artificiosamente rilassata e costellata da piccole furbizie, forse a causa della eccessiva preoccupazione di aderire alla psicologia degli adolescenti della classe media e di rappresentarne il dinamismo emotivo, senza sbilanciarsi troppo. Il film è certamente lontano dagli odiosi filmetti statunitensi sugli studenti adolescenti, ma, in sostanza, prevale lo spirito didascalico e abbondano i toni lievi e carini, anche nelle situazioni più crude.

    Bodanzky ripropone molti clichés narrativi, guidata da uno sguardo “materno” e “progressista”, senza riuscire a mantenere la distanza e a reinterpretarli e a convertirli in aspetti genuini e/o lirici: i sensi di colpa dei genitori divorziati; i dilemmi e i preconcetti sulla sessualità; il rito di passaggio della perdita della verginità; la passione del protagonista, impacciato, nei confronti della studentessa più attraente della classe; il ricorrente cyberbulling, attraverso cellulari e internet, praticato con cinismo da studenti, singoli o in gruppo, contro il malcapitato di turno; le riunioni dei genitori con i discorsi polically correct; la formazione di una lista, per partecipare alle elezioni scolastiche, da parte di Mano e degli altri studenti reietti e molestati, per protestare contro il clima ostile e discriminatorio che configura, a loro giudizio, un “Big Brother do Mal”.

    Per non parlare del deludente happy end finale che vede trionfare lo spirito liberale e sbocciare l’amore tra Mano e Carol che, nel frattempo, hanno superato le incomprensioni. Anche alcuni effetti speciali visivi, come ad esempio le accelerazioni delle immagini del traffico urbano attorno a Mano immobile e pensoso, rappresentano fastidiosi e inutili tentativi di incontrare il gusto del pubblico giovanile abituato ai videoclip pubblicitari.

    Tra le qualità estetiche del film sono da segnalare la fotografia, ricca di toni e contrasti, di Mauro Pinheiro e l’abile montaggio di Daniel Rezende. Inoltre l’aspetto più attraente risiede nella brillante colonna sonora, curata dal musicista e produttore BiD, che comprende musica rock e pop, con composizioni inedite di autori quali Arnaldo Antunes e General Lee oltre al celeberrimo brano dei Beatles ‘Something’, eseguito varie volte da Mano con la chitarra.

    Nella sezione del Festival denominata ‘L’altro cinema – Extra’, una miscellanea disomogenea e pretenziosa di documentari e opere di finzione che ripropone in gran parte le “provocazioni” del Sundance Film Festival, la rassegna statunitense che si svolge in gennaio, è stato presentato il documentario di produzione italiana ‘A mão e a luva (Storia di un trafficante di libri)’, del regista italiano quarantenne Roberto Orazi, girato in larga parte in una favela. Racconta una vicenda esemplare.

    Il protagonista è un poeta e musicista di umili origini, oggi tretacinquenne. Ricardo Gomes  Ferraz, denominato Kcal, vive nel poverissimo barrio Pina, a Recife, in gran parte costruito su palafitte sulle rive di una laguna e del fiume Capibaribe ed abitato da poveri pescatori e lavoratori precari. L’uomo dice di avere indirizzato la sua vita quando a 16 anni ha letto il romanzo ‘A mão e a luva’, del famoso scrittore Machado de Assis. Da quel momento il suo impegno è stato quello di recuperare e comprare libri usati per poi trasformare la sua casa in una biblioteca popolare, sospesa sull’acqua, punto di ritrovo di adulti, di adolescenti e di bambini, sottratti all’evasione scolastica e al crimine.

    Kcal viene seguito dal regista mentre consegna i libri a domicilio e mentre intrattiene i ragazzi. Poi il film ricostruisce il suo viaggio a São Paulo, quando, il 25 marzo 2008, ricevette il Premio “Faz Diferença”, per la categoria sociale. Oggi la sua “Livroteca Os Guardioes” è ospitato in nuovi locali, sempre a Pina, e il suo esempio ha spinto il governo federale ad appoggiare iniziative simili in tutto il Paese. Peccato che il documentario di Orazi sia oltremodo agiografico e superficiale.

    Non bastano le ricorrenti immagini di bambini felici e di adulti che lodano la bontà dei libri e dell’apprendimento per inquadrare le problematiche vere e la psicologia degli abitanti di una favela di Recife. Inoltre la ricostruzione molto impostata del soggiorno del protagonista nella metropoli paulista, mentre si aggira nelle strade e ammira i grattacieli, è francamente inutile.









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