A Cannes la favela in positivo
La sessantatreesima edizione del Festival di Cannes, svoltasi dal 12 al 23 maggio, ha presentato, secondo la tradizione (è la più importante manifestazione cinematografica del mondo), un programma molto ricco, comprendente sia film di alcuni degli autori più significativi del pianeta e di alcuni esordienti di talento, sia opere spettacolari che testimoniano la vivacità e la creatività dell’industria a livello statunitense, asiatico, europeo e latinoamericano.

'Cinco vezes favela' (1962), di Carlos Diegues, Leon Hirszman, Joaquim Pedro de Andrade, Miguel Borges e Marcos Farias
Anche quest’anno, pur in un quadro affollato di partecipazioni, il cinema brasiliano è stato considerato attraverso la presenza di un lungometraggio nella selezione ufficiale, quantunque collocato fuori dalla “Compétition” principale, e di un’altro presente in una delle prestigiose rassegne collaterali. Inoltre a testimonianza del grande rispetto riservato al Paese, è da segnalare l’inserimento del noto regista Carlos (Cacá) Diegues, figura preminente del Cinema Novo e tuttora attivissimo, nella Giuria della competizione della Cinéfondation e dei cortometraggi. Infine è importante annunciare che, in occasione del Festival, è stato siglato il nuovo “Accordo di Coproduzione Cinematografica tra i governi di Francia e Brasile”, sottoscritto da Véronique Cayla, Presidente del Centre National de Cinématographie, e da Manoel Rangel, Presidente di Ancine ( Agência Nacional de Cinema), l’organismo pubblico che regola il settore.
Nella sezione “Hors Compétition: Séance Spéciale” è stato presentato ‘Cinco vezes favela – Por nós mesmos’, composto da cinque cortometraggi-episodi di cui sono registi i cariocas, ventenni e trentenni (con precedenti esperienze di direzione di cortometraggi e audiovisivi), Manaira Carneiro, Wagner Novais, Rodrigo Felha, Cacau Amaral, Luciano Vidigal, Cadu Barcelos e Luciana Bezerra. Il film è stato ideato e prodotto da Carlos Diegues (regista, con Joaquim Pedro de Andrade, Leon Hirszman, Miguel Borges e Marco Farias del noto film ‘Cinco vezes favela’, del 1962, prodotto dalla Une, Unione nazionale studentesca, e considerato oggi un classico del Cinema novo) e da Renata de Almeida Magalhães.
Mentre il film originale, secondo le dichiarazioni di Diegues, fu il risultato di un progetto generoso di autori appartenenti alla classe media borghese, allora giovani e politicamente impegnati, l’attuale lungometraggio è diretto da registi socialmente provenienti da favelas o da comunità proletarie. È il frutto di un lungo processo, iniziato nel 2007, comprendente workshop di scrittura, direzione, fotografia, recitazione e altro, effettuati nelle favela di Rio de Janeiro con l’appoggio di organizzazioni non governative locali. Al termine di questo periodo di gestazione furono scelti 84 allievi, solo in minima parte con precedenti esperienze cinematografiche, che integrarono, con ruoli tecnici e interpretativi, gli attori professionisti e la troupe del film che fu girato, con piena autonomia creativa ed artistica da parte dei registi, tra luglio ed agosto del 2009.
Nella sezione “Courts Mètrages en Compétition”, della selezione ufficiale, è stato presentato il cortometraggio ‘Estação’, della regista carioca Márcia Faria, prodotto dalla Gullane Filmes. Si tratta di un piccolo poema visivo esteticamente pregevole, quantunque narrativamente un po’ debole. Contempla la strana quotidianità di una giovane aspirante attrice (Caroline Abras), trasferitasi a São Paulo per cogliere le occasioni professionali. Non è né miserabile, né priva di famiglia (telefona regolarmente alla madre da un apparecchio pubblico), ma dovendo risparmiare, custodisce i suoi bagagli nell’enorme Terminal (di autobus) rodoviário do Tietê e vi trascorre le notti sonnecchiando sulle panche.
Nella sezione “Quinzaine des Réalisateurs” è stato presentato il lungometraggio ‘A alegria’, opera seconda dei registi carioca, non ancora trentenni, Felipe Bragança e Marina Meliande. Nella sezione “Semaine de la Critique” è stato presentato il cortometraggio ‘A distração de Ivan’, dei registi trentenni cariocas Cavi Borges e Gustavo Melo. Il film offre il ritratto di un ragazzino di 11 anni che vive in un quartiere proletario periferico di Rio de Janeiro. Descrive con freschezza i giochi infantili di Ivan, ma anche la sua iniziale presa di coscienza di fronte alla cruda realtà della vita.
Commenteremo quindi i due lungometraggi presentati. ‘Cinco vezes favela – Por nós mesmos’, di Manaira Carneiro, Wagner Novais, Rodrigo Felha, Cacau Amaral, Luciano Vidigal, Cadu Barcelos e Luciana Bezerra, si propone una visione dall’interno della realtà antropologica e sociale delle favela, superando gli stereotipi, propagandati dai mass media, relativi ai moradores. Lo scopo è quello di mostrare gli aspetti più umani, e persino il buon umore, insiti nelle relazioni di amicizia e di cameratismo esistenti tra molti abitanti, pur senza nascondere le problematiche più drammatiche della vita quotidiana (secondo le dichiarazioni degli autori nell’incontro con la stampa successivo alla proiezione). I registi si sono scambiati opinioni ed esperienze e, in alcuni casi, hanno ambientato la storia raccontata in una comunità diversa da quella in cui risiedono. Offriamo quindi una disanima dei cinque episodi che compongono il film.

Il regista Carlos Diegues
‘Fonte de renda’, di Carneiro e Novais, rispettivamente residenti in Heliópolis e Taquara, descrive le difficoltà di Maicon (Silvio Guindane), ammesso alla facoltà di Legge. Pur essendo uno studente brillante, il giovane deve fronteggiare i costi esorbitanti dello studio, in particolare dei libri di testo. Il suo lavoro part time di panettiere non determina un guadagno sufficiente e, per evitare che la madre chieda un prestito agli strozzini, sollecitato da un ricco compagno di studi, accetta di procurargli piccoli quantitativi di droga fornita dai traficantes della sua favela. Il suo scopo è quello di guadagnare il denaro necessario. Un evento drammatico, pur risoltosi senza conseguenze, costringerà Maicon a sospendere la proficua attività di spaccio. Da segnalare un gradevole cameo del noto attore negro Hugo Carvana.
‘Feijão e arroz’, di Felha e Amaral, rispettivamente abitanti a Cidade de Deus e Caxias, racconta la vicenda di un bambino di 8 anni che, insieme ad un coetaneo, cerca di guadagnare qualche soldo per comprare un pollo e offrirlo al padre come succulenta leccornia in occasione del compleanno di quest’ultimo. I due amichetti, recatisi in un quartiere residenziale della città, svolgono alcuni lavoretti, ma sono derubati del denaro percepito da parte di una banda di studenti benestanti. Wesley sarà costretto a sottrarre il pollo ad un negoziante, senza pagarlo. A pranzo suo padre gli racconta un episodio della propria infanzia da cui emerge che le conseguenze di un furto possono essere traumatiche. Il giorno dopo il bambino guadagna altro denaro, acquista un pollo e, con maestria, lo fa trovare sul bancone del negoziante con appeso un cartello su cui è scritto “sono tornato”. Narrato con delicatezza e freschezza, ricorda la rappresentazione poetica dell’infanzia e dell’adolescenza in alcuni film di Luigi Comencini.
‘Concerto para violino’, di Vidigal, proveniente dalla favela Vidigal, è l’episodio più drammatico perché mostra apertamente la violenza connessa al narcotrafico. Peraltro la narrazione risulta ben controllata e priva di retorica. I protagonisti sono tre giovani, già amici d’infanzia: Márcia, Jota e Ademir. Jota, diventato un piccolo delinquente, effettua, con la sua banda, un furto di armi, sottraendole ad una caserma della polizia e poi, essendo braccato, si rifugia nella casa di Márcia, costringendola a nasconderlo. La giovane vorrebbe solamente studiare professionalmente il violino. Ademir, divenuto graduato della polizia, è pressato dal suo colonnello affinché recuperi le armi. Quindi è costretto a chiedere l’aiuto del leader di una banda di narcotraficantes, nemico di Jota, per assaltare e conquistare la favela in cui si trova il suo vecchio amico. Quando i nemici scovano Jota e Márcia e minacciano di sottoporli a terribili torture, prima di ammazzarli, Ademir interviene e, sparando, li uccide per risparmiare loro le sevizie.
‘Deixa voar’, di Barcelos, residente nel Complexo da Maré, racconta l’avventura di un adolescente, Flávio, che, per recuperare un aquilone, è costretto ad attraversare il ponte che divide la favela e ad avventurarsi nella zona controllata da una gang rivale di quella che domina l’area in cui vive, esponendosi a gravi rischi. Infatti il ragazzo conosce le ferree regole non scritte di divisione del territorio, stabilite dai narcotraficantes. Fortunatamente sarà difeso da un giovane innamorato di sua sorella e riuscirà ad incontrare una sua compagna di scuola, verificando che il suo sentimento amoroso è ricambiato. Da una possibile tragedia si passa a un clima romantico costruito senza eccessi artificiosi.
Infine ‘Acende a luz’, di Bezerra, proveniente da Vidigal, rappresenta un gustoso teatrino umano che fonde motivi riconducibili alla commedia all’italiana con il tipico humour carioca. La vicenda si svolge durante la vigilia di Natale. Nel corso del pomeriggio, mentre fervono i preparativi per la celebrazione, con approntamento di piccole riunioni familiari e comunitarie, vi è una interruzione dell’elettricità. Una prima squadra di elettricisti, vista la difficoltà a riparare il guasto, riesce a dileguarsi accampando una scusa. Il nuovo tecnico inviato è praticamente preso in ostaggio dagli abitanti. Pur privo di supporto, realizza un collegamento ardito infrangendo le regole e, a sera inoltrata, riesce a ripristinare la corrente elettrica. Viene quindi coinvolto in una grande festa collettiva piena di allegria.
Il film è complessivamente simpatico. Dimostra, in generale, un approccio onesto alla realtà, sceneggiature intelligenti e sguardi sensibili e genuini. Non mancano le note toccanti, anche se sono presenti sfasature drammatiche e non poche ingenuità nella messa in scena. Prevale una visione positiva, ma non edulcorata, del patrimonio di valori umani e sentimentali e della volontà di riscatto presente nelle favelas. Perlomeno sono stati evitati i clichés narrativi e comportamentali e i contorcimenti ideologici sulle contraddizioni razziali, sull’amore e sulla fratellanza di alcuni recenti favela movie. Non vi è quindi alcuna velleità pedagogica o moralistica, ma piuttosto una comprensibile deriva vagamente utopica. A livello estetico il fatto di avere un’unica direzione della fotografia, da parte di Alexandre Ramos, ha forse impedito una maggior duttilità di toni e di scelte che avrebbe caratterizzato meglio i diversi episodi.

Una scena di "Deixa Voar", di Barcelos
‘A alegria’, di Felipe Bragança e Marina Meliande, è il secondo film della loro trilogia denominata ‘Coração no fogo’ che intende mettere in discussione alcune tradizioni realiste del cinema brasiliano. Si tratta di una favola contemporanea che, giocando su motivi fantastici e utopici, offre uno sguardo originale e malinconico, sugli adolescenti, sui giovani e, in generale, sulla società urbana brasiliana, esorcizzando la violenza, il disagio, il conformismo e la sfiducia rispetto a sogni e speranze. La protagonista è Luiza (Tainá Medina), una vivace sedicenne della classe media che rifiuta i messaggi apocalittici sulla fine del mondo ripetuti spesso dagli adulti e dai mass media. Durante la vigilia di Natale, la ragazza, che è in visita nella casa di sua zia, in un quartiere proletario, apprende che suo cugino João (Junior Mura), che si trovava con un amico in un’area isolata della Baixada Fluminense, è scomparso, dopo essere stato probabilmente colpito nel corso di una sparatoria . I due giovani avevano assistito all’esecuzione a freddo di alcuni individui da parte di uomini armati, presumibilmente effettivi della polizia militare. Successivamente João ricompare e si presenta anche alla cugina per essere curato e nascosto nel suo appartamento ubicato in un quartiere residenziale di Rio de Janeiro. Peraltro si comporta in modo misterioso e non è chiaro se è sopravvissuto o se è diventato un fantasma. Luiza si confronta con la madre e con il padre che sono separati e le prospettano differenti visioni della vita. Intanto trascorre il tempo con compagni ed amici ed emerge la sua propensione vitalistica. La scuola è un luogo in cui ci si scambiano le confidenze, ma poi giunge il momento delle manifestazioni di protesta e degli scontri con la polizia, tra suggestioni escatologiche, cantilene e strane risate allegre. Poi ci sono le gite nei boschi, la festicciole mascherata in un appartamento e una magica nottata trascorsa su una spiaggia, in attesa dell’alba, tra ingenue trasgressioni e lazzi. Successivamente Luiza scompare alla vista degli amici e, nel finale, sembra prendersi gioco dei fantasmi.
Il film costruisce un atmosfera surreale e vagamente onirica, curiosamente poetica e gioiosa, in un contesto attuale concretamente violento e pericoloso. Si ispira all’immaginario e a una certa cultura adolescenziale e giovanile che enfatizzano i motivi spirituali, la ricerca ludica e la mitologia dei sentimenti puri. La protagonista è rappresentata quasi come una super-eroina fragile ed energica al tempo stesso. Nel cast si mescolano attori esordienti (Flora Dias, Rikle Miranda e Cesar Cardadeiro, oltre ai due citati in precedenza) e attori, con un noto passato professionale nel cinema e nel teatro, che interpretano i ruoli degli adulti (Mariana Lima, Marcio Vito e Maria Gladys). Bragança e Meliande hanno dichiarato di essersi ispirati ai film di noti registi contemporanei quali Apichatpong Weerasethakul, Jia Zhang-ke, Terrence Malick, John Hughes e Pedro Costa. Peraltro occorre ricordare che lo stesso Bragança collabora da anni, con ruoli di cosceneggiatore e assistente alla regia, con il noto regista brasiliano Karim Aïnouz che è attualmente uno dei migliori nel dirigere gli attori.
Indubbiamente il film testimonia la ricerca di un linguaggio narrativo di avanguardia non sperimentale e il montaggio della Meliande risulta fluido ed efficace. Tuttavia mostra alcuni limiti. Tra quelli imputabili alla sceneggiatura, firmata da Bragança, vi sono i dialoghi che risultano spesso troppo impostati e sentenziosi, apparentemente influenzati da un certo intellettualismo che fa pensare a Jean-Luc Godard. Rispetto al lavoro di regia si nota che la recitazione dei giovani attori riesce solo in parte a rappresentare la complessità dei personaggi così come sono stati concepiti.

