Film di strada
Cauá di vedetta scruta dal seggiolino, fulgido nei suoi capelli appena dipinti di rosso. Sembra un pica-pau cresciuto, il Woody Pecker dei cartoni animati. «Via, via, via, presto!», grida agli altri ambulanti, mentre le luci rosse e azzurre lanciano segnali minacciosi sugli edifici di rua do Catete.
Rua do Catete è zona per bene nella Rio Sud, solo quartieri di gente che lavora, edifici vecchi e nuovi tutti puliti, con portiere 24 ore, ristoranti, churrascaria e negozi di scarpe aperti fino a tardi. Un viavai nel marciapiede di donne col bambino, impiegati, figli di buona famiglia, turisti e studenti. Gli ambulanti fanno affari d’oro. In poche decine di metri si dipanano ambulanti illegali coi loro banchetti di cavetteria per cellulari, cappelli delle squadre di futebol, bermuda, orologi, cristi illuminati, cd musicali, frutta tropicale, formaggio caseiro e dolci fatti in casa.
«Prestami i soldi per comprarmi un fuskinho», getta Cauá con fare canzonatorio a un vecchio argentino che abita lì vicino. Viene quasi tutti i giorni in cerca di film nuovi, gettando lo sguardo ai suoi capelli dipinti di giallo o di rosso. «Quando avrò un’auto, la chiamerò Leonor, come quella di quel ladro di auto». Molte delle cose che Cauá dice fanno riferimento a film. Un passatempo gratuito, un fringe benefit della vita ambulante.
Un vecchio maggiolone Volkswagen come se ne trovano ancora a bizzeffe, inarrestabili ed economici. Con tre-quattromila real te ne porti a casa uno perfetto e ti dura una vita. Perché non un’auto nuova? Nem fudendo, non se ne parla nemmeno. Una cosa nuova costa assicurazione e tassa di possesso, poi te la rubano. Péll’amó-de-ddéus. Sono questi gli intercalari che girano sulla rua di Catete.
Il fratello Bruno appena diciottenne danza il funky a ogni singulto musicale. Stessa genitrice, padre diverso, per quello che se ne può sapere. Della storia di famiglia non si evince molto, a parte il suicidio della madre. Un’infanzia passata al centro São Martin per ragazzi di strada di Lapa, un pasto e una doccia; poi ancora la strada, maestra di vita. «Sai quel menino della fermata 174, storia di un assalto ad un autobus da parte dei favelado? Io ero quel bambino che si vede a volte». Non si sa se è vero, ma la storia è intrigante, anch’essa mutuata dai dvd illegali.
Qualche serata a ballare il funky al bar Carlito’s di Lapa, adesso vola il fuky-fuky di sesso esplicito, tutti a mimare il coito dietro il sedere delle ragazze, che accettano divertite scolandosi la loro lattina di birra. La notte si anima di gioventù seminuda, il sesso non è promessa né ricerca, ma solo sguardi prensili e la fraseologia di strada: vado a dare um pente, un colpo di pettine, vado a trocar de oleo…
Sotto gli archi un corri-corri di piccoli malandrini si apre tra la folla in salita, cercando rifugio verso l’oscurità: sono i menino de rua, tutti di colore nero, scalzi, metà vestiti e metà con fumi di colla nei polmoni. «Péll’amó-de-ddéus, un altro cellulare rubato», sentenzia distaccato Cauà soffiando sul suo sigaretto brunito cerchiato da una minuscola fascetta dorata. Non fuma molto, beve solo nel weekend o nelle feste di strada.
Aveva diciassette anni quando si trasferì nella favela Borel, lavorando di mototaxi illegale con un amico. Dona Claudia voleva salire sempre sulla sua moto per andare a casa, poi lo invitava a bere qualcosa, gli offriva delle bibite, un giorno lo invitò a fare il bagno in casa, a mangiare qualcosa e lo portò al cinema. Non si era mai avvicinata più di così. Un giorno che era a casa sua, lei era uscita ma c’era sua figlia che Cauá non aveva mai conosciuto perché studiava fuori.
Lei lo invitò a entrare ma lui rifiutò. Ma ogni volta che Dona Claudia era al lavoro, la figlia lo stuzzicava, lo chiamava dalla finestra, lo invitava in casa. Lui resistette per un po’, fino a che un giorno, convinto che ci fosse anche la madre, accettò l’invito. Era tutto un trucco, la ragazzina si tolse i vestitini, lo attirò a sé e non ci furono vie di fuga. La prese sul letto, finirono sul sofà rotolando in terra, poi sul tavolo, poi sul letto della madre. Un ragazzo a diciassette anni è già un vulcano in eruzione, la donnina di dodici sa tutto quello che serve per fare impazzire un uomo. 
E fu così che tutte le settimane si incontravano, a volte lui andava ad aspettarla all’uscita di scuola. Non si sa quanto tempo continuò quella storia, la memoria scende verso la cintura, in certi momenti. Ma un giorno la madre li sorprese a fare sesso sul suo letto, lei aggrappata alla testiera con lui che la castigava da dietro, battendole le natiche fresche di sapone. Apriti cielo. Dona Claudia gridò inviperita «hai tradito la mia fiducia» e altro. La rabbia di essersi vista soffiare il puledro dalla figlia fu tanta da spingerla a denunciarlo ai banditi del comando. Loro scesero e presero il ragazzo, puntandogli contro varie armi e facendolo inginocchiare a terra con la faccia rivolta al muro. «Qual è, maluco, parla subito. E’ vero che ti sei stuprato una minorenne?». Cauá non aveva fiato nei polmoni, le uniche parole che gli uscivano erano le raccomandazioni a deus per la sua anima, il perdono per i suoi mille peccati di adolescente imprestato al crimine di piccolo taglio. Le lacrime scorrevano dagli occhi senza suono, mentre il film della sua lunga vita scorrevano ad altezza della fronte, un attimo sopra la fredda canna della pistola di acciaio lucidato puntata sulla sua guancia.
La donna arrivò inveendo, chiedendo castigo. Era quasi fatta, quando un altro bandito si intromise: «peraî, aspettate un momento. Vediamo come sono andate le cose prima di farlo fuori, io voglio essere sicuro». «Ma ha violentato una minore…». Il bandito Nenem era molto rispettato. «Mandate a chiamare la ragazzina e andiamo a fondo della storia, ma intanto che nessuno tocchi questo rapaz...». La ragazzina venne, gli occhi le si inondarono di lacrime nel vedere il suo giovane cavallo negro vicino alla morte, e si decise. «Mamma, vieni qua, devo confessarti una cosa». La madre la guardò preoccupata. «Lui non ha colpa, non voleva entrare in casa, sono stata io che l’ho sedotto». Cauá sorrise e si asciugò gli occhi col dorso della mano. La mamma non le fece nulla, ma il ragazzo dovette lasciare la favela. In cambio di una vita da destinare ad altre donne e altre strade.
Il lavoro inizia poco dopo mezzogiorno e termina dopo le otto di sera. Una fetta di pizza in strada, consegnando le valige piene di video imbustati al capo e via, ridendo e domandando a Bruno che cosa piace fare a quelle ragazzine che passano sotto le luci della farmacia… «Vado a cambiare l’olio dalla gordinha, sennò fico inferruggiato, il corpo mi si arrugginisce», saluta Cauá perdendosi nel traffico di luci proveniente da largo do Machado.
Qualche sera dormono a casa di un’amica, quando questa si stanca vanno da un altro amico, a volte un collega di lavoro li ospita e dormono nella sala, su un divano o per terra, sopra un tappeto polveroso. Andare e venire da Itacaré fa due ore di viaggio per botta, lì c’è un sitio con gli animali, i ruscelli, la natura. La nonna li vede alle feste comandate. Cercare una sistemazione ha un po’ a vedere con il fascino e il carisma di Cauá, donne e bambine lo tengono d’occhio. E anche qualche uomo. Bruno sempre a ruota, come un cane fedele.
La notte tuona e il vento porta piogge torrenziali nelle favela di Niteroi, cento corpi rimangono sotterrati dalle macerie mentre gli amici di rua do Catete cucinano cachorro quente a casa del gringo. Gli hot dog sono salsicciotti color del tramonto, pochi real, un sacco di venti, sono bolliti sul pentolone col pomodoro e la paprika e messi nel pan francese croccante, con miglio e patata paglia. Cauá beve la sua seconda birra Devassa, una chiccheria che solo uno straniero può permettersi, e racconta che a diciotto anni una trans l’ha spinto ad andarsene dalla casa della nonna per costruirsi una vita, ospitandolo nel suo appartamento per sei mesi. Per farsi qualche soldo ha bazzicato nascostamente il bar Coruzinha, locale famoso a Copacabana fra i gay in cerca di compagnia.
Il gringo gli racconta la parabola dei talenti, non vince quello che ne conserva intatti la maggior parte, ma quello che fa fruttare quelli che ha, tanti o pochi che siano. Cauá lo guarda e parla con quello strano slang strascicato, non si sa se più lento per farsi capire meglio, un comportamento da bambino cresciuto che fa tenerezza. Guarda il video di Pica-Pau con l'occhio sinistro socchiuso, forse reduce da un antico trauma. «Ti piacerebbe essere solo al mondo?».
Solo al mondo? In tv c'era ancora il bianco e nero, ricorda... Un bibliotecario si chiude in una stanza stagna a leggere coi suoi occhiali dalle spesse lenti mentre è in pausa pranzo. Quando esce il mondo è stato distrutto dalla guerra mondiale, un lampo e tutto è macerie, solo lui si è salvato. Gira in cerca di qualcuno, ma trova solo case distrutte, oggetti abbandonati. E libri. Allora si mette il cuore in pace, ne accatasta un po' per genere, ci sarà poco da fare per il resto dell'esistenza, ma almeno non mancheranno le letture. Mentre fa una pila gli cadono gli occhiali e lui cerca a tentoni di trovarli, ma ci mette un piede sopra e li frantuma. Adesso per il resto della vita è solo e non può nemmeno vedere... «No, a nessuno piacerebbe essere da solo in un mondo deserto, e a te?» «A me? Nem fudendo…».
Un'oretta di chiacchere tutti in piedi attorno all'unica sedia, la segurança della farmacia a fare battute da macho, le asserzioni accanite degli astanti a spergiurare che anche fra i bandido esistono i viado, ogni tanto un vecchio amico che appare in moto o in bici, il richiamo dei clienti che chiedono un titolo, poi improvviso l'acquazzone o peggio la polizia municipale e via le corse con gli espositori dentro il budello infame che si perde dentro l'androne del numero 64, garage e ingressi di edifici, un dedalo di negozietti, un tunnel di umanità che non vede la luce del sole seduta in baretti affumicati dalle salsicce e dalle videate di Rede Globo, fino in fondo al cul de sac, dove resiste un bugigattolo di lan house coi corsi di computer per anziani e una pizzeria da asporto di sei metri quadrati. Il loro rifugio, dietro le impalcature pubblicitarie appoggiate ai muri si nascondono gli espositori dei dvd, dentro la carcassa di un macchinario senza motore le valigette e gli zainetti della mercanzia.
La moglie di Macain gli dice vai, approfitta del gringo, una mia amica è andata in Spagna, lei era una puta di Vila Mimosa e adesso cammina com nariz em pé, nasino all'insù. Sono undici anni che è là. Io ci sarei andata quella volta con lei, ma ero incinta di sei mesi. Butta fuori il fagotto e vieni con me, mi diceva, ma io non ho preso al volo l’opportunità. Adesso sai che vita… Lei è bianca, io guarda qua, scura con capelli crespi che scendono come acqua di una cachoeira, quelli ci vanno matti. Quindi se hai questa possibilità, non dire un domani «ci potevo andare ma non ci sono andato». Che cosa hai qui? Niente. Al massimo, quando torni riprendi da dove eri, cioè da niente. Ma non lasciare la possibilità che ti viene, perché non torna più.
«Potevo andare altre volte, dice Cauá, in Argentina e forse in Europa. Ma io ho paura». «Paura di che?». «Di ritrovarmi solo. Credo di sentire la mancanza della mia famiglia». Si, i brasiliani hanno spesso questa saudade dei familiari. «Ma non occorre stare via anni, all’inizio bastano sei mesi. La polizia non ti fa nulla, non sei un arabo o un africano. Tu hai il profilo di quello che ce la fa. Bruno non ha la testa, lui è come quelli che si perdono nei rivoli della bella vita, le serate in disco, la droga, gli abiti firmati e non riescono più a fare i soldi del biglietto per tornare...».
Passano tre ragazzine in mutande colorate e camicetta che lascia scoperto l'ombelico. L’andamento da signorine impettite, la pelle scura, i capelli corti ossigenati. Dietro di loro a manina la nuova generazione parte dagli otto anni, apprende in fretta e getta occhiate all’intorno più di sfida che di curiosità. Le teste si girano, gli apprezzamenti volano. Le ragazze di favela sono le migliori. Cauá esprime il suo giudizio da intenditore. A dodici anni già fanno di tutto, si dimenano gostose e non hanno più un buchetto vergine. Le salutano con un «fica com deus» che sembra una speranza per dopodomani. La vita dei film illegali dei garoto di rua do Catete è tutta qua: un bacio e una battuta, i capelli dipinti di rosso, una pizza in piedi, un letto a casaccio. Nulla da accatastare, nessun occhiale da pestare in terra. Nessun pericolo di rimanere soli per l’eternità.
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