La conversione di Alessandro
«Sono venuta a portare via le mie cose». Comoda sul sofà, davanti ad Alessandro, Mirian ha le gambe aperte come un ragazzaccio. Alle sue spalle Cleonice appollaiata come un angelo efebico, femmineo e guasto. «Lo sai? I miei amici dicono che potrei processarti», dice Mirian senza un velo di vergogna. «Perché? - la sfida lui sibillino - E' una colpa averti mantenuto per un anno, averti lasciato rubare i soldi delle bollette per mesi mentre ero in Italia, avere aiutato tuo fratello a comprare l’auto?». 
Sono domande troppo complicate, qualcuno direbbe retoriche. Non da un brasiliano, abituato ad andare per le spicce, rasoterra. «Smettila di fare filosofia – getta Mirian con una smorfia della bocca, a sottolineare il significato spregiativo del termine -, avevi promesso di aiutarmi, e adesso vuoi gettarmi via come una bonequinha qualsiasi, una bambola nella sabbia. Ma io non sono una garota de programa, viu?».
Non è una ragazza che fa marchette, no, ma quello che si è portata a casa per una stagione di scopate la metterebbe in cima all’olimpo delle puttanelle che stazionano intorno al Meia Pataca, il popolare open pub turistico di Avenida Atlantica. A Mirian sfugge il dettaglio centrale della vicenda; o forse, come ogni buon brasiliano, semplicemente se ne frega ad arte.
Era stata la passione del turista frettoloso, pronto a tutto pur di mettere indietro le lancette dell’orologio, a far cadere Alessandro nella tagliola vaginale di Mirian, la ragazza caffelatte dai capelli di rame e dal costume arlecchino. Occhi dalle lunghe ciglia marroni, un solo orecchino tondo colore del mare al lobo sinistro, sguardo trasparente, pelle lucida e camminata mascolina, traboccante di vitalità. Come il sorriso prensile a 32 denti, più pelle che vestiti, più inviti che carezze.
Un moto di orgoglio fallico dalla mira imprecisa, sparare a cazzo senza una meta, con l'idea di rifarsi un’identità. Le prime due notti passate in dormiveglia fra centimetri di pelle sudata, lingue e capezzoli, con la certezza che avrebbe dovuto farsi di qualche prodotto specifico per rimanere ancora vivo. Poi la capriola dell’amor proprio, messo di fronte all’evidenza: in fatto di sesso, «loro» sono troppo avanti, per il solo fatto che noi siamo costantemente indietro. Pensiamo di essere furbi, decidendo il costo di scopata e relazione, ma alla fine finiamo sempre per farci fregare. Perché amore e sesso sono solo lontani cugini, e se non si impara a distinguerli subito, alla fine ci si trova la casa invasa da uno sgradevole parentado.
A lui l’educazione di buona famiglia aveva inibito la sperimentazione precoce, relegando ogni chiarimento nell’oblìo del peccato, dove si era rifugiato subito il desiderio. Se i dubbi non si curano presto con il coraggio della sperimentazione, si trasformano con l’andare in un palpo confuso, scimmiottando cafonate altrui, mentre le carenze diventano una ruggine che intacca la serenità.
Apre un plico e gli porge delle fotocopie. «Questi sono i miei mobili», dice Mirian senza pena. Alessandro dà una scorsa alle ricevute con in calce la sua firma. «Ah, anche tu hai comprato mobili moderni alla Tok&Stok?», fa tentando di aprire un tema meno pesante. Lei non si degna di rispondere. Lui porta lo sguardo sulle date. Non sono di quest’anno. Un moto di panico, misto a stizza. Sono i suoi mobili, quelli che hanno comprato insieme, per arredare l’appartamento affittato l’anno scorso. Un sofà bianco con chaise longue, due poltrone letto nere, un televisore a lcd, un letto matrimoniale, una lavatrice da 10 chili, l’aria condizionata. Persino il tappeto bianco a pelo lungo.
Dei miti del consumismo non le sfuggiva niente. Ecco perché al momento di lasciare l’indirizzo per la consegna dava il suo nome, non era per ricevere la telefonata del trasportatore. Ora la cruda realtà lo riempie di rabbia. Allora era tutto premeditato da tempo? Alessandro non sa decidere se incazzarsi o arrendersi. Il silenzio che ne segue è riempito dalle note della musica pagode che trabocca languida dalla finestra dell’appartamento a fianco, inseguita da imperterrite persecuzioni canore. Dalla cucina del piano di sotto, il solito odore di soffritto d’aglio ricorda tristemente che la perfezione non è di questo mondo. Rifarsi una vita all’estero non è una sfida che si lasci domare facilmente. Come una fiera della giungla ti osserva da lontano con sospetto, sferrando colpi disperati con gli artigli se cerchi di metterle il guinzaglio.
Cleonice non muove ciglia. Se ne sta lì come la stenografa di un giudice. Non ha mai proferito verbo, solo natiche prominenti e seno turgido. Chissà quali altri dettagli. Mirian è quella che parla, decide, impone. E’ lei il macho della situazione. A letto lo era anche con lui. La tensione della situazione non impedisce ad Alessandro di provare un rigurgito di eccitazione al ricordo delle passione con cui lei lo cavalcava, decidendo tempi e posizioni, perlustrando la sua pelle con la lingua senza vergogna, scendendo negli antri più reconditi senza tentennamenti, prendendo piacere con voracità, una battaglia di sesso senza prigionieri. E’ solo uno scambio di fluidi, si sforzava di ricordare, siamo solo noi italiani a cercare sempre l’innamoramento. I brasiliani anche dopo una conquista si vendicano sparpagliando le prestazioni al bar assieme agli amici, bagnando i focosi ricordi con la birra gelata. Noi invece, inseguendo la storia romantica, siamo più visibili come bersaglio. E più pesanti nella fuga.
L’atteggiamento liberale brasiliano aveva già confuso Alessandro la prima notte, sul calzadão di Copacabana, il marciapiede in pietra portoghese decorato a onde bianconere. Aveva ricambiato il sorriso ricevuto da quella splendida ragazza dal corpo che scoppiava dentro la camiciola aperta, facendo subito conoscenza con la bunda strizzata dentro una striscia di jeans che non copriva nemmeno i peli del pube. Come gli avevano insegnato, aveva aperto l’anima al calore carioca, più per amor proprio che per necessità pulsante. Per il bullismo di segnare una tacca sul manico delle conquiste erano finiti subito al motel Luna, due ore nel letto tondo bordato di similpelle rossa fra luci regolabili a rotella e video porno di negri tatuati che infilavano melanzane infinite in deretani da luna piena.
Una coreografia che faceva pensare subito alle acrobazie di tarzan neri, nudi e potenti, liberandoti dall’immaginazione. Le mani di lei avevano subito dettato legge gettandolo come un oggetto sul cavalluccio lucido e iniziando a conquistare la pelle centimetro dopo centimetro. Lei accarezzava e strizzava, torturando le zone più deboli, dimostrando una familiarità con i confini del piacere e dell’agonia. Poi era passata all’uso della bocca, delle labbra e della lingua per intrufolarsi nei segreti più peccaminosi. Lui l’aveva lasciata fare fino a quando l’aveva trascinato sul letto pretendendo una contropartita.
Gettandosi alla rinfusa Alessandro non aveva saputo fare altrettanto, scoprendo subito che perdersi è una dote preclusa agli italiani in fuga. Lei aveva reagito riprendendo l’iniziativa, da donna con piglio volitivo, senza l’aria di preoccuparsi. Aveva afferrato quello che cercava e senza guardarlo mai in faccia si era messa a cavalcare davanti e didietro fino a esplodere in un lago di sudore. Dopo, nemmeno un bacio, solo sorrisi e poi subito al Bingo a incontrare le amiche, stretti a braccetto come due innamoratini, lei civettuola e raggiante, lui imbarazzato nel suo orgoglio di gringo.
Chi è il conquistatore e chi il conquistato? Le giornate non avevano sole né nuvole, le notti erano aule di peccato. Incontravano le amiche per caso, troppo per caso in spiaggia al Posto 9 di Ipanema guarniti di sandwich arabi e da insalate di frutta dei variopinti ambulanti, al pub Devassa di Farme de Amoedo, ai venerdi sera di Lapa sculettando una samba ao vivo nei pochi centimetri liberi del bar Boa Amizade. L'amica del cuore Cleonice spesso per mano, l’unica che riuscisse a separarli per trascinare Mirian in un eccitante trenino sculettante di funk “Ahi painho!”.
Alessandro si era convinto ad affittare un appartamento, l’avevano arredato mentre lui andava e veniva dall’Italia. Lei sempre abbronzata, provocante, orgogliosa, possessiva. Le sue amiche sempre intorno a fare la ruota, lui che a cena pagava per tutte. Poi un martedì sera l’aveva vista, con Cleonice, mentre si baciavano nella discoteca Le Boy, nascoste dal fumo del ghiaccio secco appena la discoteca Le Girl si è aperta di lato per miscelare il flusso di trasgressioni.
Alessandro aveva terminato una cena con un giovane amico arredatore, la serata era finita all’una e avevano deciso di visitare quel locale, vecchio indirizzo della liberalità, gay e lesbiche a confronto fra muscolarità ed eccitazione, dark room, baci e droga. Lei al centro di un gruppo di ragazzi, la testa di Cleonice fra le mani, unite per le labbra come a dissetarsi da un otre nel deserto. «Ihhh, due sapatone che si baciano mi fan molto sesso!», aveva commentato il suo amico Carlos. Anche a lui l’effetto pompa di sangue si mescolava ad una accettazione nuova, liberale e possibilista. Non aveva saputo spiegarsi, non si era fatto domande. Ubriaco perso, si era ritrovato solo con il suo orgoglio fra le mani, i pantaloni alle ginocchia nel bagno degli uomini pronto alla vendetta, i suoi sogni ancora pieni delle mammelle turgide di Mirian, della sua bunda carnosa, del colorito di ambra dorata che scivolava sopra di lui, mugolando e sussurrandogli parolacce colorite che riusciva appena a comprendere ma che lo eccitavano più della sua lingua, più dei baci che finivano negli angoli più perduti del suo desiderio inespresso. 
Gli acquazzoni d’estate riempiono le strade notturne di Copacabana, allagandole in pochi minuti. Erbe, lattine e pezzi di noce di cocco fluttuano in libertà, incuranti di ogni disciplina. I riflessi della città bagnata si specchiano sulle facce lucide della gioventù che cammina provocante, le camiciole incollate ai corpi muscolari. Anche così le risate sono amichevoli, la cura dei capelli eccessiva, le lunghe basette appuntite, i piercing brillanti al lobo, i pochi vestiti che inducono a curarsi dell’abbronzatura, delle forme, dei tatuaggi, traghettando ogni gesto verso un inevitabile delta carnale.
Gli abbracci fra uomini rivelano indugi prima sconosciuti. Aproveitar da vida è un tacito godere. Aver alzato il velo sul desiderio aveva reso Alessandro più abusato, senza più ritegno. Improvvisamente le occhiate erano diventate richieste curiose, spingendolo a dimostrare che nemmeno di se stesso aveva mai osato capire ogni cosa. Schiaffeggiare dà un senso di potere, ignoranza prorompente senza cavilli intellettuali. Dare e ricevere è come un gioco a mosca cieca, dove alla fine qualcuno vuole primeggiare.
Alessandro era emerso dall’incantesimo di Mirian più forte, contento di averle scaricato addosso anche le proprie bugie, e ora si abbandona alla dolce vendetta con Carlos, finalmente cercando di essere a letto qualcosa che assomiglia alla persona importante e decisa che si considera nella società, senza doversi impegnare con la parentela, sperimentando nuovi orizzonti. Lo mette giù alla pecorina come il padrone con uno schiavo che mugola e si dimena. Forse era questa la matassa che cercava disperatamente di dipanare da una vita, oltre il promontorio posteriore delle precedenti compagne, un modo di stare solo con se stesso, con un corpo che gli assomiglia. E il Brasile gli ha finalmente inferto lo schiaffo necessario a deciderlo con l’anonimato sufficiente per accettarlo.
Restituisce a Mirian le fotocopie. Capisce che un buon giudice brasiliano proteggerebbe lei, con l’amichevole testimonianza di Cleonice. Dare in escandescenze sarebbe ancora più rischioso. «Lo sai che con questo hai preso una decisione? Ti dovevo ancora dei soldi che ti avevo promesso per aiutarti, ma adesso la strada è cambiata, vero?». Con aria di sfida lei osserva il gringo idiota che ha osato aprire gli occhi troppo presto, prima del colpo finale. Un acconto glielo aveva già dato. Con questi mobili va molto meglio, soprattutto per compensare pretesi diritti calpestati.
«Si, lo so - è tutto quello che Mirian gli concede - ma questo non me lo dovevi fare. Mi avevi promesso che avremmo comperato un appartamento nostro…». Le parole rimangono sospese nella loro pretesa d’innocenza. Magari per viverci con Cleonice alla mia salute, immagina Alessandro che non dice più nulla. Siamo acqua e olio, pensa, ci lecchiamo ma non ci possiamo mescolare.
La musica pagode si è trasformata in un samba frenetico, le zaffate di aglio sono state mitigate dal riso gettato in pentola. Qualcuno, là sotto, ha fame. Il mondo continua ad avere fame di vita. Carlos da dietro il sofà gli mette una mano sulla spalla. «Non ti preoccupare. Lascia che le sapatone si prendano questi stracci di mobili. Poi ti dico io come arredare questo bell’appartamentino».

