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    Nuovi film alla Berlinale

    Scritto da Giovanni Ottone • 12 marzo 2010 • Stampa questo articolo

    Il Festival Internazionale del Cinema di Berlino, il terzo più importante del mondo, che si è svolto dall’11 al 21 febbraio scorsi, ha celebrato il suo 60° anniversario con un’edizione ricca di eventi commemorativi di capolavori del passato, ma senza eccessi mondani. La “Berlinale” si è sempre caratterizzata come vetrina di temi sociali e politici di grande attualità. Anche in questa edizione, al di là del glamour delle stars presenti e di alcune sontuose produzioni statunitensi ed europee, il nocciolo duro del Festival è stato rappresentato da una maggioranza di film dedicati a problemi ed a situazioni che riflettono la profonda crisi sociale e le tensioni più acute del mondo contemporaneo.

    Una scena di "Bróder!", di Jeferson De

    Una scena di "Bróder!", di Jeferson De

    Quest’anno la presenza del cinema brasiliano è stata quantitativamente significativa (sommando anche due documentari di produzione britannica e statunitense, con coinvolgimento di registi di nazionalità brasiliana), anche se è risultato assente nella sezione ufficiale competitiva “Wettbewerb”. Passiamo brevemente in rassegna i film presentati nelle sezioni minori del Festival, riservando un commento critico più approfondito a due film presentati nella sezione “Panorama” che è una importante vetrina delle tendenze più attuali del cinema nei vari Paesi del mondo.

    La sezione “International Forum of New Cinema”, che seleziona ogni anno 70-80 film indipendenti di autori giovani o esordienti, ha celebrato il suo 40° anniversario aggiungendo la proiezione di alcuni capolavori presentati nel corso dei lustri passati. Quindi ha voluto anche effettuare un omaggio speciale al cinema brasiliano presentando una magnifica copia restaurata e rieditata di uno dei film più noti ed apprezzati del Cinema Novo: ‘O Dragão da Maldade contro o Santo Guerreiro’ (1969), di Glauber Rocha, conosciuto internazionalmente con il titolo di ‘Antonio das Mortes'. Questo film, duro, violento e arditamente visionario, che ottenne il Premio al miglior regista al Festival di Cannes, narra la vicenda di un killer assoldato dai fazendeiro del Nordeste per ammazzare i banditi cangaçeiro. Lo stesso Rocha lo definì un’allegoria riferita alla dittatura militare, al potere nel Paese dal 1964, che praticò la repressione più sanguinosa alla fine degli anni ’60.

    Nella sezione “Generation” sono stati presentati due film: il lungometraggio‘Os famosos e os duendes da morte’, opera prima del ventiseienne regista paulistano Esmir Filho, già presentato in concorso al Festival di Locarno dello scorso agosto e grande vincitore del Festival di Rio dello scorso ottobre, dove ha ottenuto sia il Troféu Redentor, premio per il miglior lungometraggio di finzione, sia il premio della giuria della Fipresci, vale a dire della critica internazionale (già recensito da Musibrasil dal Festival di Rio nel novembre 2009) ; il cortometraggio ‘Avós’, di produzione brasiliana, del regista uruguyano Michael Wahrmann, militante pacifista ebreo, radicato a São Paulo dal 2002. Questo film, girato con una videocamera hd e con un budget irrisorio, è basato sui ricordi infantili del regista. Narra, con freschezza, il compleanno di Leo, un ragazzino di dieci anni, che riceve in regalo dai nonni alcuni indumenti, che accetta malvolentieri, e una cinepresa Super-8 con la quale scoprirà alcune verità sorprendenti sulla storia del secolo scorso.

    "Besouro", di João Daniel Tikhomiroff

    "Besouro", di João Daniel Tikhomiroff

    Nella sezione “Panorama Dokumente”, dedicata ai documentari, sono stati presentati due film. ‘Waste Land (Lixo Extraordinário)’, della regista inglese Lucy Walker, coadiuvata da due registi brasiliani, Karen Hurley e João Jardim, girato con una videocamera hd, è coprodotto dalla O2 Filmes di Fernando Meirelles. Ha ottenuto due riconoscimenti minori, l’Amnesty International Award, attribuito da una specifica giuria, e il Panorama Public Award, votato dal pubblico. Il film si basa su un progetto concordato con Vik Muniz, un ricco artista plastico brasiliano quarantenne che vive negli Stati Uniti, a Brooklyn, noto per le sue opere di grande formato per le quali utilizza materiale riciclato, prodotti alimentari e rifiuti. Lucy Walker segue Muniz che visita il più grande deposito di rifiuti a cielo aperto del mondo, Jardim Gramacho, a Rio de Janeiro, dove ogni giorno 15mila persone rovistano la spazzatura per recuperare qualcosa. L’artista, molto atocompiaciuto, fotografa i catador e ne seleziona un piccolo gruppo a cui impartisce istruzioni per comporre opere da vendere alle gallerie d’arte di Londra, prefigurando vantaggi per la comunità di disgraziati. Il film, che non ci risparmia astruse riunioni sul progetto dove si parla solo in inglese e una assurda colonna sonora con le musiche di Moby, riduce una realtà sociale terribilmente complessa ad un raccontino “edificante”, con una logica da reality show e un’ostentata spettacolarizzazione che rasenta il cinismo È un pessimo esempio di vampirizzazione dei poveracci che, purtroppo, può essere frainteso positivamente dal pubblico.

    ‘Budrus’, della regista brasiliana, di origini libanesi, Julia Bacha, attivista pacifista radicata a New York, è un film di produzione statunitense. Ha ottenuto il secondo posto nelle votazioni del pubblico di “Panorama”. Ricostruisce la lotta della popolazione palestinese di Budrus (una cittadina a 30 chilometri da Ramallah, nei territori occupati della West Bank) che, dal 2003 al 2008, si è opposta all’erezione del muro di divisione deciso dal governo israeliano per impedire l’accesso in Israele dei terroristi suicidi palestinesi.

    Nella sezione “Panorama” sono stati presentati tre film: ‘Besouro’, opera prima del sessantenne carioca João Daniel Tikhomiroff, noto per essere un regista pubblicitario esperto e superpremiato a livello internazionale; ‘Bróder!’, opera di esordio del trentenne paulista Jeferson De militante della causa di un cinema autenticamente afrobrasiliano; ‘Fucking Different São Paulo’, opera collettiva, composta da 12 cortometraggi, a metà strada tra finzione e documentario, di cui sono autori i registi paulistas Max Julien, Ricky Mastro, Luiz René Guerra, Rodrigo Diaz Diaz, Elzemann Neves, Gustavo Vinagre, Herman Barck, Joana Galvão, Monica Palazzo, Silvia Lourenço, Sabrina Greve e Luciana Lemos. Quest’ultimo film è il quarto di un progetto (di film prodotti dal tedesco Kristian Petersen), denominato “Fucking Different”, che racconta storie di relazioni omosessuali che avvengono in diverse città del mondo. Negli anni scorsi “Panorama” ha presentato film del progetto ambientati a Berlino, New York e Tel Aviv. Il film brasiliano della serie, ideato e coprodotto, con un budget veramente minimo, dal Festival cinematografico paulista “Mix Brasil – Festival de Cinema da Diversidade Sexual” (del cui staff molti dei registi sono membri), è girato con videocamere digi-beta. La specificità risiede nel fatto che le donne registe hanno realizzati i corti riguardanti i maschi gay, mentre i registi hanno raccontato le storie di relazioni lesbiche. I temi, trattati con semplicità e humour, sono vari: il desiderio e la passione nelle forme più sorprendenti, la modifica dell’orientamento sessuale, una chiesa evangelica a maggioranza gay, una banda rock di lesbiche, ecc.

    ‘Fucking Different São Paulo’, opera collettiva composta da 12 cortometraggi

    ‘Fucking Different São Paulo’, opera collettiva composta da 12 cortometraggi

    Dedichiamo quindi un’analisi ai film di Tikhomiroff e di De. ‘Besouro’ (termine brasiliano che identifica un coleottero, insetto “corazzato” volante), di João Daniel Tikhomiroff, già uscito nelle sale in Brasile nello scorso ottobre, propone la saga di Manuel Henrique Pereira (1897-1924), un famoso capoerista, denominato Besouro Mangangá, divenuto eroe popolare. È ispirato dal romanzo ‘Feijoada no Paraiso’, di Marcos Carvalho, e aspira ad essere un film d’azione (tre tra i principali protagonisti sono caporeistas provetti) con un’estetica innovativa. Nella realtà storica Besouro, nato nel piccolo centro di Santo Amaro da Purificação, nella regione del Recôncavo, nello stato di Bahia, divenne un virtuoso della capoeira (danza e arte marziale proibita, in quell’epoca, dai latifondisti bianchi) e, soprattutto, un’icona della resistenza degli afrobrasiliani contro le discriminazioni e lo sfruttamento della manodopera degli ex schiavi. Il film, girato nel magnifico scenario della Chapada Diamantina (nelle località di Muritiba e Nazaré dos Farinhas), si sforza di evocare la nascita di un mito, rappresentando le battaglie del protagonista contro i padroni bianchi che contribuirono a creare la leggenda dell’eroe miracoloso che poteva persino volare come un besouro.

    La vicenda narrata è relativamente semplice. Manuel (Aílton Carmo) è un bambino rimasto orfano, allievo prediletto dell’autorevole e stimato Mestre Alípio (Macalé), un anziano maestro di capoeira. Si allena con altri compagni, tra cui la bella Dinorá (Jessica Barbosa) e Quero-Quero (Anderson “Grillo”) che si fidanzeranno. Fanno parte di una comunità negra che lavora nell’usina di cui è proprietario il perfido Coronel Venâncio (Flávio Rocha), difeso da un manipolo di scherani guidati dallo spietato Noca de Antônia (Irandhir Santos). Anni dopo, il ventenne Manuel è diventato il miglior atleta combattente della regione. Quando Mestre Alípio viene assassinato per ordine del Coronel che teme la sua leadership tra i lavoratori, ex schiavi, della piantagione di canna da zucchero, Besouro fugge nella foresta ed inizia un duro training di allenamento, sostenuto dagli orixá (mitici dei della religione afrobrasiliana candomblé). Dinorá abbandona Quero-Quero, che ha ceduto alle lusinghe del Coronel, e diventa amante di Manuel. Quindi si assiste allo scontro finale in cui Venâncio, istruito dal traditore Quero-Quero su come penetrare nel corpo fechado di Besouro, lo uccide trafiggendolo con un pugnale speciale. Peraltro l’eroe, non solo si trasformerà in un orixá, ma rivivrà attraverso le gesta del bambino, figlio suo e di Dinorá, che compare alla fine del film.

    Tikhomiroff ha manipolato le immagini con stratagemmi, anche ingegnosi, per enfatizzare le scene violente, ha utilizzato vari effetti speciali, tra cui la tecnica del wire, per ottenere le mutazioni fantastiche dei personaggi, ha privilegiato i colori saturi, si è avvalso delle coreografie del cinese Ku Huen Chiu (già responsabile dei numeri acrobatici di film famosi di arti marziali quali ‘La tigre e il dragone’, di Ang Lee e ‘Kill Bill’, di Quentin Tarantino) e ha spinto gli attori ad una recitazione costantemente sopra le righe, con effetti grotteschi. Il suo sguardo risulta eclettico, quasi di un autore non brasiliano che si confronta con una materia “esotica”. Peraltro il vero problema di questo film è la sua inconsistenza drammatica. La costruzione narrativa non emoziona, né delinea convincenti dinamiche, essendo interrotta da inutili flashbacks e da trovate risibili come la evocazione di Mestre Alípio che, dalla tomba, guida la preparazione di Besouro allo scontro finale. La messa in scena, che vorrebbe essere elaborata, è invece fortemente contraddittoria, disomogenea e piena di scontati clichés. Non funziona soprattutto nelle sequenze in cui i personaggi dovrebbero mostrare la loro umanità o in quelle in cui dovrebbero emergere significati culturali e sociali. In sostanza il tentato connubio tra ottica pubblicitaria, grossolani tentativi di un linguaggio che potesse attrarre il pubblico più giovane e forma cinematografica epico-fantastica non ha affatto prodotto un film d’azione qualitativamente accettabile. Può quindi essere considerato un astruso videoclip istituzionale sulla capoeira (dichiarata patrimonio culturale brasiliano nel 2008, come informano le didascalie finali), impreziosito da una ricca colonna sonora, con musiche composte da Rica Amabis, Pupillo, Tejo Damasceno e Gilberto Gil e con la partecipazione di Naná Vasconcelos e della band Nação Zumbi.

    ‘Bróder!’, presentato in anteprima mondiale, nonostante il tentativo di caratterizzare, con uno sguardo originale, il contesto umano e sociale, è un ennesimo favela movie pieno di clichés narrativi e comportamentali (quindi comprensibilmente distribuito, tra qualche mese, nelle sale brasiliane, dalla Globo Filmes e dalla Columbia). Si tratta di un dramma ambientato a Capão Redondo, uno fra i quartieri più violenti della zona sud di São Paulo. Condensato nello spazio temporale di una giornata e di una notte (seguendo la moda narrativa più attuale), ripropone in peggio situazioni formali già viste in film di ben altra qualità autoriale, quali, ad esempio, ‘O invasor’, di Beto Brant e ‘Contra todos’, di Roberto Moreira. Racconta il nuovo incontro tra tre giovani poco più che ventenni, già amici d’infanzia, ma ormai separati dalle contingenze della vita. Macu (Caio Blat, insopportabile a causa della recitazione tesa a imitare comportamenti e linguaggio dei favelados, con risultati caricaturali) è l’unico rimasto a vivere nella favela. Superficiale, inaffidabile e velleitario, non studia né lavora e vive in una squallida stanza. Pur essendo bianco, si sente negro nell’anima ed è coinvolto nel progetto di rapimento di un bambino ricco ideato da una banda di narcotraficantes che lo hanno sfidato a mostrare il suo coraggio. È il giorno del suo compleanno e quindi si reca alla festicciola organizzata nella casa dei suoi genitori, ubicata ai margini del quartiere. La madre bianca, Dona Sonia (Cássia Kiss) e il padre negro, Seu Francisco (Aílton Graça), appartengono alla classe media-bassa e sono evangelici praticanti. Macu non sopporta il padre che gli rimprovera i suoi contatti con i bulli e i violenti del quartiere (si intuisce che è un uomo che si è ravveduto rispetto a comportamenti disdicevoli del passato) e approfitta della protezione materna, accettando persino una speciale benedizione impartita dal pastore invitato a celebrare la ricorrenza.

    Il centro drammatico del film è costituito dall’incontro, durante la festa, tra Macu e i suoi due amici: Pibe (Silvio Guindane) che sta iniziando una carriera di agente assicurativo e Jaiminho (Jonathan Haagensen), divenuto un calciatore ricco e famoso, titolare in una grande squadra spagnola e in predicato per un posto nella Seleção brasiliana. Dopo il party, i tre rievocano il passato con un’incursione sul campetto di football della favela, una rimpatriata nel bar locale dove rischiano di essere coinvolti in una rissa e una nottata in un night-postribolo. Nel frattempo la banda ha comunicato a Macu che l’obiettivo del sequestro è mutato: hanno deciso di rapire Jaiminho, considerando che il riscatto potrà essere molto più consistente. Macu, incapace di gestire la situazione, si reca all’appuntamento decisivo con i banditi e rifiuta di tradire l’amico-fratello con lo scontato esito tragico finale.

    La parte più convincente della narrazione è senz’altro quella della festa di compleanno perché evidenzia particolari ambientali interessanti e atteggiamenti autentici dei personaggi, ma il vero limite è la complessiva caratterizzazione pedagogica del film. De ha dichiarato di aver voluto raccontare una “storia universale”, ma sembra piuttosto prigioniero di una necessità di schematizzare la realtà, evidenziando soprattutto pregi e difetti della negritudine, con finalino moralista ovvio sul triste destino di molti giovani ammazzati nelle favela (le statistiche presenti nelle didascalie conclusive). Sembra visceralmente attratto dalla cultura dei negri statunitensi, imita i movimenti di macchina di Spike Lee, ma è ben lontano dalla incisività di registi black americani quali, ad esempio, John Singleton. La possibile freschezza del suo approccio è spenta dalla strutturazione narrativa a tesi dove si mescolano velleità e contorcimenti “ideologici” sulle contraddizioni razziali, sull’amore e sulla fratellanza. Ne risulta che la qualità drammatica del film è precaria. Anche la ricca colonna sonora, che mescola samba, rap, musica sertaneja, gospel e pagode, appare spesso ridondante ed eccessiva.






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