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    Gastrobahia, da Trancoso a Bologna

    Scritto da Annalisa Dolzan • 2 marzo 2010 • Stampa questo articolo

    «Più che un’illuminazione è stata una casualità. Ho conosciuto una comunità brasiliana quando stavo a Londra e da quel momento ho iniziato a interessarmi alla musica di quel Paese», racconta Davide Sanzo, bolognese giramondo e fondatore dell’associazione Gastrobahia con la moglie baiana Nilza Costa.

    Come una venere, Gastrobahia nasce sulle acque dell’Oceano atlantico. È il 2003 e siamo a Trancoso de Bahia. Davide, fotografo e video-maker con un passato di attivista per i diritti civili, fa servizi fotografici e si gode una comunità tranquilla che vive di turismo ecologico, ritirato, naturalistico. La poliedrica Nilza Costa, cuoca e cantante baiana, in abiti tradizionali sforna acarajé col suo tabuleiro.

    Nilza Costa dell'associazione Gastrobahia

    Nilza Costa dell'associazione Gastrobahia

    Mentre il presidente Lula inizia l’ascesa politica presidenziale, Davide e Nilza consolidano il loro sodalizio, coinvolgendo sempre più persone. «A partire dagli eventi culturali e gastronomici che promuovevamo a Trancoso presso pousada, ristoranti e abitazioni private – ricorda Davide. – Ero molto incuriosito della varietà culturale afrobrasiliana e a mio agio nella realtà brasiliana, che è un enorme laboratorio a cielo aperto».

    Trancoso è una comunità cosmopolita e aperta a iniziative di carattere culturale. «Attraverso le nostre iniziative – continua il video-maker  - abbiamo sempre cercato di valorizzare soprattutto il bagaglio culturale che gli schiavi africani hanno portato dall'Africa e che ha influenzato il Brasile moderno. Ma che non è valorizzato sufficientemente e spesso si cerca di mettere in secondo piano».

    Sacre polpettine misteriose

    È un crogiuolo di brasiliani, argentini, italiani e europei quello che si ciba, a Trancoso, dei piatti tradizionali baiani di Nilza, conoscitrice e erede delle ricette che si tramandavano oralmente da madre in figlia. Come quelle per la preparazione dei cibi dedicati agli Orixá: le polpettine acarajé, xinxin di pollo, abará, bobó di camarão, moqueca, tapioca. Una gastronomia che unisce cibo e religione.

    Al kiosque di Nilza il cibo si può consumare sul posto, ma c’è anche il catering per gli eventi dei facoltosi locali. Prezzi competitivi e qualità al punto, racconta Davide, che «gli stessi lavoratori della zona centrale di Trancoso venivano a pranzare da noi. Abbiamo sempre cercato di praticare prezzi accessibili, affinché anche i locali potessero assaporare queste ricette della loro terra e creare connubi fra cibo, musica e video. Non è stato facile: al chiosco dovevamo portare le vivande con una carriolina, facendo a piedi due chilometri ogni volta. E l’elettricità c’era quando c’era. Bastava che accendessero la luce in 20 stanze della città per farla saltare», ricorda Davide. Sì. L’elettricità è stata una conquista recente a Trancoso. Tanto recente che il sito ufficiale (http://www.trancoso.com) ancora oggi ne mena vanto.

    Oltre alla ristorazione, Davide e Nilza, che nel frattempo si sono sposati, organizzano e allestiscono eventi culturali «trasversali»: cibo, musica, video e fotografia, mostre fotografiche di carattere storico e culturale e servizi per i commercianti locali.

    Gastrobahia approda in Italia

    Dopo circa tre anni, Nilza e Davide vengono in Italia e ristrutturano Gastrobahia. «Sul finire del 2006 ci siamo trasferiti a Bologna, dove con nuovi amici e colleghi abbiamo continuato il nostro percorso partecipando prima a iniziative promosse da altre associazioni, come scuole di capoeira dove gestivamo principalmente l'aspetto culinario. Poi finalmente, quando ci siamo costituiti come associazione anche qui, abbiamo incominciato a organizzare iniziative dove la musica, l'arte, il cinema e il cibo sono i veri protagonisti. La serata di Capoeira e feijoada a Crespellano di Bologna  nell’ottobre 2006 è la nostra prima iniziativa. Si è svolta presso una tipica osteria bolognese, dove abbiamo curato una mostra fotografica sul Brasile con cena tipica baiana. Successivamente, - precisa Davide - in questi ultimi tre anni, abbiamo organizzato diverse iniziative in svariati locali, non avendo purtroppo una nostra sede propria. Fra le attività più importanti ricordiamo il Festival Afrobrasiliano di Bologna organizzato nel maggio 2009, in concomitanza e in collaborazione con il Festival brasiliano dell'Emilia Romagna».

    Chiosco di vendita dell'acarajé

    Chiosco di vendita dell'acarajé

    Tornati in Italia, Davide e Nilza pensavano di portare avanti il lavoro per un po’ e poi di tornare in Brasile, ma sono ancora qui. E Gastrobahia non si ferma. Feste, eventi, serate musicali-gastronomiche sempre improntate a proporre una conoscenza vera della cultura afrobrasiliana; tutte coinvolgono anche la comunità brasiliana di Bologna, e cercano di far capire all’italiano medio che ancora associa il Brasile a un certo tipo di immaginario – samba, sesso facile, donne disponibili e così via, che il Brasile ha ben altro da offrire.

    Di media sono tre all’anno le iniziative organizzate da Gastrobahia a Bologna. Non senza difficoltà: è dura reperire fondi e spazi, senza contare le restrizioni comunali alla musica dal vivo nei ristoranti. Nonostante tutto la passione si autoalimenta e la risposta del pubblico non manca.


    Bologna celebra la coscienza negra

    Lo scorso 20 novembre presso il Cinema Teatro Perla di Bologna si è svolta la celebrazione della Giornata della coscienza nera. Alla serata (autofinanziata dall’associazione) hanno partecipato un centinaio di persone. L’iniziativa si collega a quella brasiliana: da 30 anni nello stesso giorno in Brasile si celebra il “Dia nacional da Consciencia negra”. La data commemora l’assassinio di Zumbi, icona della resistenza nera contro lo schiavismo e della lotta per la libertà, avvenuto nel 1695. Era un leader del Quilombo dos Palmares, la più importante comunità di schiavi fuggiti del continente americano, (si stima che contasse più di 30mila unità).

    Gastrobahia ripropone in Italia la ricorrenza come occasione di promozione interculturale quanto mai attuale, «per far fronte a pericolose ventate di qualunquismo xenofobo e razzista», fanno sapere gli organizzatori. La serata è stata caratterizzata dalla musica in omaggio agli Orixá di Nilza Costa & Banda AfroBrasil rigorosamente in yorubá e dalle danze dei ballerini e coreografi Elvio Assunção e Carolina Grandela. Ci sono stati momenti molto emozionanti, come la commozione di Marcia Bordin, responsabile del progetto della casa di accoglienza per donne di Nova Iguaçu, nel raccontare in prima persona la sua esperienza di educatrice dopo la proiezione del documentario di Luca Rosini “Meninas”.


    Bambine abbandonate

    Il documentario (2007, 43') realizzato da Luca Rosini riguarda il progetto di ISCOS-CISL finanziato dalla Regione Emilia Romagna a Rio de Janeiro, Nova Iguaçu. Davide e Luca erano compagni di scuola. Oggi si sono ritrovati compagni nella cooperazione. Rosini, giornalista e vincitore del Premio giovane Ilaria Alpi 2006, che attualmente collabora alla trasmissione televisiva Anno Zero ci ha raccontato del suo primo documentario sul Brasile.

    Specialità gastronomiche afrobrasiliane

    Specialità gastronomiche afrobrasiliane

    Uno sguardo realistico alla storia di meninas de rua, quasi bambine: tra i dodici e i diciassette anni, perse nelle vie delle metropoli: povertà, violenza, droga, furti, prostituzione, gravidanze in adolescenza. E un rifugio: la casa famiglia di Nova Iguaçu, che offre riscatto e normale quotidianità lontana da queste miserie.

    «Il documentario è stato fortemente voluto da Marco Giusti – racconta Luca Rosini – tra i primi a occuparsi di progetti di cooperazione in Brasile per la Regione Emilia Romagna fra gli Anni 80 e 90. La Regione finanzia svariati progetti, anche sui temi delle attività di genere. Abbiamo girato per due settimane, nell’estate del 2006, registrando le testimonianze di queste donne-bambine a Nova Iguaçu. Che raccontano i loro traumi, il loro mondo, la ricerca di normalità nella casa famiglia gestita da Marcia. Sono una quindicina di ragazze molto giovani».

    Tra i momenti più toccanti, Rosini ricorda la storia di una ragazza madre di 12 anni che a un certo punto è fuggita, abbandonando sia la figlia che la casa-famiglia e facendo perdere le proprie tracce. «Non vi è coercizione: le ragazze non sono obbligate a rimanere lì, e ogni tanto qualcuna se ne va. Sono affidate alla casa dall’autorità giudiziaria. Spesso non sono mai state registrate all’anagrafe. Hanno un nome e cognome mai registrati sulla carta. E dunque nessun diritto. Nella casa-famiglia trovano psicologi e pedagoghi, ma soprattutto normalità quotidiana. Un tetto, una stanza, la scuola, il lavoro. Si inseriscono in un sistema semplice e sereno. Appaiono bambine molto mature. Direi che portano più i segni delle violenze di strada che della maternità precoce».

    Luca racconta che per certi versi il mondo in cui si è immerso per girare il documentario, incluse le favela dove è potuto entrare grazie alla rete di ong, gli ricordava il nostro mondo rurale di una cinquantina di anni fa. E osserva: «Le storie più drammatiche e pesanti erano forse quelle delle figlie di donne abbandonate a loro volta. Madri di figli avuti da tre, quattro maschi diversi. E quelle che da generazioni vivono l’alienazione cittadina, sganciata da rapporti umani e famigliari».

    Il trailer del documentario “Meninas” è visibile su:
    www.cinemaitaliano.it/meninas

    Associazione Culturale Gastrobahia: www.myspace.com/gastrobahia
    Per contattare Davide Sanzo: 346.1634476 oppure gastrobahia@libero.it



    Tagged as: gastrobahia, volontariato

    1 Responses »

    1. Giancarlo Mostachetti
      2 giugno 2010 • 03:10

      Articolo veramente interessante, ma con una piccola macchia, che non inficia il lavoro.

      Il link per assistere al trailer del documentario Meninas lo si trova su http://www.cinemaitaliano.info/meninas
      e non su
      http://www.cinemaitaliano.it/meninas

      Un piccolo errore di battitura o distrazione, normale a noi esseri umani, che spesso scriviamo per passione, con il cuore, e per questo soggetti a questi piccoli errori.

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