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    Un’isola chiamata Brasile

    Scritto da Silvia Marianecci • 26 febbraio 2010 • Stampa questo articolo

    Una terribile inondazione cancella i contorni geografici della zona interna dello Stato di São Paulo, diverse cittadine rimangono sommerse e con esse la vita che le animava. Solo alcune vestigia affiorano sulla superficie dell’acqua torbida e agitata che ha rotto violentemente la diga di Ilha Solteira, spazzando via tutto. Tra questi detriti dieci bizzarri personaggi vagano alla deriva aggrappati a un tronco di palma, speranzosi che un lembo di terra ferma possa offrirgli rifugio e salvezza.

    Un'immagine del caustico scrittore

    Un'immagine del caustico scrittore

    È questo il quadro che apre il romanzo «Arquipélago» dello scrittore paulistano Diogo Mainardi, la seconda delle quattro opere di narrativa che ha pubblicato prima di dedicarsi quasi esclusivamente al giornalismo culturale.

    Fin da subito l’atmosfera surreale domina la narrativa e le pagine si susseguono rapidamente con una progressione verso il grottesco e l’assurdo. Un narratore anonimo e un’altra decina d’individui approdano sulla cupola del Duomo della città di Pedranópolis, unica isola di salvezza in un orizzonte appiattito dal blu dell’acqua e dall’improvviso arresto della vita.

    Un’acqua che rimescola tutto sulla superficie ma nei cui fondali restano invariate le coordinate topografiche e sociali. Ed è a partire dalla superficie indifferenziata del tavoliere azzurro che lui, il narratore, individuo anonimo, inizia subito a riordinare il nuovo mondo. Prima di tutto determinando la rotta da seguire, poi assegnando un numero identificativo a ciascuno dei componenti della stramba combriccola e conferendogli l’indispensabile funzione di essere, unicamente e semplicemente, strumenti di riflessione filosofica, al pari di altri relitti/simboli che affiorano dalle profondità. Una volta approdati sull’isola-cupola l’individuo sancirà, con il consenso e il plauso di tutti, la propria lideranza/ditattura su quella collettività funzionalmente riorganizzata.

    La riflessione filosofica costituisce la principale occupazione di questo demiurgo/profeta moderno di un cosmo in ricostruzione, e sta proprio in questo il divertissement del romanzo che gioca con citazioni e riferimenti a tutto un universo culturale che va da Rousseau a Platone, dal razionalismo cartesiano all’utopia di Thomas More e così via, chi più legge più ne scovi.

    Forse, come indica l’autorevole nota nella seconda di copertina dell’edizione Record, firmata da Luciana Stegagno Picchio, l’isola di Mainardi è l’isola Brasile, analizzata e caricaturizzata con comicità e inventiva, ironia e quasi ferocia. Ne risulta una satira divertente e pungente che sovverte certi miti e gioca con ogni tipo di bassezza umana per costruire l’utopia – o la distopia - di una società nuova. Ma poi neanche troppo nuova, se il mondo sommerso e gli antichi costumi sono sempre pronti a riaffiorare per scatenare altre guerre che, alla fine, decimeranno letteralmente il bislacco contingente di questa isolana umanità.

    Al leaderfilosofodemiurgo, stanco di legiferare e di sperimentare che tutta la realtà non è altro che una traccia che affiora dalla memoria, non resta che andarsene in cerca di altre isole, optando per quell'unico valore di cui non può dubitare, ossia la negazione assoluta e universale che egli ha scoperto appartenere al mondo delle idee.



    Tagged as: allegoria, Filosofia, isola, satira, utopia

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