A Rotterdam i nuovi documentari
Il trentanovesimo “International Film Festival Rotterdam” si è svolto nella moderna città olandese dal 27 gennaio al 7 febbraio. È considerato il più importante appuntamento cinematografico, a livello mondiale, dedicato al cinema di autore e al cinema indipendente. È noto sia per la promozione di giovani registi (ogni anno gli esordienti sono circa 200), sia per la presenza di produzioni indipendenti, in larghissima maggioranza tra i film presentati, provenienti da tutti i continenti ed in particolare dai Paesi in via di sviluppo. La manifestazione gode di un pubblico vastissimo e attira critici, produttori, distributori e addetti professionali da tutto il mondo. Il programma è molto ampio, comprendendo, tra lungometraggi e cortometraggi, documentari e opere di finzione, circa 900 film. Quest’anno, nell’ambito dei soli lungometraggi, ha presentato 49 anteprime mondiali, 26 anteprime internazionali e 29 anteprime europee.

Una scena di Hotel Atlântico’, di Suzana Amaral
Questa edizione ha compreso una stimolante selezione del nuovo cinema brasiliano, rappresentativo sia di giovani autori emersi negli ultimi anni, tra cui alcuni caratterizzati da un linguaggio e da un’estetica in larga parte sperimentali, sia di veterani indipendenti con una lunga esperienza . Peraltro nella sezione ufficiale competitiva del Festival non sono stati inseriti film brasiliani. Nella sezione “Bright Future” è stato presentato ‘Avenida Brasília formosa’, il documentario, nonché terzo lungometraggio, del ventenne pernambucano Gabriel Mascaro. Nella sezione “Spectrum” sono stati presentati: ‘A falta que me faz’, il documentario, nonché quarto lungometraggio, della trentenne mineira Marília Rocha; ‘Hotel Atlântico’, della veterana Suzana Amaral; ‘Moscou’, del documentarista veterano Edouardo Coutinho. Nella vasta e composita sezione ‘Signals’ è stato selezionato il documentario ‘Belair’, dei giovani registi cariocas Bruno Safadi e Noa Bressane.
Nell’amplissima sezione “Spectrum Shorts” è stato presentato il cortometraggio ‘Recife frio’, del trentenne regista e critico cinematografico Kleber Mendonça Filho. Questo film ha già ottenuto tre Premi, nella categoria corti (miglior regista, miglior sceneggiatura e Premio della Critica), al “Festival de Brasília do Cinema Brasileiro”, dello scorso novembre, e il Premio quale miglior corto alla “Mostra de Cinema de Tiradentes”, dello scorso gennaio. Si tratta di un’eccellente prova di direzione che mantiene, per 24 minuti, un’ottima padronanza della messa in scena. Kleber, con originalità creativa, ha concepito un falso documentario ricco di fine umorismo e di spunti di critica sociale e politica, ben lontano, nei toni, dalle pessime commedie, prodotte dalla Globo Filmes, protagoniste di successi di biglietteria in Brasile. Immagina che un cataclisma climatico abbia colpito la città di Recife (che notoriamente gode di un clima tropicale, con temperature costantemente tra i 23°C e i 35°C), provocando una costante presenza di nuvole e di pioggia ed una drastica caduta della temperatura, con medie annuali tra i 10°C e i 14°C.

Il regista Gabriel Mascaro
Il protagonista è un fittizio reporter di un programma televisivo latinoamericano (effettua dichiarazioni in spagnolo) che realizza vari servizi, investigando, da tutti i punti di vista, le conseguenze dell’ondata di freddo sulla popolazione. Intervista vari personaggi. Patrick Martin, un agente turistico francese, è stato rovinato dal cambiamento climatico. I venditori di oggetti di terracotta del mercato di São José spiegano di essersi adeguati vestendo le loro statuine con abiti invernali. Una famiglia della classe media alta, che abita in un elegante condominio del prestigioso quartiere di Boa Viagem, posto sul lungomare, spiega come si sono organizzati per difendersi dal freddo: in effetti il figlio adolescente ha imposto alla domestica uno scambio di stanze, perché la camera di quest’ultima è minuscola ed ha solo una finestrella e quindi risulta la più calda della casa. Le strade sono inospitali e deserte, mentre tutti affollano gli shopping center. Il film si chiude sulla spiaggia di Itamaracá dove, al culmine di un ballo carnevalesco, i partecipanti corrono verso un provvidenziale raggio di sole che illumina, come un occhio divino, una piccola porzione della battigia. In sostanza è una riuscitissima satira comico-scientifica.
Commenteremo quindi i film della Rocha, di Mascaro e di Safadi e Bressane. ‘A falta que me faz’, di Marília Rocha, descrive, con una speciale sensibilità illustrativa, le problematiche esistenziali di un gruppo di giovani donne al termine dell’adolescenza (hanno raggiunto o da poco superato i vent’anni), concentrandosi su quattro di esse. Vivono a Curralinho, un piccolo borgo dell’interior dello stato di Minas Gerais, tra le montagne dell’Espinhaço. Sono persone marginalizzate rispetto al contesto del luogo in cui dominano i valori morali delle famiglie tradizionali e le consuetudini della dura vita rurale. Alcune hanno già avuto figli o sono incinte, pur non essendosi sposate. Trascorrono le giornate con scarso entusiasmo, impegnate in varie attività casalinghe, in attesa delle festicciole di fine settimana, nei miseri bar del paese, dove si divertono danzando il forró. I maschi sono fisicamente assenti e sono evocati dai racconti delle donne che evidenziano le loro inaffidabilità. Dalle parole emergono le contraddizioni rispetto ai padri e ai compagni. Le giovani sono incapaci di discernere l’impossibilità dei rapporti instaurati spesso con amanti di passaggio. Peraltro negano di volersi sposare. La Rocha, che ha girato il film nel corso di due settimane, con un intervallo di sei mesi tra l’una l’altra, è riuscita a conquistare la fiducia delle sue “protagoniste”, ma non ne abusa mai. Evita le facili trappole dell’empatia e del commento giudizioso, ma percepisce e fa percepire perfettamente l’ambiguità dei personaggi e delle situazioni.

Una scena di "A falta que me faz", di Marília Rocha
Il film è un puzzle raffinato di immagini e di voci: alterna sapienti close up, pudiche inquadrature in chiaro scuro e ripetuti long shot sul paesaggio aspro. Si nota il parallelismo tra i tatuaggi sui corpi delle giovani e le scritte d’amore vergate sulle pareti delle povere dimore o sui piani rocciosi dei rilievi circostanti. Le relazioni visive tra i personaggi e la geografia del luogo, valorizzate dalla fotografia di Alexandre Baxter e di Ivo Lopez Araújo, sono affascinanti. Non vi è una colonna sonora astrusa, ma si ascoltano ripetutamente le canzoncine che provengono dalle radio spesso accese durante i colloqui.
È un film sulla “sorellanza” (che non esclude contrasti e gelosie), ma non nasce da scelte ideologiche o politiche della regista. Mette a nudo, con estrema naturalezza, una realtà antropologica e sociale difficile e dolorosa. Non è mai ovvio e registra con perspicacia l’ingenuo vitalismo delle giovani donne che difendono le loro esperienze, anche se drammatiche o sfortunate, convinte della loro validità solo per il fatto di averle vissute. L’unica pecca, a nostro giudizio, è costituita dalla canzone finale, “Je rêve de toi”, interpretata da Arthur M., che, con voce roca, accompagna la lunga scena in movimento di commiato: più che un dislocamento pare un commento troppo ardito, quasi intellettuale, per marcare la differenza tra la regista e le sue “protagoniste”.
‘Avenida Brasília formosa’, di Gabriel Mascaro è un film che mescola documentario e finzione. Trae spunto da una contingenza reale: nel recente passato le baracche di un quartiere proletario del centro di Recife, poste sulla riva del mare, sono state demolite per costruire una nuova Avenida. Le famiglie dei pescatori che vi abitavano sono state ricollocate in un complesso periferico di palazzine di edilizia popolare, il Conjunto Habitacional do Cordeiro. Peraltro gli abitanti tornano quotidianamente nel loro vecchio quartiere per motivi lavorativi e relazionali. Mascaro, che all’inizio del film privilegia sequenze brevissime, non superiori al minuto, fa emergere, poco a poco, quattro personaggi: un pescatore, un cameriere videomaker, una manicure e un bambino. Ne segue i percorsi e le attività e registra le loro problematiche lavorative e non. Privilegia le scene notturne e le riprese con movimenti lenti con la videocamera digitale ad alta definizione. Sono costantemente presenti i rumori naturali e i suoni delle radio.
La figura del cameriere che svolge un’attività parallela di videomaker di eventi privati (feste, matrimoni, battesimi, funzioni religiose evangeliche ecc.) diventa il trait d’union con gli altri personaggi. Basta citare la giovane Debora che vuole partecipare alla trasmissione televisiva “Big Brother Brasil” e quindi si fa confezionare un video di presentazione ad hoc. Emergono spezzoni di vita vera e aspetti culturali peculiari, con tenui trame narrative a cui si interpongono sequenze documentaristiche d’ambiente. Certamente suggestive sono le scene filmate sulla spiaggia dove gli abitanti del quartiere prendono il sole e fanno il bagno insieme ai cavalli che usano per spostarsi nella città. Mascaro non interviene mai fisicamente nel film né adotta alcun atteggiamento esplicativo. Il montaggio, che intreccia le vicende e gli itinerari dei “personaggi”, risulta un po’ disordinato, ma pare una scelta voluta, nel tentativo di accentuare la naturalezza dello sguardo.
‘Belair’ di Bruno Safadi e Noa Bressane, è un documentario che ripercorre la storia della nota ditta di produzione cinematografica omonima, attiva negli Anni 70. Fondata e gestita da Julio Bressane e da Rogério Sganzerla, protagonisti di quella tendenza definita “Cinema Marginal”, produsse sei film inusuali e sperimentali, a bassissimo costo, in soli quattro mesi. Fu un cinema nichilista, anarchicheggiante, morbosamente replicante le icone controculturali situazioniste, underground e pop , americane ed europee degli Anni 60 e 70, ma in ultima analisi formalista e manierista. Propose una caotica mescolanza di segni, messaggi e riferimenti culturali, un immaginario bric-à brac percorso da eroi perdenti e degradati , un insieme di proteste grottesche, tentazioni surreali, apologie del sesso e della disperazione più rabbiosa e politicamente disarticolata, demistificando con un continuo oltraggio tutta l’accademia culturale (quella storicista, ma anche quella terzomondista, antimperialista, ecc.).
In sostanza un cinema capace di coniugare la specificità produttiva indipendente , alternativa e sperimentale , con l’uso poetico-visionario di pratiche e formule “disdicevoli”: il riciclaggio, il collage, il sortilegio, la profezia, il feuilleton, ecc. Pur non privo di felici spunti creativi e di genialità , ma viziato di intellettualismo ed estetismo, si espresse nell’ostinata riaffermazione della vitale necessità del “work in progress”, nella ipertrofia tematica e nel tentativo di modificare in senso aggressivo ed avventuroso l’eterna solfa dell’emarginazione e della colonizzazione. Fu messo al bando dalla dittatura militare.
I due registi di ‘Belair’, l’uno fedele assistente e l’altra figlia di Julio Bressane, hanno proposto un collage di scene di quei film, mescolandole con footage d’archivio. Poi compare lo stesso Bressane che, in un cinema di Buenos Aires, commenta dottamente i suoi vecchi lavori con alcuni attori e membri delle troupe ancora vivi. Purtroppo, nel documentario prevale uno sterile tentativo di reincarnare lo spirito di quell’esperienza, insieme ad una fastidiosa deferenza nei confronti del padre artistico, mentre è assente qualsiasi valutazione critica più approfondita.
Analizzeremo infine i film della Amaral e di Coutinho. ‘Hotel Atlântico’, di Suzana Amaral, ha ottenuto il Premio per il miglior attore non protagonista, conferito a Gero Camilo. Descrive l’inconsueta esperienza di un viaggio, nel sud del Paese, di un attore trentenne disoccupato (Julio Andrade). L’uomo incontra persone bizzarre ed è coinvolto in situazioni poco logiche, tra provocazioni, sospetti, persecuzioni ed assurde esperienze sessuali, rischiando costantemente la vita. Il finale inatteso ed enigmatico suggerisce varie chiavi di lettura: realtà, prefigurazione o sogno. È un film freddo, pretenzioso ed irrisolto laddove vorrebbe rappresentare l’impossibilità della ricerca di un significato, riecheggiando malamente Michelangelo Antonioni e David Lynch. In sostanza la narrazione cinematografica è forte e la messa in scena è attraente, ma il risultato è assolutamente contradditorio.
Moscou, di Edouardo Coutinho, approfondisce e radicalizza la ricerca relativa alle relazioni tra reale ed immaginario, già affrontata dal regista nel suo precedente documentario ‘Jogo de cena’ (2007). A prima vista può essere considerato come una cronaca sui generis dell’attività della compagnia teatrale “Grupo Galpão”, di Belo Horizonte, impegnata nelle prove del noto dramma “Le tre sorelle” (1901), di Anton Čechov. Il gruppo è diretto per l’occasione dal regista ed attore Enrique Diaz, invitato a coordinare esercizi ed esperimenti attorno al testo. La location è la sede della compagnia: un capannone che ospita un palco, scale e camerini, configurando uno spazio labirintico. Il film è composto da vari momenti di un processo (prove, improvvisazioni e workshops) al termine del quale non è certo che vi sarà uno spettacolo per il pubblico. È evidente che Coutinho è interessato al metodo ed alle esperienze, cioè alla formalità della creazione teatrale in itinere, più che al prodotto finale. Ha creato uno spazio scenico indeterminato. Due unità, spesso visibili, hanno filmato diversi segmenti del grande locale, intersecando le immagini. Le riprese in alta definizione e la fotografia molto espressiva facilitano l’approssimazione ai diversi piani della narrazione.
All’inizio del film tre personaggi parlano con un quarto che non è visibile e guardano direttamente in macchina, quindi lo spettatore ha l’impressione che si rivolgano a lui. Vi è una chiara rottura della distinzione tra chi compare sullo schermo e chi vi è di fronte. Siccome il testo originale è molto lungo, Diaz, gli attori e lo stesso Coutinho, che si intromette frequentemente in scena, concordano nel semplificarlo, concentrandosi sul sentimento di nostalgia nei confronti della capitale, Mosca. È un gioco sottile e profondo di sensazioni e di atmosfere, più che di “fatti”. Diaz chiede agli attori di effettuare alcuni esercizi di sensibilizzazione emotiva, descrivendo alcuni dei loro conflitti e delle loro paure nella vita reale.
A poco a poco, lo spettatore non comprende più se stanno parlando i personaggi di Čechov o se gli attori stanno raccontando la loro esistenza. Cade la distinzione tra attore e personaggio. Oltre la rappresentazione ed attraverso di essa emergono sentimenti, speranze, dolori e meschinità personali, permettendo allo spettatore di identificare un patrimonio simbolico comune. Quindi il film è uno spettacolo in cui si intersecano le esperienze passate degli attori, le loro interpretazioni artistiche momentanee, l’intervento di Coutinho e l’interferenza partecipativa dello spettatore. Ancora una volta, come nei suoi documentari precedenti, il regista ricostruisce la memoria dei personaggi. Ne deriva una struttura frammentaria che mescola finzione e realtà e, come la memoria umana, mette insieme ricordi reali, impressioni e fantasie. È uno stimolo a porsi domande sul contenuto e sulla “verità” di ciò a cui stiamo assistendo, così come ci interroghiamo sulla veridicità del nostro passato.


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