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    Marginalità: una battaglia ancora da vincere

    Scritto da Silvia Marianecci • 29 gennaio 2010 • Stampa questo articolo

    Chi ha avuto l’opportunità di guardare il film documentario Palavra (En)cantada, lanciato lo scorso dicembre in dvd dalla Biscoito Fino, avrà notato, tra le altre testimonianze, quella di un giovane di nome Ferréz che nel film spiega come la poesia possa sopravvivere anche nella degradazione di una favela.

    Reginaldo Ferreira da Silva, in arte Ferréz

    Reginaldo Ferreira da Silva, in arte Ferréz

    Oggi apprezzato rapper e affermato scrittore, originario di una delle periferie più degradate di San Paolo, Ferréz si è affermato sulla scia del successo del romanzo di Paulo Lins «Città di Dio». Nel 2001 Ferréz lancia il primo numero della rivista «Caros amigos» dedicata alla letteratura marginale, in cui firma il Manifesto di apertura e inizia a promuovere tutta una serie di attività legate a questo movimento culturale, cominciato in modo sotterraneo e invisibile ma che oggi coinvolge, se non tutte, molte delle periferie urbane del Brasile. Seguono da lì a poco Caros Amigos: Literatura Marginal, Atos II e III – con testi di scrittori negri e meticci provenienti dai ghetti e dalle periferie. Come modelli d’ispirazione scelgono autori oggi quasi dimenticati, come il drammaturgo Plínio Marcos oppure João Antônio, A. H. de Lima Barreto e Carolina de Jesus.

     A pochi mesi dall’uscita del primo numero arriva il Premio dell’APCA (Associazione paulista dei critici d’arte) per il Miglior Progetto Speciale dell’anno. Ma già nel 2000 era apparso nelle librerie il romanzo «Capão Pecado», libro inaugurale di Ferréz che aveva già fatto una breve incursione nella poesia concreta con l’antologia «Fortaleza da Desilusão». Nel 2003 lo scrittore lancia «Manuale pratico di odio» (Fazi).  Seguiranno la raccolta di racconti «Ninguém é Inocente em São Paulo» e l’antologia «Literatura Marginal: Talentos da Escrita Periférica» che riunisce ancora una volta le penne di operai, studenti ed ex-malviventi che popolano i ghetti.

    «Capao Pecado», al pari di »Città di Dio», mette in scena la tragicità del crimine e le dure condizioni di vita della favela che non permettono una scelta, perché pur quando questa scelta avviene in direzione dell’onestà e del lavoro, è votata al fallimento. Il romanzo narra la storia di Rael, un giovane che si sforza di lavorare onestamente tenendosi lontano dalla droga e altri crimini. La sua unica colpa è quella di innamorarsi della ragazza del suo migliore amico, un bicho solto. Dopo essere riuscito a sposarla realizzando il sogno di costruire una famiglia, scopre che lei lo tradisce proprio con il suo padrone, e preso dal desiderio di vendetta lo uccide cadendo inesorabilmente nella spirale del crimine. Arrestato, muore assassinato in prigione.

     Al di là della struttura narrativa più semplice, il testo mantiene lo stesso descrittivismo iper-realista di Cidade de Deus ed è caratterizzato da un forte colloquialismo e dalla medesima intenzione documentaria, che qui si manifesta soprattutto attraverso l’inserimento nel volume di circa 30 foto degli angoli più degradati della favela. Anche questo libro si presenta come un documento di denuncia e di resistenza, dimostrando in un finale altrettanto tragico sia per i buoni quanto per i cattivi, la reale mancanza di una via d’uscita per questa gente dimenticata dallo Stato.

    Scritto in terza persona, il narratore qui sembra voler assumere una distanza retorica da quel mondo mantenendo tuttavia il valore di autenticità della propria testimonianza, essendo egli stesso parte in causa di quell’universo narrato. Prevale dunque l’autorevolezza di una voce neutra che, allontanandosi da una narrazione individuale e un po’ pittoresca di una realtà difficile ma comunque “altra” da noi, da guardare con distanza e commiserazione, investe il racconto di una valenza comunitaria, quasi politica. Le continue incursioni nei pensieri dei personaggi e la ricorrenza dei colloquialismi permettono a Ferréz di oggettivare problematicamente la realtà di una comunità osservata da dentro, e di indurci ancora una volta  riflettere sul moderno significato di marginalità.

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