La legge della banana
Tutt'intorno le palme sono innumerevoli. Quelle da cocco verde o giallo, rese basse dala presenza degli ananas; quelle da datteri lontane migliaia di chilometri da qui. Eppure, separati da generazioni e impronte, noi umani ci ostiniamo a considerarci tutti la stessa banana, tutti membri dello stesso giardino. 
Aveva iniziato per scherzo, gioco di società, passatempo per vincere la noia. Salutare un amico, afferrargli la mano e con uno strattone farlo cadere a terra. Sorpresa, risate, mugugni. Poi come sempre la pratica diventava insufficiente e iniziò a prendersela con chi reagiva, forte delle arti marziali apprese sotto le armi. Una reazione eccessiva, una parolaccia, un velato accenno alla madre e il passatempo diventava il pretesto per menare le mani, troppo a lungo dedite alla cura di verdura organica.
Oliberto era un omone di un metro e novanta, tutto muscoli e insofferenza per gli schemi della convivenza civile. Non che ce ne fossero molte, a Vila Sibahú, nelle lande sconfinate del municipio di Goiamirim, dune di sabbia interminabili e fitte piantagioni di palme da cocco piantate come frecce scagliate da un’invisibile armata. Appollaiato al volante di uno scassato pick-up rosso attraversava l’unica strada che conduceva al traghetto, i jeans stretti sull’obesità incipiente, la camicia bianca aperta sulla croce di legno, il cappellaccio da gaúcho.
Sotto il calore nessuna nuova: in casa le banane che diventano scure, gli avanzi del pranzo subito invasi dalle formiche da guerra, quelle che ti attaccano a morsi quando te ne stai a parlare sotto l’albero. Lo zucchero e il bottiglione dell’acqua in preda alle formiche mignon, a scacciarle nemmeno la sirena della polizia quando ha i soldi per la benzina. Solo le barchette di pescatori male in arnese fan tenerezza mentre lottano inutilmente con le onde azzurre oltre le nere formazioni del reef.
Uno sguardo indietro a cercare conforto nelle stoppose dune destinate alle coltivazioni di ananas sotto il sole accecante, o nelle datate colture di gamberetti ormai infestati dalle micosi. Unica novità, l’anonima avanscoperta di rari turisti provenienti dal vicino Porto Franguinho con le loro buggy dalle tinte accese, le tavole di kite-surf agganciate sui tetti. Il rumore dei motori Volkswagen aggredisce improvviso e altrettanto rapido sparisce, lasciando un pesto profumo di scappamento. 
Due baracche di legno in riva al mare incassano il dovuto, caipirinha e Sonho do Mar con sovrapprezzo per i gringo di città, poi la vita torna alla normalità per settimane, per mesi, le strade in balìa di vecchie Gol e furgoni che arrancano lentamente in un rantolo di ferri sciolti. Ad ogni lombada, ogni salto e ogni spezza molle la velocità rallenta ulteriormente e consente di accennare un timido colpo di claxon al compare, al cugino, al compagno di bevute, un turbinare di mani e saluti che terminano coll’inevitabile pollice alzato.
Esaurito il giro dei soliti pirla, era stato il tempo degli sconosciuti. Una coppia di anziani, lei avvocatessa lei e lui giudice in pensione si erano visti porgere l'amichevole manona. Timidamente avevano accettato quell'inattesa gentilezza ed erano caduti nella trappola con repentina caduta. Alle invettive era seguito un pestaggio in piena regola, al quale aveva preso parte anche il figlio di Oliberto, un ragazzone timido e per bene. Lo si vede passare sulla sua Honda Titan 150, un sorriso e un pollice alzato per chiunque. Siamo tutti perbene un attimo prima di tuffarci nella follia.
Fatto sta che l'abuso di gentilezza e conseguente menata era diventato il divertimento dell'omone e il cruccio dei malcapitati. Al punto che qualcuno aveva pensato di dargli una lezione. Ma che fare? Da queste parti non si va per vie legali, si sta zitti e in disparte ad osservare. Nessuno denuncia un compaesano. Il ricorso alla legge non si attua nemmeno se uno ruba, nemmeno se violenta, nemmeno se uccide.
Cosa strana, un uxoricida e amanticida era stato liberato proprio lo scorso agosto perché nessuno si era fatto avanti a confermare le accuse. Solo che l’amante era la sua e la moglie era quella del cornuto, che aveva affrontato pubblicamente l’intruso. Pubbliche accuse e privata reprimenda, un buffetto e porte aperte alla libertà.
Stesso privilegio toccò al ladro della notte, colto in flagrante con in casa il televisore rubato, la tavola di bambù e cristallo senza sedie, il frullatore, le scarpe da tennis e il profumo francese rubati nelle case confinanti. Le malelingue dicono che i rei confessi appartenessero allo schieramento che aveva votato il nuovo sindaco, e questo già delimitava una certa logica di rispetto, di ringraziamento, in barba ai fastidi delle vittime.
Insomma niente vie legali, ci si limita a mugugnare e domandarsi: ma che fa il sindaco? E' così che il succo del tropico, anche in un clima favorevole, diventa lentamente qualcos'altro, una mistura di desideri e ruggine, forse il sogno di un processo chimico che possa condurre alla liberazione dalla noia e là fino al miracolo dei gringo, al paese dei balocchi, delle buggy e dei kite-surf, delle banane sempre gialle.
La pratica dello stringi-la-mano-e-scaraventa-a-terra era traboccata fin oltre il controllo del buonsenso. Tanto che, un giorno, Oliberto era scivolato nella classica buccia di banana, imbattendosi nell'uomo sbagliato: aveva impartito lo scherzo a un poliziotto in borghese, il quale, senza tanto valersi del distintivo, aveva chiamato due colleghi e aveva dato al nostro una ripassata di tutto rispetto.
Con la mascella dolorante, un paio di denti in meno e un occhio tumefatto, Oliberto si era sentito in dovere di andare alla stazione locale di polizia civile per denunciare l'offesa alla dignità di perdigiorno. E si era ritrovato davanti proprio il suo incubo. Allibito aveva abbassato lo sguardo e se ne era tornato a Vila Sibahú con l'onore cacciato dentro il medesimo sacco in cui teneva le pive. Ma non contento della paga, dopo qualche tempo aveva ricominciato a menare gli sprovveduti.
La ruota gira, il calendario arranca solitario fra le giornate sempre assolate, le stanche pratiche di ogniddì, lo sferragliare del furgone sui quebramola, le cunette improvvise che ognuno a piacimento impone davanti a casa per ridurre il passo delle rare auto nel nastro di polvere e salsedine imbellettato da scoli e galline magre.
Oliberto consegna la verdura, qualcuno dice che impone la sua banana alle mogli annoiate lasciando in omaggio un corno ai mariti. Mentre la sera, fra una birra e una dose di cachaca, scruta i malcapitati dall'alto della sua voglia di strafare. «C’è una cosa peggiore di un sassolino nella scarpa, ed è un granello di sabbia nel preservativo», amava raccontare, ma dopo un po’ nessuno rideva più a quella battuta rubata a uno svedese anni prima. Anche perché lì, col caldo, nessuno portava le scarpe. E nemmeno i preservativi.
L'altro giorno due tizi lo avvicinano alla pompa di benzina, lo chiamano per nome, lui alza lo sguardo verso la luce, due colpi di pistola lo raggiungono al petto. Solido e determinato indietreggia e fugge sul retro, inseguito dai giustizieri venuti da lontano. Altri due colpi e stramazza davanti alla guardiola del cassiere del bar, che era stata una delle sue vittime. Costui guarda il volto che scivola verso terra, controlla l'orario e se ne va in pausa pranzo. Sembra che a una cert’ora da queste parti vadano in pausa pranzo persino i ristoranti.
Tem não, tá faltando, non c’è, sta mancando, è la litanìa che accompagna la ricerca di un prodotto nei piccoli supermercati della zona. Un po’ come la giustizia di questo mondo, che a cercarla negli scaffali dei tribunali pare sempre anticipare la pausa pranzo. E’ per questo che la gente non si scalda tanto, ma alla fine le cose si mettono a posto da sole, senza fretta, senza clamore eccessivo, con due pistoleri venuti da fuori che scompaiono nelle piantagioni di canna. Un’alzata di spalle, la frutta e verdura continuerà a venderle Reginaldo che non ha il furgone ma solo la bicicletta. Lui e il basilico non organico, l’insalata bruciata dal sole e le profonde rughe scavate dal vento.
Le palme continuano a ondeggiare come salutando chi passa, le barche dei pescatori arrancano inutilmente all’orizzonte senza spostarsi mai. Tutto è tornato come prima della buccia di banana. Le vicende sono spesso la eco di latitudini differenti. Siamo frutti diversi, qualcuno con le spine, altri dalla pelle delicata. Anche se simili come banane prata, d’agua, da terra, d’oro, nanica, ci differenzia sempre un dna vincolato ai meridiani.
Il destino del frutto determinato dalla geografia, dalla noia e da un retrogusto che non demorde. Solo la conservazione dice che ne sarà di noi. Il sole e l’ombra possono rinviare il nostro destino. O inghiottirci in un solo boccone. La buccia divenendo scivolo imprevisto di altri accadimenti. Dicono che qualcuno ha lanciato dei fuochi artificiali quella notte, nel cielo immoto di Vila Sibahú. Una soddisfazione discreta, un’anticipazione di festa...

