Pulp fiction made in Brazil
Le periferie degradate delle grandi città brasiliane albergano le vite disumane - o di un'eccessiva umanità?- raccontate dalla scrittrice carioca Ana Paula Maia. Autrice di «Entre rinhas de cachorros e porcos abatidos», Record 2009, l'autrice nata nel '77 raccoglie in questo libro la novella omonima e O trabalho sujo dos outros, due storie apparentemente autonome ma che rivelano certe contiguità.

La copertina del libro
Nel 2007 la Maia aveva pubblicato il romanzo «A guerra dos bastardos», dopo aver esordito nel 2003 con «O habitante das falhas subterrâneas», 7Letras. Con evidenti echi del brutalismo Fonsechiano, nelle prose della Maia emerge il carattere violento di un realismo crudo, per alcuni versi accostabile alla cultura pulp, ma privo di quel sensazionalismo proprio di questo genere.
La crudeltà e le ipocrisie della società borghese nei confronti dei deboli si materializzano nel sangue e nella carne, negli escrementi e nei rifiuti, nelle interiora di esseri umani e animali, negli odori acri e ripugnanti che sembrano esalare dal libro, esente da eccessi verbosi e barocchismo. Piuttosto la follia della vita moderna che attraverso la scrittura asciutta di Ana Paula diventa familiare e straniante allo stesso tempo. I personaggi sono i diseredati delle periferie, quelli che fanno il lavoro sporco della società, e che vivono in universi ai margini del mondo.
Sono individui che riconoscono un’unica legge che è quella della lotta per una sopravvivenza basica, senza prospettive. Caratterizzati da un individualismo esacerbato, non fanno domande, non hanno moti di ribellione, semplicemente trovano una loro modalità, spesso raccapricciante, per sopravvivere tra gli scarti della società, considerati scarti essi stessi.
Con sguardo ironico e caustico allo stesso tempo, Ana Paula Maia riesce a trasformare i così detti “perdenti” in personaggi perturbanti che ci catapultano in un mondo di escrementi, di spazzatura, di sangue e carni umane da macello, un mondo di sofferenze di ogni tipo, dove il corpo non ha valore se non come merce di scambio, dove la vita scorre invisibile ai limiti dell’umano e la morte cancella ogni vestigio di queste sconcertanti esistenze.

