Nordeste: paradiso o purgatorio?
Con «Rita no pomar», romanzo pubblicato nel 2008 da 7Letras, Rinaldo de Fernandes si avventura nel complicato universo femminile assumendo la voce di una donna, emblema di una generazione in continua ricerca della propria identità e proiettata verso una incomunicabilità insuperabile.
Rita è una giovane giornalista di São Paulo che sceglie di trasferirsi dal caos della grande città alla rassicurante calma di una spiaggia paraibana. Qui Rita cambia completamente stile di vita trovando impiego in una piccola pousada nascosta tra la spiaggia, ancora incontaminata e lontana dai grandi poli turistici, e un morro ricoperto da un rigoglioso frutteto selvatico.

Rinaldo de Fernandes con una copia del romanzo
Attraverso un intenso e frammentario monologo, Rita racconta la propria vita a Pet, un bastardino che la segue passo passo nelle lunghe e solitarie passeggiate sulla spiaggia, silenzioso e inerme depositario dei suoi segreti. Il racconto è intercalato da stralci di diario e alcuni brevi testi narrativi con cui la protagonista continua ad esercitare in privato l'arte della scrittura, un insieme disconnesso di frammenti attraverso i quali, pian piano, ricostruiamo le vicende che l'hanno indotta a questa sorta di auto-esilio.
La narrazione, tutta intrisa di sonorità e dettagli sensuali - dagli odori dolciastri della frutta, ai colori, azzurro verdeggianti dell'orizzonte, dal soffio sordo del vento litoraneo alle numerosissime interiezioni con cui Fernandes riproduce l'oralità del dialogo col cane di cui pare di sentire sbuffi e scodinzolii -, ci conduce inesorabilemente verso un epilogo inaspettato. Rita è alla ricerca di una sua nuova identità, un viaggio di ritrovamento del sé che prende una direzione contraria a quella, ad esempio, dei tanti retirantes che affollano la narrativa brasiliana nei loro esodi verso le grandi metropoli del Sud. Ma come Macabéa, protagonista lispectoriana alla quale non possiamo evitare di pensare leggendo il romanzo di Fernandes, anche Rita non riesce a sfuggire al proprio destino.
Emerge una ferinità animale in questo essere dominato da passioni forti - e forse non è un caso se l'uso continuo di certe sonorità del linguaggio ci fanno ricordare, seppur molto lontanamente, il Guimaraes di Meu tio o Iauaretê. Incapace di decodificare la realtà secondo le regole della società, Rita costruisce le proprie leggi con cui dominare la bufera emotiva che di volta in volta si abbatte sulla sua vita. La scelta del luogo isolato e distante dai circuiti della società post-industriale, rispecchia la solitudine strutturale dell'uomo di fronte a una realtà difficile da riordinare, impossibile da cogliere nella sua integrità, una realtà che affiora alla coscienza come polverizzata ma allo stesso tempo col suo peso schiacciante.
Per questo la Rita di Fernandes con il suo soliloquio suggestivo e frammentario, ora nostalgico, ora rancoroso, rappresenta la condizione del genere umano che, di fronte alla perdita delle proprie certezze e al turbinio delle proprie angosce, nell'impossibilità di una comunicazione autentica e nella crisi totale delle relazioni, trova rifugio nell'apparente calma di un paesaggio marino e nella follia della solitudine o, se vogliamo, nella solitudine della follia.

