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    In viaggio sul fiume amazzonico

    Scritto da Max De Tomassi • 13 dicembre 2009 • Stampa questo articolo

    Eccomi qui, cari amici, a raccontarvi alcuni avventurosi dettagli su questo viaggio in Amapá di cui vi parlavo nello scorso “Taccuino”. Con l’amico giornalista Antonio Pinto e l’ausilio di uno dei più validi operatori del Tg1, Carlo Bernardini, siamo partiti per Macapá, in questo lungo viaggio a tappe che ci ha fatto raggiungere dopo tante vicissitudini la località chiamata Vila Progresso, un villaggio di ribeirinho che si trova nell’arcipelago di Bailique, a circa 150 chilometri dalla capitale.

    Il battello che collega Macapá con Vila Progresso

    Il battello che collega Macapá con Vila Progresso

    L’Amapá è uno stato del Brasile che si trova all’estremo nord del paese. La sua capitale, Macapá, è famosa per essere una delle poche città al mondo a essere tagliata in due dalla linea dell’Equatore. Nello stesso nucleo urbano il sud e il nord della terra: l’emisfero australe e quello boreale, il tutto caratterizzato da una temperatura che potete immaginarvi e da un sole costantemente presente.

    Su parte del territorio statale si trova la foce del Rio delle Amazzoni, il fiume più grande del mondo, e lungo questa area geografica, spostate leggermente a nordest, una serie di isole fluviali all’interno delle quali vivono molte comunità di ribeirinhos, popolazioni isolate etnicamente identificabili in caboclo, indio, afrodiscendenti, che vivono ai margini della società e che fino a pochi anni fa erano praticamente dimenticate dallo Stato.

    Il progetto di un’illuminata professionista della Giustizia, Sueli Pini, ha fatto si che in alcune più lontane aree dell’Amapá un battello di circa 23 metri navigasse con una certa frequenza le rive di questa regione piena di canali e di fiumi per portare assistenza medica, diritti e doveri del mondo civile, legge e giustizia.

    I ribeirinho sono gli abitanti delle rive di questi corsi d’acqua. Potete immaginare quanto, da queste parti, farsi una nuova vita, sia soprattutto una questione di conquistarsi uno spazio all’interno del quale poter coltivare un po’ di terra, costruire una casa e muoversi agevolmente tra un villaggio e l’altro, con una piccola barchetta a remi o a motore. E’ sulle rive dei fiumi che questa gente, da secoli, si è trasferita, mettendo in conto l’isolamento dalle grandi città, che significa anche sentirsi un po’ dimenticati dalle istituzioni.

    Ma meglio di essere ai margini della società è forse vivere lontani da questa con una maggiore dignità, sentendosi quasi avamposti della specie umana, circondati da una natura selvaggia e incontaminata. L’obbiettivo di questa nostra trasferta organizzata per il programma Tv7 di Rai Uno era, appunto, documentare l’attività del Tribuna, il battello della Giustizia, nel suo prossimo viaggio fra queste comunità e, contemporaneamente, intervistare il giudice Sueli Pini, che alcuni anni fa è stata inserita in un elenco di mille donne presenti nel mondo meritevoli del Nobel per la Pace.

    Max De Tomassi durante il tragitto

    Max De Tomassi durante il tragitto

    Per raggiungerla abbiamo studiato questo itinerario: grazie alla Tap, che ha partecipato attivamente al progetto, abbiamo volato dall’Italia su Fortaleza per poi atterrare, con un altro volo, dopo uno scalo a Belém, su Macapá. I primi giorni, in attesa dell’arrivo della giudice che partecipava ad un meeting a Fortaleza, abbiamo conosciuto la città, fatto una serie di escursioni nei dintorni, familiarizzato con il fiume. Il giorno in cui, a poche ore dalla partenza del battello, attendevamo l’arrivo di Sueli, ci arriva la notizia che la giudice non sarebbe arrivata in città per motivi di famiglia e che, almeno in quella occasione, non avrebbe partecipato al viaggio del “suo” Tribuna.

    Pronti agli imprevisti abbiamo subito preparato un piano B con l’ausilio delle autorità competenti che ci hanno sempre offerto il loro apporto: siamo riusciti ad ottenere un altro mezzo con il quale raggiungere il Tribuna in navigazione, documentare l’attività del Tribunale galleggiante nei primi giorni di permanenza a Vila Progresso, per poter poi rientrare velocemente in città, prima della fine del viaggio del Tribuna, ed essere ricevuti dalla giudice Pini che, nel frattempo, sarebbe dovuta essere rientrata.

    Un motoscafo di soccorso dei Pompieri si è offerto con il suo equipaggio di trasportarci fino a Vila Progresso. Partiamo alle 7.30 di domenica 29 novembre da un molo a pochi chilometri dalla città. Ci hanno parlato a lungo del flusso delle maree in questa area e della imprevedibilità delle sue stesse acque, del letto del fiume sul quale scorrono, della sabbia che si muove, traditrice, sotto questa distesa fluida.

    Il tenente Machado ci accoglie sulla sua nuovissima lancha a due motori da 300 cavalli ciascuno. Facciamo una breve riunione e ci spiega che grazie alla potenza del mezzo raggiungeremo il Tribuna in piena navigazione (era partito almeno sei ore prima), superandolo e arrivando a Vila Progresso in tempo per filmare il suo arrivo. Ciò soprattutto grazie alla velocità del suo scafo, in grado di percorrere la distanza tra Macapá e Vila Progresso, all’interno della stessa marea, senza dover aspettare quindi un nuovo flusso. E senza cercare nuovi varchi privi di banchi si sabbia su cui passare, contrariamente a quello che sarebbe stato costretto a fare il Tribuna, che avrebbe affrontato circa 14 ore di navigazione .

    Il giovane tenente ci dice spesso la frase «se tutto andrà come vorremo», lasciandoci più di una volta intendere che per loro l’ultima parola è quella del fiume e della sua legge, che piega gli uomini e i suoi mezzi a suo piacimento. Ma vallo a dire a tre europei che hanno i loro tempi e la loro visione su come risolvere gli eventuali imprevisti… La vera regola da queste parti infatti è davvero tener presente l’incognita, la variabile legata alla forza della natura, un concetto per noi, pratici organizzatori metropolitani, davvero complesso da digerire.

    Dopo essere partiti ed aver lasciato Macapá alla nostra sinistra, la nostra lancha percorreva a notevole velocità un braccio di Rio delle Amazzoni che ci avrebbe portato a nordest. Le acque cominciavano ad incresparsi e il viaggio iniziava ad essere più faticoso del previsto: lo scafo sbatteva violentemente sulle onde ma, nonostante questo, riusciva a muoversi bene e fare il suo percorso. Ad un certo punto, a più del 50 per cento del tragitto già compiuto, un allarme: panne al motore, uno dei due ci abbandona: siamo costretti ad attraccare sul pontile della prima comunità ribeirinha che troviamo sulla nostra strada per cercare di ripararlo.

    Il caldo è infernale ma una passeggiata sulle passerelle di legno, che sono i marciapiedi di questi villaggi, ce la facciamo, tanto per cominciare a conoscere questa gente e familiarizzare. Il motore, però, non è riparabile e il tenente decide di procedere a bassa velocità, affidandosi ai suoi sottoposti, che conoscono tutti i segreti di questi fondali: con la perdita di un motore, costretti a procedere lentamente lungo le rive di queste isole, con la marea che si abbassa, diventava sempre più complesso navigare tra i banchi di sabbia che cominciavano a formarsi.

    Ad un certo punto vediamo sulla riva un gruppo di ragazzi e di pescatori che ci chiama sbracciandosi: cercano di catturare la nostra attenzione su una situazione delicata che sta per incrociare il nostro cammino: una giovane donna a bordo di una piccola canoa a motore ci sta raggiungendo accompagnata da un paio di suoi familiari: sta perdendo sangue, la situazione è grave. Le prestiamo soccorso accogliendola a bordo; dopo le prime cure il tenente decide di portarla con noi a Vila Progresso, dove c’è un piccolo pronto soccorso che avrebbe potuto aiutarla: è stata aggredita da un poraqué, un pesce che vive in tutto il bacino amazzonico e che emette una fortissima scarica elettrica a chi cerca di catturarlo. L’emorragia della donna è ancora più grave perché è incinta. Sente molto dolore. Il tenente Machado la fa distendere su di una cuccetta e le presta i primi soccorsi.

    Riprendiamo lentamente la nostra navigazione cercando di fare uno slalom per evitare i banchi di sabbia, mentre la marea scende sempre di più. Dalla radio di bordo scopriamo che il Tribuna è dietro di noi: ha percorso un diverso tragitto e procede molto lentamente per non arenarsi. Dopo un paio d’ore, verso le 14.30, ariviamo a Vila Progresso; sbarchiamo la donna direttamente al piccolo pronto soccorso del villaggio per poi attraccare definitivamente presso il molo destinato ad accogliere anche il Tribuna, che arriva un’oretta dopo.

    Da questo momento è iniziata la parte più rappresentativa del nostro documentario, la descrizione delle attività di questo Tribunale galleggiante, immagini e testimonianze che vedrete prossimamente su Rai Uno magistralmente raccolte e assemblate da Antonio Pinto. L’esperienza a Vila Progresso, come potete immaginare, è stata piena di emozioni. Una realtà completamente diversa da quella che siamo abituati a vivere nelle nostre città e da quella di cui sentiamo parlare, ritratta nello stesso Brasile.

    Dopo aver raccolto immagini e interviste con i protagonisti delle attività del Tribuna e con gli abitanti del posto, eravamo di fronte a questo dilemma: come rientrare a Macapà, considerando l’imperdibile incontro con la giudice Sueli Pini. I pompieri, ancora alle prese con il loro motore, ci spiegavano che nella migliore delle ipotesi avremmo dovuto navigare quasi a passo d’uomo per non compromettere anche l’altro, e della necessità di fermarci e pernottare lungo il tragitto, sempre a causa del flusso delle maree, con la prospettiva di raggiungere la città in 16-24 ore.

    L’alternativa migliore ci è stata suggerita dagli amici del Tribuna: imbarcarsi sul battello di linea che da Vila Progresso raggiunge Macapá in “sole” 12 ore. A parte l’interminabile tragitto, l’arrivo è quasi praticamente garantito, dopo una serie di fermate nei villaggio lungo le rive del fiume e di una sosta obbligata di una quarantina di minuti in cui, sicuramente, l’Ednei III si sarebbe arenato per poi riprendere la sua navigazione all’arrivo della nuova marea.

    Deciso il da farsi, nemmeno il primo passo, l’imbarco è stato facile: per salire a bordo, con tutti i nostri bagagli tecnici e personali, dovevamo mettere i piedi su di una passerella di un paio di metri, larga una trentina di centimetri, sospesa su di un vuoto di 5 metri a strapiombo sul fiume… ma ce l’abbiamo fatta.

    E il bello del viaggio, una volta accettati senza stress i tempi del fiume, è subito arrivato: a bordo tutti i passeggeri, compresi noi, distesi su rilassanti amache, fianco a fianco con altri viaggiatori. Sul ponte superiore di questo battello tipicamente amazzonico un piccolo bar e una mini discoteca che diffondeva ininterrottamente musica dance della regione. A poppa, nel piano più basso, una cucina molto root con una cuoca che preparava i più tipici piatti della regione venduti a soli cinque real (due euro).

    Alle 3 del mattino, finalmente, l’arrivo a Macapá, con il fiume in piena secca, ridotto ormai un acquitrino, senza una goccia d’acqua per riuscire ad attaccarsi alle improvvisate banchine. Mentre i marinai dell’Ednei III si buttavano in acqua per riuscire nell’impossibile impresa di trascinare il battello al primo pontile disponibile, e mentre noi italiani ci preparavamo a sbarcare chissà dove con chissà che cosa, tutti gli altri passeggeri, già abituati ai tempi del Rio delle Amazzoni, invece di affannarsi alla ricerca di un possibile sbarco, restavano impassibili a dondolare sulle loro amache, godendosi ancora un po’ di ore di riposo, certi che la marea sarebbe arrivata con le prime luci dell’alba del loro accecante sole equatoriale.

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