Anno amaro per il caffè brasiliano
Secondo dati del Consiglio degli esportatori di caffè del Brasile (Cecafé) resi noti ieri, il valore accumulato delle vendite all'estero del prodotto nazionale (verde o solubile) è calato del 9 per cento nei primi undici mesi di quest'anno rispetto allo stesso periodo del 2008. Da un fatturato complessivo di 4,25 miliardi di dollari si è passati a 3,86 miliardi e le previsioni per dicembre sono tutt'altro che rosee.
La contrazione monetaria è dovuta principalmente alla crisi dei mercati e al calo dei prezzi. Avviene a fronte di un aumento del 6 per cento delle quantità esportate, cresciute dai 26,2 milioni di sacchi del periodo gennaio-novembre 2008 ai 27,7 milioni di gennaio-novembre 2009 (un sacco = 60 chilogrammi). Primo porto di uscita del caffè brasiliano rimane Santos (Sp), con il 73,2 per cento del traffico. Seguono Vitória (Es) con il 14,7 e Rio de Janeiro con il 9,1. I principali paesi acquirenti sono la Germania (5,5 milioni di sacchi), gli Stati Uniti (5,3), l'Italia (2,3), il Giappone (2) e il Belgio (1,9). La quota del nostro paese rappresenta l'8,28 per cento del totale ed è in diminuzione rispetto allo scorso anno.
Da più parti, in Brasile, si guarda alla differenziazione rispetto a varietà succedanee provenienti da altre regioni del mondo come a un possibile rimedio contro la recessione. In questo senso, sono di particolare rilievo le esperienze di coltivazione di caffè organico realizzate in varie zone del paese. Ad esempio, quelle condotte dall'Associazione dei produttori del Paraná nella parte occidentale dello stato.


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