Storia di un ordinario stupro
Claudita si ravviva i capelli biondi, piega la testa di lato con fare civettuolo e nasconde le mani in tasca. Getta uno sguardo alla sala della pizzeria di Verona gremita di gente e inizia a parlare, mentre aspettiamo il nostro tavolo.
«Quando avevo dieci anni, e stavo a scuola a Redençao do Pará vicino all’Amazzonia, un giorno ci hanno presentato un indio. Il suo nome era Pankeki, ed era il primo indio ad avere una fuoristrada, una Suzuki 4x4, perché era più grande di noi e cominciava a parlare il portoghese da poco. Poco dopo la Funai, la Fondazione per l’aiuto agli indios, ha occupato delle case e portato lì delle famiglie, fra cui anche suo padre Paiakan, che era il vice capo tribù. Già allora si sapeva che Paiakan, molto intelligente rispetto alla media dei membri della sua tribù, manipolava il vecchio capo e in effetti si interessava alla vendita dei beni della loro terra alle imprese di commercianti. Era legno, oro, materie prime e anche animali della foresta. Quando la Funai li spostò nella nostra città, già si vedeva che lui e suo figlio erano i più ricchi della zona, come dei boss, si vestivano come noi, mentre gli altri indio andavano in giro coperti solo di parei di paglia e con le frecce. L’associazione dava loro casa, cibo, automobili e anche elicottero, perché per spostarsi nella foresta non si poteva andare in auto. All’interno della loro area le mamme continuavano a comportarsi come erano soliti fare nella foresta, controllando le capigliature dei figli e togliendo i pidocchi che poi mangiavano. Non usavano lavarsi, ma solo spalmarsi la pelle con lo zafferano, che aveva un odore molto forte. Paiakan ha invece preso una casa lontano dalla sua tribù e ha cercato una ragazza per fare le pulizie, una empregada, cosa che i brasiliani usano molto. Questa ragazza aveva studiato con me, ma era uscita di scuola perché non studiava bene, si chiamava Letizia ed era una persona semplice. Questo Paiakan pagava bene perché i soldi provenivano dalla Funai».
Dall'assassinio di Chico Mendes in poi, la persona che più rappresentò i diritti degli indios fu il Capo Paiakan, leader degli indios Kaiapo della foresta pluviale brasiliana. Era conosciuto dalla comunità ambientalista come un promotore della salvaguardia della foresta pluviale e ricevette diversi riconoscimenti internazionali, come il diploma della Società per un mondo migliore e il premio dalle Nazioni unite nel 500 Global Environment Award. I suoi successi comprendono fra l’altro la chiusura della miniera d'oro Maria Bonita, che aveva contaminato i fiumi della zona con il mercurio utilizzato nei processi di lavaggio del metallo. Era stato anche alla testa di una protesta che aveva fermato con successo la costruzione di una serie di dighe vicino ad Altamira, che avrebbe inondato i territori in molti villaggi di indiani nativi. Il viaggio di rivendicazione di Paiakan alla Banca Mondiale fece clamore a livello internazionale, e si rivelò uno strumento essenziale per fermare il finanziamento di tali dighe.
Nell'estate del 1989, in una conferenza a Vancouver, il Capo Paiakan tenne diversi discorsi comparando la situazione dei gruppi tribali in Brasile e Canada, raccontando della sua giovinezza come cacciatore e raccoglitore di prodotti naturali, formatosi alla scuola degli anziani che tramandavano i segreti delle migliaia di piante che vivono nella foresta, moltissime delle quali ancora sconosciute alla scienza occidentale. Parlò di cosa significa essere mentalmente “uno con la natura”. Quel tour, che durò un mese, gli consentì di raccogliere migliaia di dollari di contributi, con i quali acquistò un piccolo aereo, utile per gli spostamenti e il controllo del territorio.
Fra i suoi ammiratori poteva contare sul Principe Carlo d’Inghilterra e il regista Ridley Scott, mentre ad una cerimonia al Waldorf Astoria di New York apparve a lato del presidente Jimmy Carter. Il cantante Sting, da sempre attento alle tematiche ambientali, volle Paiakan sul palco di uno dei suoi concerti più famosi e lo utilizzò anche come testimonial di una sua controversa campagna di raccolta fondi a favore delle tribù indigene.
Il 1992 fu anno di elezione nello stato di Pará. Come spesso succede in Brasile, il governo locale e quello federale erano a favore dell’estrazione di oro e legname nelle ricche miniere dell’Amazzonia, e quindi anche nei territori kaiapo. Paiakan si oppose con azioni incisive alla continua devastazione della foresta da parte delle multinazionali, vantando ancestrali diritti sulle terre da parte degli indios che le avevano abitate da secoli e rivendicando per il suo popolo il diritto di decidere in merito ai beni della foresta.
Due giorni prima del summit mondiale delle Nazioni Unite a Rio de Janeiro, il designato speaker indigeno di tutte le popolazioni native, Paiakan, allora 37enne, fu raggiunto dall'accusa di aver assalito e violentato una giovane, e confinato agli arresti domiciliari, quindi impossibilitato a partecipare al summit mondiale. Secondo la denuncia, Silvia Leticia da Luz Ferreira, di appena 18 anni, vergine (come appurò la perizia), vicina della famiglia dell’indio e che nelle ore libere insegnava alle figlie del cacique a leggere e a scrivere, fu barbaramente stuprata e seviziata. Le accuse erano partite dallo zio della ragazza, candidato a sindaco in uno schieramento anti-nativo di Redençao, la città più vicina al villaggio di Paiakan, che subito chiese i servizi legali a l'appoggio del governatore del Parà, uomo noto per l'influenza nelle politiche anti autonomiste.
La voce di Claudita si dipana fra il grave e il soave sopra il rumore di piatti e bicchieri, il film lento di un’epoca ormai lontana sembra smorzare i colori della tavola, della nostra insalata e del vino bianco, persino il vociare assomiglia più al rimbombo del mare o al mugghiare del vento tra le fronde.
«Un giorno che sono andati a fare un churrasco in una era fuori della città, Paiakan l’ha violentata mentre la moglie la graffiava e la mordeva, cosa che fra loro era normale, ma per noi era stupro. Lei ha denunciato questa cosa alla polizia, ma siccome Paiakan aveva i soldi e poteva fare un casino, la polizia non ha potuto fare niente. Allora, l’unica cosa che la ragazza poteva fare era andare in televisione, quindi poi noi abbiamo visto questa notizia ripresa anche dalle televisioni americane, perché Paiakan era famoso, andava all’estero a parlare dei problemi degli indios, sempre sostenuto dal Funai. Lo stupro non è molto accettato in Brasile, visto che il rapporto fisico è molto libero, non esiste la necessità dello stupro. La ragazza voleva che la giustizia facesse il suo corso, ma il fronte a protezione di Paikan era forte e comprendeva anche la chiesa cattolica che non voleva che in indio, come simbolo del lavoro missionario e umanitario delle associazioni, fosse processato, e anche il capo della tribù non voleva che fosse processato dalla giustizia dei bianchi, così quando la notizia era apparsa su tutti i giornali, Paiakan si era rifugiato nella foresta con la tribù, protetto anche dalla Funai. Quando il tribunale decretò la sua colpevolezza e la polizia andò per prenderlo, gli indios la attaccarono con le frecce, e anche con le pistole che oramai avevano. E hanno detto “No, lui è un primitivo, non è un bianco, e quindi lo giudichiamo secondo le nostre leggi.” Così hanno detto che lo tenevano là. In città sapeva che non poteva tornare, perché oramai era mal visto. Ma io un giorno, cinque anni dopo, l’ho visto che comprava al mercato. Io credo che l’hanno voluto aiutare, perché lui non era un primitivo come gli altri, sapeva sei lingue, girava il mondo, e era anche amico di Sting. Però la guerra dell’informazione si gioca anche così».
Non è facile addentrarsi con distacco nella selva intricata delle accuse, specie in un paese noto per la pericolosa arroganza di ogni detentore di un minimo potere e privilegio e la altrettanto endemica promiscuità dei comportamenti sessuali. Fatto sta che gli antichi sostenitori si divisero violentemente sulla materia. Gli alleati del leader gridarono che era stato ordito un complotto razzista amplificato dai tamburi dei media nazionali. “Veja”, maggiore settimanale conservatore brasiliano, contattato direttamente dall'accusatore, dedicò a Paiakan la copertina, portando la storia della violenza a una popolarità riservata solo alle telenovela. A torto o a ragione l'immagine del «selvaggio» fu sbattuta nelle prime pagine, suscitando nella maggioranza dei moderati brasiliani l'immagine di un indigeno che se la spassava allegramente con la “carne” bianca.
L'evidenza dei fatti riportati era incontestabile. In una domenica di maggio il cachique aveva portato la moglie Irekran, la figlioletta Maia di cinque anni e alcuni parenti in una tenuta che possedeva fuori città. Era invitata anche la giovane Leticia. Alla fine del giorno, dopo bibliche bevute di birra tipiche delle riunioni brasiliane, Paikan tornò a Redençao con Irekran e Maia sul sedile anteriore della sua Chevette bianca e Letizia sul sedile posteriore. Secondo le ricostruzioni dell'accusa, Paikan fermò l'auto su una strada deserta e buia, accese le luci e bloccò le portiere. Lui e Irekran saltarono dietro e cominciarono a picchiare Letizia, stuprarla e seviziarla. Dopo un’ora di violenza sessuale, la vittima passò per una sessione di tortura che all’investigazione sembrò ricordare un rituale satanico. I giornali riportarono le dichiarazioni del capo della polizia locale, Jose Barbosa, il quale asseriva che l'auto era piena di sangue come se dentro fosse stato sgozzato un animale. L’accusa parla di una mammella lacerata, escoriazioni per tutto il corpo, aggiungendo che Leticia soffrì per un tentativo di strangolamento e fu addirittura morsa dalla donna del cacique. Gettata fuori dal carro, la ragazza fu salvata dall’arrivo provvidenziale di un contadino bianco delle vicinanze, che udendo le urla si avvicinò munito di fucile. Sotto la minaccia dell’arma, la coppia fu obbligata a smettere. I dottori confermarono che la ragazza era stata violentata.
La coppia nella cui casa la ragazza fu riaccompagnata immediatamente dopo l'incidente, raccontò invece a Scott Wallace, un giornalista free-lance che li intervistò per conto del movimento ambientalista, che la ragazza era calma e che soffriva solo di alcune escoriazioni superficiali, e che non c'erano affatto tracce di sangue nell'auto.
Nella versione di Irekran, che parla solo la lingua kayapo, all'antropologo Darrell Posey, amico di vecchia data, la ragazza si era auto invitata al picnic, si era ubriacata e al ritorno nell'auto aveva iniziato a provocare con baci e morsichini, strusciando ripetutamente le mani sulle spalle, il petto e lo stomaco di Paiakan, il quale probabilmente non si sottraeva con eccessiva forza alle avances della giovane e tenera ragazzotta. Irekran raccontò di aver intimato a Paiakan di fermare l'auto e di aver poi aggredito la «cagnetta» come soltanto una donna ingelosita sa fare. «Mi ricordo ancora del sangue che avevo sotto le unghie», disse Irekran, aggiungendo che lo avrebbe fatto di nuovo.
Paikan rimase due giorni nella cittadina a meditare sul fatto, prima di fuggire verso la regione della sua tribù a bordo dell’aereo che pilotò personalmente. Il Cacique Paikan e la sua tribù erano considerati ricchi, soprattutto se comparati al livello di vita locale: all’interno delle proprie riserve ci sono risorse naturali, oro, foreste di nobile mogano che, vendute liberamente ai fazendeiro locali consentono alla tribù una vita agiata, case lussuose con servitù, parabole televisive, cellulari, computer hi-tech e auto nuove di grossa cilindrata. L’opinione pubblica si divise fra i sostenitori del complotto politico e i moralizzatori. Nella regione i casi di stupro da parte di indio non sono una novità, e molti se ne approfittano perché per legge non imputabili, a causa di una direttiva che non li considera completamente integrati nella società, nonostante il commercio di legname e la guida di mezzi motorizzati. Una recente sanzione del tribunale ha però recentemente dichiarato che non basta la condizione di abitatore delle foreste per sfuggire ogni imputazione civile, ma occorre una perizia che provi l’incapacità di intendere il mondo dei «bianchi». Non sembrava il caso di Paikan, il quale parla correttamente il portoghese e ha viaggiato il mondo.
Il cacique Paulinho Paiakan, accusato di violenza sessuale, sevizie e tentato omicidio, si costituì il 18 giugno 1992 e fu tenuto in stato di fermo nella Casa dell' Indio di Marabá, un' istituzione che normalmente ospita gli indios malati o indigenti di passaggio in città . Paiakan si era consegnato dopo un' estenuante trattativa con il giudice di Redencao, José Maria Teixeira, che aveva spiccato il mandato di cattura. Il leader indigeno cedette a due condizioni: la concessione degli arresti domiciliari e l'assicurazione che il processo non si sarebbe tenuto a Redenção, dove l' opinione pubblica era ormai schierata contro di lui, ma nella più lontana Marabá o addirittura a Belem, capitale del Pará. Per convincere il giudice ad accettare le richieste, Paiakan aveva mandato i suoi guerrieri a bloccare le uscite della riserva kaiapo, all' interno della quale si trovano circa tremila bianchi, in gran parte commercianti di legname e cercatori d'oro, e aveva inviato a Redenção altri 50 guerrieri dipinti con i colori di guerra.
Leticia Ferreira, la presunta vittima della aggressione, continuò ad assicurare che in realtà Paiakan non le aveva mai fatto violenza, ma oramai i giochi erano fatti e non le fu permesso di testimoniare al processo. Dopo due anni di battaglie legali, Paiakan fu dichiarato innocente per mancanza di prove.
Continuò il suo lavoro come leader culturale della sua tribù. Il «sistema» e la Giustizia brasiliana continuarono i loro attacchi, e in dicembre del 1998 la corte suprema dichiarò che Paiakan avrebbe perduto i propri diritti come nativo indigeno, assumendo quelli di un cittadino emancipato. A seguito di questa decisione, venne emessa una notifica di arresto a suo nome. Paiakan attualmente è considerato un fuggitivo per il governo brasiliano.
Alcune organizzazioni ambientaliste, come Green Sphere, favorevoli ai diritti nelle popolazioni native, pubblicarono le loro rimostranze contro il governo brasiliano per violazione dei diritti umani nei confronti di Paiakan, sottolineando l'evidente quadro di interessi economici che si celava dietro questa novela ambientalista brasiliana. I giornali e i gruppi di interesse fanno quadrato attorno alle posizioni che fanno più comodo, la verità è come un’editoriale che sottolinea ciò che serve, tralasciando odori e detriti.
«L’ex moglie del suo autista particolare, che lo portava dalla città all’aeroporto, che guadagnava molto bene, aveva tre figlie, dopo un po’ lui ha trovato un’amante. La moglie, un po’ incazzata l’ha lasciata, io e una sua figlia Ivonette ci siamo spostate in Goiania, poi a Brasilia dove avevamo visto ancora Paiakan, poi lei ha incontrato un italiano e si è sposata e è venuta a abitare in una ciottà qui vicino con la mamma Rosania che anche lei ha sposato un italiano. Magari un giorno andiamo insieme a trovarla».
Terminata la pizza, riporto Claudita a casa. Mentre i viali di Verona scivolano ai lati dei finestrini, le domando il suo parere sulla storia. Mi osserva fra il provocatorio e l’altero. Per lei le storie del Brasile hanno il sapore della comida nazionale, il cibo che entra nel sangue come una memoria indelebile, e che solo chi è avvezzo ai riti latini sa interpretare con distacco e sufficienza.
«Una storia curiosa di Redenção. Un giorno, prima che succedessero quei fatti, a Paiakan hanno rubato la macchina, la 4x4. Succede che ci sono dei furti, e poi la macchina non si trova più. Lui invece si è proprio incazzato, e per dare l’idea di come fosse temuto, è andato dalla polizia e in radio, che ancora non avevamo la televisione locale, e ha detto: io vi do un giorno per far ritornare la mia macchina, altrimenti io vengo con i miei indios e attacco la città. Mi ricordo che mio padre aveva una camionetta e quella sera che abbiamo sentito queste notizie sui giornali e alla radio ci ha detto, prepariamo le nostre cose che è meglio che andiamo in campagna prima che questi ci attacchino con gli archi e le frecce e ci ammazzino tutti. Il giorno dopo la polizia gli ha fatto trovare la macchina…».
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