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    Lula: stop alla speculazione finanziaria

    Scritto da Francesco Giappichini • 17 novembre 2009 • Stampa questo articolo

    Il sistema produttivo brasiliano ha saputo resistere tanto agevolmente alla crisi economica internazionale, ed ha reagito con tale tempestività alle conseguenti turbolenze dei mercati, che nel corso di quest’anno la moneta nazionale si è rivalutata di oltre il trentacinque per cento sul dollaro statunitense: un record tra le sedici valute più commercializzate del mondo.

    Il presidente brasiliano Luiz Inácio da Silva
    Il presidente brasiliano Luiz Inácio da Silva

    Negli ultimi mesi il mercato finanziario verdeoro è stato preso d’assalto dagli investitori internazionali, che hanno acquistato grandi quantità di azioni di società nazionali e di titoli di stato a tasso fisso. La Bovespa (Bolsa de valores, mercadorias & futuros de São Paulo) è stata inondata da un’incessante flusso di capitali stranieri in dollari, sicuramente stimolato dai giudizi positivi che le agenzie di rating hanno dato al sistema Brasile.

    Questo stato di cose – che avrà fatto invidia a molti governi, e su cui in pochi, solo qualche mese fa, avrebbero scommesso – ha tuttavia finito per impensierire l’Esecutivo in carica, che ha dunque deliberato la tassazione dei capitali in entrata destinati a investimenti in borsa, o all’acquisto di titoli pubblici a cedola fissa, lasciando esenti gli investimenti diretti esteri. In buona sostanza, ai flussi di dollari diretti verso il mercato finanziario sarà applicata, nella misura del 2 per cento del loro valore, un’imposta oggetto in passato di svariate controversie: l’Imposto sobre operações de crédito, câmbio e seguros (Iof). Si è trattato di una vittoria personale del ministro dell’Economia, Guido Mantega, che ha avuto la meglio su altri colleghi di governo – in primis il titolare del dicastero dello Sviluppo, Miguel Jorge – ed è riuscito a convincere il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, inizialmente poco entusiasta.

    Il provvedimento, tipico di un sistema economico solido e maturo, ha il dichiarato obiettivo di respingere gli investimenti a breve termine, ossia tutte quelle operazioni finanziarie di tipo speculativo che, sopravvalutando il real, ostacolano gravemente le esportazioni, specie quelle industriali. Si è cercato cioè – per quanto paradossale possa apparire – di diminuire l’attrattività del mercato finanziario agli occhi degli investitori internazionali, al fine di contrastare l’insorgere di un forte deficit commerciale, che potrebbe avere effetti nefasti. (Il Brasile ha già vissuto una crisi analoga nel 1999, e comunque l’attuale classe dirigente ha fatto propria la lezione messicana nota come «effetto tequila», che travolse l’economia di quel Paese nel 1994, ndr).

    «Non credo che otterremo una svalutazione del real, ma penso che possiamo evitare una sua eccessiva valorizzazione», ha dichiarato Mantega, «poiché se l’investimento è a breve termine la tassazione sarà forte», mentre in caso contrario «l’imposizione si diluisce, si spalma nel tempo, praticamente scompare». Il ministro aggiunge quindi che la misura punta essenzialmente a tutelare la produzione industriale, e in particolare quel venticinque per cento della stessa che è destinato all’export: «Se consentiamo una valorizzazione eccessiva del real, saranno danneggiati gli esportatori e vi saranno conseguenze sull’occupazione». Preoccupato che il Paese non riesca a vincere la sfida della concorrenza globale (specie innanzi a quelle nazioni – è il caso della Cina – che tengono artificialmente basso il cambio tra la propria valuta e la divisa statunitense), il titolare del dicastero economico ribadisce che attraverso lo Iof non si mira a raccogliere risorse, o a far cassa, ma a regolare il mercato finanziario: «La Borsa brasiliana è quella che, nel mondo intero, sta raccogliendo il maggior flusso di dollari, attraendo sia chi investe con buone intenzioni, sia chi punta a ricavare lucro in tempi rapidi, cioè gli speculatori. Sono questi», chiarisce in modo perentorio, «che noi non vogliamo».

    Un altro obiettivo dell’imposta è prevenire il formarsi di bolle speculative nel mercato borsistico, tuttavia, come preciserà lo stesso Mantega, «i risultati non verranno in ventiquattro ore», né la misura impedirà «un’ulteriore valorizzazione del real, perché questa è il riflesso della forza dell’economia. Il Brasile è un’economia forte, pertanto la moneta è forte. Noi abbiamo semplicemente messo una tassa per frenare l’entrata eccessiva di dollari».

    Premesso che sul tema è intervenuta anche la ministra della Casa civile, Dilma Rousseff, dichiarando che lo Iof «è uno dei meccanismi» per arrestare la caduta libera del biglietto verde, giova in questa sede descrivere la rinnovata fase di espansione del mercato finanziario brasiliano: uno scenario post crisi che solo i più ottimisti potevano prefigurare.

    In ottobre l’investimento straniero in azioni d’imprese brasiliane ha raggiunto il valore più alto dal 1947, anno in cui le autorità monetarie hanno cominciato a elaborare questo indice. E’ vero che un terzo del totale non è mai entrato nel Paese, giacché si riferisce a titoli acquistati in piazze borsistiche estere (specie e New York), ma ciò non toglie nulla alla straordinarietà del dato, ottenuto mentre altre economie erano ancora in piena recessione. (Il valore è stato influenzato in modo decisivo dalla megaofferta delle azioni Santander Brasil, la più imponente emissione di questo genere realizzata nel mondo, nel 2009, ndr).

    Inoltre la partecipazione degli investitori stranieri nel debito pubblico interno ha raggiunto il livello più alto dal gennaio 2006, quando questo dato ha cominciato a essere rilevato: il 7,15 per cento dei titoli del debito pubblico nazionale sono nelle mani di persone fisiche o giuridiche radicate all’estero, a riflettere la fiducia dell’investitore globale nei fondamenti economici del Paese, e nella solidità del suo tessuto produttivo.

    Il dibattito sulla tassazione dei capitali esteri ha coinvolto non solo gli addetti ai lavori, ma la stessa pubblica opinione.

    Secondo la maggior parte degli analisti finanziari, il provvedimento sarebbe radicalmente sbagliato, poiché oltre a non essere idoneo a contenere la corsa della moneta nazionale – come le ultime quotazioni sembrerebbero confermare – può seriamente ostacolare l’accesso delle aziende ai finanziamenti provenienti dall’estero. Si fa notare che tutte le società quotate in borsa che usano gli scambi borsistici come importanti canali di finanziamento, saranno senz’altro danneggiate da questa restrizione al capitale straniero, e dalla prevedibile fuga verso altre piazze borsistiche. Altri osservano invece che è la stessa possibilità di acquistare i titoli brasiliani in altre borse, a rendere assurdi il provvedimento e la ratio su cui si basa.

    Il tema ha inoltre creato una contrapposizione di tipo ideologico tra i sostenitori del Governo e gli economisti d’ispirazione liberale, secondo i quali in un regime di cambi fluttuanti, quale è quello brasiliano, le quotazioni debbono essere determinate dalle contrattazioni che si svolgono nel mercato dei cambi, senza interventi dall’alto: la valuta è un prodotto come qualsiasi altro, e il suo valore deve essere definito esclusivamente dalla domanda e dall'offerta di valute estere. E una nota della Banca centrale, forse per smorzare la polemica, ha precisato che «questa misura non implica alcun mutamento del regime di cambio, ma il tasso continuerà a oscillare e a essere determinato dalle forze del mercato».

    E non manca chi, oltre a segnalare come la norma possa essere facilmente aggirata, punta l’indice contro la presunta irrazionalità del Governo, che mentre in passato ha cercato con decisione di attrarre i finanziamenti dall’estero, adesso fa repentinamente marcia indietro, solo per questioni di cambio.

    Le aziende esportatrici e le associazioni di categoria che le rappresentano (ma anche alcune forze sindacali preoccupate dalle conseguenze del calo dell’export sull’occupazione) hanno naturalmente gradito la misura, mentre al contrario la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica esulta a ogni calo del dollaro; e non solo per ragioni di portafoglio – saranno meno cari i viaggi all’estero e soprattutto i fascinosi prodotti importati – quanto essenzialmente per istintivo orgoglio patriottico. Senza dimenticare le agguerrite lobby a favore del real forte: dalle aziende che dipendono dai prodotti importati, come macchinari o materie prime, a quei sindacati che ritengono prioritario il contenimento dell’inflazione, e sanno bene quanto il rafforzamento del dollaro influisca sulle spinte inflazionistiche.

    Gli osservatori più vicini al Governo Lula hanno letto nel dibattito uno scontro tra chi opera nell’economia reale, in primis le industrie, e chi invece, nel più assoluto disinteresse della stessa, lucra attraverso gli scambi borsistici e l’intermediazione finanziaria. C’è molto di vero in questa interpretazione, tuttavia non si può dimenticare che la crescita di competitività del made in Brazil nei mercati internazionali, al di là dei tassi di cambio, passa sopra tutto per la riduzione del carico fiscale e l’ammodernamento delle infrastrutture.



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