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    Il vaso di Brasilina

    Scritto da Alessandro Dell'Aira • 15 novembre 2009 • Stampa questo articolo

    C'era una volta una principessa calda come il sole e lunatica come la luna. Chissà se era giovane e bella. Si chiamava Brasilina ed era ancora da sposare. Era l’unica figlia di Brasilone e Brasilica, sovrani del regno di Brasilonia. I pretendenti andavano a corte e la chiedevano in moglie a Brasilone, che guardava Brasilica e pensava: Signori pretendenti, ma che pretendete? La mano bianca di Brasilina, o la mano regale e poderosa che dovrò dare a questa nostra figlia zitellona che ci sta diventando ipocondriaca? Fatevi sotto. I pretendenti si facevano sotto e la lunatica Brasilina li innamorava dopo l’altro, senza mai innamorarsi di nessuno.brasilina

    Qui ci vuole un torneo di quelli tosti, pensò Brasilone, sennò Brasilina ci resta sul groppone. E firmò un editto che diceva così: Gente, fatevi sotto. A tutti i bellissimi, ricchissimi e nobilissimi pretendenti alla mano di Sua Altezza Reale mia figlia la principessa Brasilina. È indetto un regio torneo con i fiocchi. Articolo uno: La prossima notte di luna nuova, all’una in punto, i pretendenti di nostra figlia lunatica verranno al portone di casa nostra e busseranno. Articolo due: Saranno ammessi uno alla volta, a casaccio. Articolo tre: Il vincitore vincerà un vaso d’oro massiccio colmo di unguenti d’amore, e col vaso la stessa lunatica Brasilina, a meno che nel darglielo ella non si sottragga. Articolo quattro: Sempre si vince, o solo il vaso d’oro, e vi pare poco, o il vaso d’oro e per corredo la nobile principessa Brasilina. Articolo cinque: Acqua in bocca sulle regole del torneo, pena la vita.

    La prima notte di luna nuova, all’una in punto, bussarono in dieci al portone del palazzo reale di Brasilonia. Nessuno sapeva niente del torneo. E nessuno lo seppe mai. Non parlò mai neppure il vincitore del torneo. Secondo alcuni si era piazzato primo perché sapeva controllarsi il cuore, e per questo fu anche il più felice tra i due. Secondo altri la più felice fu Brasilina, perché quel tipo le era piaciuto fin dal primo momento, ma così tanto che avrebbe voluto divorarlo a baci e a morsi.

    Il primo pretendente fu ammesso a casaccio, o a palazzaccio se si vuole, ma è meglio dire a casaccio, al cuore e ai modi di dire non si comanda. Lo scortarono fino alla porta sprangata di una sala segreta. Il pretendente aprì la porta e si diresse al centro della sala, dove un soldato gli passò intorno alle caviglie una catena d’oro, la bloccò bene con un catenaccio d’oro e scomparve. Subito dopo, da una sala attigua, entrò la principessa Brasilina. Reggeva il vaso d’oro massiccio e impugnava una chiave d’oro. I suoi occhi fissavano il vuoto.

    Porse la chiave al pretendente e rimase immobile, stringendo il vaso per i manici. Il pretendente prese la chiave, aprì il catenaccio, si liberò dalla catena, prese il vaso dalle mani di Brasilina, la baciò sulle guance, le ordinò di seguirlo e senza girarsi si diresse alla porta. Brasilina rimase dov’era. Il soldato di prima rincorse il predendente, lo prese per le spalle e lo tenne stretto. Un secondo soldato gli corse incontro e gridò: “Sempre si vince ma un giorno perderai!” Il primo soldato lasciò la presa e gridò: “Acqua in bocca o morirai!” Il pretendente rinunciò al vaso e fuggì di corsa. Brasilone lo aveva previsto: ogni vaso lasciato è perduto e si può riciclare a volontà.

    Uno dopo l’altro, i pretendenti fecero tutti la magra figura del primo. Brasilina piangeva e si disperava ogni volta che le riportavano il vaso d’oro massiccio. Piangeva e pensava: Che ne sarà di me, sarò infelice! Lunatica, calda e infelice per tutta la vita!

    Si fecero le cinque del mattino. Non restava che un pretendente. Brasilina tremò quando udì la porta della sala segreta aprirsi per la decima volta. L’ultima. Si asciugò le lacrime con una manica, tirò su quattro volte col naso ed entrò dalla sala attigua col vaso d’oro e la chiave del catenaccio. Al centro della sala vide un tipo né alto né basso, né biondo né bruno, né bello né brutto. Pensò Brasilina: Nulla accade a casaccio nei palazzacci, se è entrato per ultimo non dev’essere ricco e neppure nobile. E non sembra neppure giovane. La voglia di piangere le tornò.

    Porse la chiave al pretendente e strinse al petto il vaso d’oro massiccio tenendolo per i manici, abbracciandolo con trasporto e poggiandovi sopra la testa.

    Il pretendente prese la chiave e aprì il catenaccio. Aveva una gamba sola e una sola caviglia. In compenso aveva la coda. Passò la catena intorno a una caviglia di Sua Altezza Reale Brasilina, la legò all’unica caviglia che aveva e fece scattare il catenaccio. Restituì la chiave alla principessa e abbracciò il vaso anche lui, per i manici, intrecciando le dita a quelle di lei. Brasilina sgranò gli occhi e notò che il pretendente, oltre ad avere la coda e una gamba sola, aveva un berretto rosso e una pipa spenta tra le labbra.

    La sua pelle cambiava continuamente colore. “Come vi chiamate?” “Sací Pereré”, fece lui. “Che nome strano”, pensò Brasilina. La voglia di piangere le passò. “Mio nobile amico…”. “Nobile un corno”, rispose Sací Pereré, calmo calmo. Il cuore gli batteva ora veloce, ora lento, ora lento e veloce, ora come un cavallo al galoppo, ora tremava e brontolava come una pentola d’acqua bollente sul fuoco. Sací Pereré comandava al suo cuore-berimbau. Glielo aveva insegnato il maestro di capoeira, dopo avergli rubato la gamba. La capoeira cambia la vita a tutti.

    Brasilina ebbe voglia di mordere il pretendente, fermo davanti a lei, che cambiava colore a ogni respiro e fissava distrattamente gli arabeschi del tappeto della sala segreta del palazzo reale di Brasilonia. Liberò le sue dita da quelle di lui. Gli lasciò il vaso, si tolse di dosso i vestiti e cominciò a spogliare Sací Pereré. Quando ebbe finito lo unse con una goccia di unguento d’amore e lo accolse nel suo preziosissimo vaso.

    Posò le mani su quelle di lui, strette sui manici del vaso d’oro massiccio. Sací Pereré sentí in petto una carica di cavalleria. Lasciò la presa e intrecciò nuovamente le dita a quelle di Brasilina. Il vaso d’oro si sbriciolò a mezz’aria: era un incantesimo dell’astutissimo re Brasilone. I due si abbracciarono, affamati l’uno dell’altra. Si amarono a sazietà e vissero a lungo, a volte felici, altre volte infelici ma sempre allegri, con profusione di unguenti d’amore e rintocchi di berimbau.

    Il giorno delle nozze Brasilone, levando la coppa, disse alla regina Brasilica: “Minha querida, me la sono vista brutta”. La regina rispose: “Sempre si vince, ma un giorno? Mio signore… Signore?” E gli diede una scossa leggera sul braccio.

    “Siamo quasi a Milano, signore …” Non siamo arrivati, è la solita bieca menzogna di chi vuole tirarmi giù dal letto. Non sono nel mio letto, sono in poltrona. Sto varcando le Alpi. Sono Annibale Barca disteso come un pascià sull’elefante, e mi metto a sedere quando arriva… La colazione? L’hostess mi dà il vassoietto e sparisce. Saremo a Malpensa tra un’ora.

    Il Brasile esiste? Ho passato la notte fissando nell’oblò la lucina dell’ala pulsare nel buio. Devo avere inclinato la poltrona sul cielo di Lisbona, dove il mare finisce e l’Europa comincia. Sulla mia testa, la luce di cortesia non funziona.

    Quando sono partito funzionava. A San Paolo funziona tutto.


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